ASQUINI FABIO MARIA

ASQUINI FABIO MARIA (1802 - 1878)

cardinale

Immagine del soggetto

Il cardinale Fabio Maria Asquini, olio su tela di Giuseppe Malignani, 1855 (Fagagna, chiesa di S. Giacomo).

Nacque il 14 agosto 1802 a Fagagna, in diocesi di Udine, quando la località e il Friuli erano sotto la dominazione austriaca. Il territorio di Fagagna apparteneva ai conti Asquini, famiglia di nobile lignaggio, aggregata nel XVI secolo al patriziato di Udine e dotata nel 1719 del titolo comitale della Repubblica di Venezia. A. lasciò la sua patria in giovane età e insieme al fratello Vincenzo si trasferì a Roma. Nella città papale fu ospitato nella casa di due anziane signore venete e anche per questo, frequentando l’entourage veneto, mantenne, pure da lontano, una fittissima rete di contatti con i suoi luoghi d’origine. Ebbe così modo di consolidare il legame che la sua famiglia aveva con il benedettino camaldolese Mauro Cappellari, originario di Belluno e di lì a pochi anni papa, con il nome di Gregorio XVI. Studiò nel collegio Ghislieri di Roma, poi frequentò il Seminario romano. Fu ordinato sacerdote il 26 febbraio 1825 e conseguì con lode il dottorato in filosofia e teologia presso il Collegio Romano. Avviato alla carriera diplomatica, perfezionò la sua formazione giuridica alla Sapienza. Il primo maggio 1827, sotto Leone XII, entrò nella famiglia pontificia con il titolo di cameriere segreto soprannumerario; contestualmente fu inviato come adiutore presso la nunziatura di Napoli, a fianco del reggente monsignor Luigi Amat di San Filippo e Sorso. Richiamato a Roma nel 1830 da Pio VIII, a ventotto anni fu nominato prelato domestico; referendario della Segnatura (Roma, Archivio di Stato, Tribunale della Segnatura, 730, f. 998) e protonotario apostolico non partecipante, ricevette il 15 marzo 1830 il titolo di vicelegato di Ferrara. Arrivò nella città padana il 5 agosto 1830, ma, come gli altri vicelegati, fu poi costretto a lasciarla, poiché la sua funzione era stata di fatto esautorata e l’amministrazione dell’intera provincia era passata nelle mani dei pro-legati. ... leggi Autorizzato dal Sacro Collegio, si ritirò quindi a Udine, da cui mancava da circa quindici anni. Ma gli eventi presero altro corso: nel febbraio 1831, subito dopo l’elezione di Gregorio XVI Cappellari, le Legazioni insorsero e si ribellarono al governo pontificio. Per sedare i moti rivoluzionari, la Santa Sede chiese l’intervento dell’Austria. Il 6 marzo A. ricevette un dispaccio dalla Segreteria di stato con il quale gli si ordinava di rientrare immediatamente a Ferrara per assumere il governo della provincia, mentre le truppe austriache avrebbero occupato la città e fermato i rivoluzionari. Nonostante la partenza precipitosa, arrivò quando la città era già stata occupata; in veste di rappresentante del papa ne prese il governo e collaborò con gli austriaci in stanza nella Legazione, dimostrando anche una certa simpatia nei loro confronti, atteggiamento imputatogli più volte negli anni della maturità. Con titolo di pro legato, A. rimase a Ferrara fino a circa la metà del 1836. Si adoperò per la liberazione del cardinale Giovanni Antonio Benvenuti, vescovo di Osimo e “legato a latere” dal papa per tentare una negoziazione con gli insorti, che era stato imprigionato e deportato a Bologna. A Ferrara A. contribuì in modo significativo anche all’istituzione e all’organizzazione di una casa di ricovero per giovani prive di mezzi di sussistenza. Nel luglio 1836 fu trasferito come delegato apostolico nella Legazione di Ancona (ASVat, Dataria Ap., Processus Datariae 199, n. 30). Vi rimase solo poco più di un anno, durante il quale gestì l’emergenza causata da una forte epidemia di colera, offrendo aiuti concreti alle vittime. Il 2 ottobre 1837 Gregorio XVI lo elevò alla sede vescovile titolare di Tarso. Consacrato a Roma «nel giorno di S. Tommaso» dal cardinale vicario Carlo Odescalchi (ASVat, Dataria Ap., Processus Datariae 206, f. 130r), con cui mantenne corrispondenza epistolare, il successivo 22 dicembre fu nominato assistente al soglio pontificio (ASVat, Sec. Brev. 4936, n. 213) e inviato a Napoli come nunzio apostolico, con l’incarico di rendere esecutivo il concordato stipulato nel 1818 tra Pio VII e Ferdinando I di Borbone (ASVat, Sec. Brev. 4936, n. 206). A Napoli A. rimase fino alla primavera 1839. Richiamato a Roma da Gregorio XVI, il 9 aprile fu nominato segretario della Congregazione dei vescovi (ASVat, Sec. Brev. 4957, n. 320) e consultore della Congregazione per l’esame dei vescovi (Roma, Archivio di Stato, Ministri degli Infermi, 15 (1839), n. 96128). La concreta eventualità della nomina alla segreteria dei vescovi gli era stata comunicata informalmente da più parti: anche se conscio che quel ruolo rappresentava l’ultimo gradino per accedere al cardinalato, A. tentò di rifiutarlo, soprattutto per ragioni economiche. Il trasferimento a Napoli e il tenore di vita avevano infatti pesantemente indebolito le sue finanze e poiché aveva contratto debiti anche con la Camera apostolica, avrebbe preferito non assumere un incarico meno remunerato rispetto alla nunziatura, e che presto lo avrebbe portato alla porpora per la quale non si sentiva preparato, neppure materialmente. Gli fu tuttavia imposto di accettare. Per rendergli meno pesante tale condizione, Gregorio XVI compensò la scarsa retribuzione legata al ruolo di segretario (700 scudi), con la concessione del canonicato di S. Pietro (BAV, Vat.lat. 10171, f. 48v), che A. tenne fino al 1845. La rendita complessiva di 1400 scudi annui tuttavia non era sufficiente ad assicurargli a Roma una vita di particolari agi. Consultore della Congregazione del S. Uffizio (1840) e di quella dei sacri riti (1841), nel 1842 fu investito della presidenza dell’Accademia di religione cattolica, che diresse per trentasei anni (il 7 aprile del 1878 furono accolte le sue dimissioni) e per la quale elaborò un nuovo regolamento attraverso cui intendeva attuare un’articolata riforma. Sottoposto a Pio IX nel 1852, il progetto ebbe valutazione negativa per questioni di equilibro politico, ma anche a causa delle innovazioni «abbastanza vistose» proposte dall’Asquini (Piolanti, p. 225), solitamente ritenuto un moderato, se non addirittura un conservatore. Nel concistoro del 22 gennaio 1844, Gregorio XVI creò il quarantaduenne A. patriarca di Costantinopoli e cardinale “in pectore”. Sono note le istruzioni che gli furono inviate per il cerimoniale dell’investitura (BAV, Vat.lat. 13851, ff. 109r-114v). La porpora fu pubblicata il 21 aprile 1845, con il titolo presbiteriale di S. Stefano al Celio (S. Stefano Rotondo); ricevette la berretta cardinalizia nel concistoro pubblico del 24 aprile; prese possesso del titolo per procura, con delega a Giuseppe de Ligne, prefetto delle cerimonie pontificie. Come cardinale fu inserito tra i consultori della Congregazione dei vescovi e regolari, dell’immunità, della consulta; fece parte della Fabbrica e della Commissione per la ricostruzione della basilica di S. Paolo. Il 3 gennaio 1846 fu nominato cardinale protettore della Congregazione virginiana. Tra l’altro, in questa veste, sin dal 1851 si fece promotore della realizzazione di una statua di san Guglielmo da Vercelli, fondatore della Congregazione, da collocare nella basilica Vaticana. Il progetto, inizialmente accolto con grande entusiasmo, si arenò per ristrettezze economiche. Ma A. non abbandonò l’idea; nel 1875, la statua fu commissionata all’artista messinese Giuseppe Prinzi e nei primi mesi del 1878 collocata in San Pietro, dove si trova ancora oggi. Entrò nel conclave del 1846, l’ultimo tenuto nel palazzo del Quirinale, dal quale fu eletto Pio IX. Il 2 maggio 1847 fu nominato prefetto della Congregazione delle indulgenze e delle reliquie (Diario di Roma, 1847, 36, p. 1); passò poi l’8 maggio 1863 alla prefettura della Congregazione dell’immunità ecclesiastica (ASVat, Segr. Brevi, 1863, maggio, f. 267rv) e infine dal 12 luglio 1872 fu segretario dei Brevi (ASVat, Segr. Brevi, 1872, luglio, f. 402rv). Dall’inizio del gennaio 1862 fino al marzo 1863 rivestì la funzione di camerlengo del Sacro Collegio. Tenne fino alla morte la carica di cancelliere degli ordini equestri pontifici, assegnatagli il 22 giugno 1866. Dal 1847 fu cardinale protettore della Confraternita dei Ss. Bartolomeo ed Alessandro della nazione bergamasca a Roma, di cui regolamentò e riorganizzò l’amministrazione. Dal 1854 fu anche protettore del Monastero agostiniano di S. Caterina dei Funari, e della omonima confraternita. Nel 1867 emanò il regolamento per l’amministrazione della chiesa del Divino Amore, che dipendeva dalla confraternita e che in quell’anno fu eretta a parrocchia; inoltre ne nominò parroco e viceparroco. Fu protettore del Conservatorio pio al Gianicolo, annesso nel 1851 al Divino Amore, e in seguito delle suore canossiane. Partecipò al Concilio Vaticano I (1869-1870) convocato da Pio IX, ma in quel contesto non ebbe un ruolo propositivo: il prelato romano Vincenzo Tizzani, uno dei diaristi conciliari, lo ricorda per gli «eccessivi scrupoli», per le opinioni non espresse e per l’atteggiamento attendista. Soltanto nella fase finale dei lavori, chiese di inserire nel decreto che sanciva l’infallibilità papale un esplicito riferimento alla necessità del dominio temporale del pontefice (Tizzani, p. 357), porgendo il fianco a chi lo giudicava eccessivamente conservatore. Nel 1878, dopo essersi schierato tra coloro che ritenevano che quel conclave non dovesse tenersi a Roma, per le vicende politiche di quegli anni, prese parte all’elezione di Leone XIII, ma almeno nei primi scrutini sostenne l’agostiniano Tommaso Maria Martinelli, mentre si dice che lui stesso fosse tra i candidati appoggiati dall’Austria. Nel 1877 ottenne il trasferimento al titolo cardinalizio di S. Lorenzo in Lucina. Mantenne sempre stretti contatti con la sua terra d’origine e si adoperò per migliorare le sorti di quella chiesa locale. Con perseveranza e grande zelo, ottenne da Pio IX la bolla Ex catholicae unitatis del 14 marzo 1847, con la quale venivano restituiti alla chiesa di Udine rango arcivescovile e dignità metropolitana, senza giurisdizione sulle diocesi suffraganee, ripristinandone inoltre la dipendenza diretta da Roma. Per celebrare la concessione dell’arcivescovado, i canonici del Capitolo di Udine fecero coniare da Antonio Fabris una medaglia in pochi esemplari. Vi era raffigurato il papa nell’atto di consegnare la bolla all’Asquini, e nel “verso” lo stemma del cardinale con epigrafe di dedica (Moroni, LXXXII, p. 140). Forse A. intervenne anche nel riconoscimento del culto della beata Elena Valentinis di Udine, approvato da Pio IX nel 1848. Inoltre, come segno tangibile della profonda attenzione che nutriva per la propria terra, nel 1847 consacrò a Roma, in S. Maria in Vallicella, l’arcivescovo titolare della diocesi di Udine, Zaccaria Bricito, e nel 1853, alla morte di quest’ultimo, il successore Giuseppe Luigi Trevisanato, che sarebbe poi divenuto cardinale e patriarca di Venezia. In seguito, nel 1854, A. organizzò e presiedette la solenne traslazione delle reliquie dei santi martiri Fabio e Vincenzo, ritrovate nelle catacombe di S. Ermete sulla Salaria durante il pontificato del Cappellari, e generosamente offertegli per farne dono alla chiesa di Fagagna, che ricevette il privilegio del rito doppio nella festa dei santi martiri e l’indulgenza plenaria perpetua nel giorno della traslazione (Moroni, LXXXII, pp. 141-144). Contestualmente i canonici del Capitolo ottennero il titolo e le insegne dei protonotari apostolici. La carriera ecclesiastica di A. si deve soprattutto al favore di Gregorio XVI, che, come ebbe a dire lui stesso, nutriva per lui «una paterna predilezione». Questo gli consentì di arrivare ai vertici della gerarchia in tempi estremamente rapidi. Infatti papa Cappellari e in seguito anche Pio IX, di cui si conquistò la fiducia e l’amicizia, gli affidarono incarichi di prestigio, nei quali però A. non si distinse per particolare brillantezza. Molti contemporanei, parlando di lui, riferiscono di «eccessivi scrupoli» e di un bisogno ossessivo di procedere nella stretta legalità, che lo rendevano rigido conservatore e che talvolta degeneravano nell’incapacità di decidere. Probabilmente A. soffrì di disturbi nervosi originati, secondo alcune testimonianze, da un’«inquietudine di spirito», che nasceva da «un genere di vita contrario alle sue antiche abitudini». Sembra comunque eccessivo il profilo abbozzatone dallo storico contemporaneo Filippo Antonio Gualterio, che di lui racconta: «restò due mesi pazzo ed ora è stupidito del tutto» (Weber, p. 676) e che, per screditarlo ulteriormente, ne sottolinea l’ignoranza, ricordando che era chiamato «luminare minus» o anche «cardinal Pasquino». Tuttavia è certo che l’arretratezza culturale denunciata dal Gualtiero non corrisponde a verità: lo dimostrano le numerose postille e le osservazioni tracciate da A. sui documenti conservati nell’archivio dell’Accademia di religione cattolica, che attestano il vivo interesse per varie questioni di attualità, e anche le correzioni e le integrazioni alla voce Udine del Dizionario ecclesiastico di Gaetano Moroni, in gran parte accolte dall’autore, che ben conosceva il prelato sin dagli anni giovanili. La personalità complessa e un po’ sfuggente di A. è ben espressa da don Giovanni Bosco che, libero da pregiudizi politici, descrive con pochi tratti l’uomo di chiesa, evidenziandone la profonda umanità: «[…] è un po’ curvo per gli anni. Modesta e alquanto timida è la sua fisonomia; il suo sguardo velato pare volgersi piuttosto alle cose dell’anima che alle esterne; è uno dei membri più pii del Sacro Collegio. Cuore eccellente e tenacissimo del proprio dovere, compatisce gli infelici, che soccorre di soppiatto; ogni sventura ha da lui una buona parola ed un soccorso. Né mai si rifiuta quando gli si porge occasione di fare opere di carità. Le lunghe sofferenze di Pio IX l’afflissero nell’intimo del cuore, e fu uno dei più fedeli e più amorevoli assistenti del gran Pontefice, che lo ricambiava di sommo affetto». Questo profilo sembra avvicinarsi maggiormente alla personalità e all’interiorità del pio e zelante cardinale. Quello sguardo «velato», più attento «alle cose dell’anima» che a quelle della terra, lascia trapelare il disagio che probabilmente segnò buona parte della vita di A. Morì a Roma, in seguito ad una caduta, il 22 dicembre 1878. Le esequie furono celebrate nella chiesa S. Maria in Vallicella. La salma, trasportata a Fagagna, fu tumulata nella tomba di famiglia. L’annuncio della morte apparve nell’«Osservatore romano» del 24 dicembre; nel necrologio erano menzionati i numerosi ruoli ancora ricoperti dal cardinale.

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Bibliografia

Documenti e lettere di F. M. Asquini sono sparsi in vari archivi e biblioteche d’Italia. Una busta con documentazione esigua e frammentaria, tra cui poche lettere del periodo napoletano, si conserva in ASVat, Segr. di Stato. Spogli, Asquini, 1. Nell’archivio dell’Accademia di religione cattolica è custodita una ricca mole di documenti che attestano l’operato di A. in favore dell’istituzione; sono raccolti nel fondo Carte card. Asquini, ma anche in altri fondi tra cui Carte Pio IX. Tale documentazione è stata utilizzata da A. PIOLANTI, L’Accademia di Religione Cattolica. Profilo della sua storia e del suo tomismo, Città del Vaticano, Libreria editrice Vaticana, 1977 (Biblioteca per la storia del Tomismo, 9), indice; un volume smembrato da tale archivio è segnalato in Additiones agli “Instrumenta miscellanea” dell’Archivio segreto vaticano: (7945-8802), a cura di S. PAGANO, Città del Vaticano / Archivio segreto Vaticano, 2005 (Collectanea Archivi Vaticani, 57), n. 8521. Analogamente nell’archivio del monastero e della confraternita di S. Caterina dei Funari, o S. Caterina della rosa, conservato ora presso l’Archivio di Stato di Roma, si trova documentazione a firma di A., incluse varie lettere scambiate in veste di protettore con la superiora agostiniana. Per la descrizione di questo archivio: E. ALEANDRI BARLETTA, La confraternita di s. Caterina dei Funari e il suo archivio, «Rassegna degli archivi di Stato», 38 (1978), 7-32: 29.
Varie notizie su A. si ricavano da G. MORONI, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni, Venezia, Tip. Emiliana, 1840-1879, indice; numerose note si trovano anche nei manoscritti del Moroni conservati presso la Biblioteca Vaticana (Vat. ... leggilat. 13757-13929) in parte poi edite nel Dizionario. Tra queste, la sintesi manoscritta dell’attività svolta a Ferrara (Vat.lat. 13844, f. 108r-116v), poi rielaborata in MORONI, XXIV, 169-172, due lettere di mano di Antonio della Savia, segretario di A., e altre annotazioni e integrazioni poi confluite nella voce Udine (Vat.lat. 13857, ff. 26r-42v), e infine le istruzioni per il cerimoniale della sua nomina a patriarca. Indicazioni biografiche, con particolare attenzione alla carriera ecclesiastica e corredate da sintesi bibliografica in: DBF, 39; A. DE MEYER, voce, in Dictionnaire d’histoire et de géographie ecclésiastiques, IV, Paris, Letouzey, 1930, col. 1078; G. DE MARCHI, Le nunziature apostoliche dal 1800 al 1956, Roma, Istituto di storia e letteratura, 1957 (Sussidi eruditi, 13), 176; P. BERTOLLA, Fabio Asquini, «La Vita Cattolica», 14 ottobre 1962, 3; Hierarchia, indice; CH. WEBER , Kardinäle und Prälaten in den letzten Jahrzehnten des Kirchenstaates: Elite-Rekrutierung, Karriere-Muster und soziale Zusammensetzung der kurialen Führungsschicht zur Zeit Pius’ IX (1846-1878), Stuttgart, A. Hiersemann, 1978 (Päpste und Papsttum, 13, I-II), indice; PH. BOUTRY, Souverain et Pontife. Recherches prosopographiques sur la Curie Romaine à l’âge de la Restauration (1814-1816), Rome, École française de Rome, 2002 (Collection de l’Ecole Française de Rome, 300), 308-309; H. WOLF, Prosopographie von römischer Inquisition und Indexkongregation 1814-1917, Paderborn, Schöningh, 2005 (Römische Inquisition und Indexkongregation. Grundlagenforschung III: 1814-1917), 78-80; F. LE BLANC, Dictionnaire biographique des cardinaux du xixsiècle. Contribution à l’histoire du Sacré Collège sous les pontificats de Pie VII, Léon XII, Pie VIII, Grégoire XVI, Pie IX et Léon XII (1800-1903), Montréal (Québec), Wilson & Lafleur, 2007, 108-109. Si veda inoltre: G. MONGELLI, Il culto pubblico di San Guglielmo e le ricognizioni del suo corpo, «Benedectina», 2 (1971), 334-370; L’archivio storico dell’abbazia benedettina di Montevergine. Inventario, a cura di G. MONGELLI, Roma, s.n., 1974-1980, I, 225, 293; III, 98; D. REZZA - M. STOCCHI, Il Capitolo di San Pietro in Vaticano dalle origini al XX secolo. I: La storia e le persone, [Città del Vaticano], s.n., 2008 (Archivum Sancti Petri. Studi e documenti sulla storia del Capitolo Vaticano e del suo clero, I.1), 290. Molte delle fonti narrative citate sono edite in WEBER, Kardinäle, cit.; sono stati inoltre utilizzati: IOHANNES BOSCO, S., Il più bel fiore del collegio apostolico, ossia la elezione di Leone XIII con breve biografia dei suoi elettori, Torino, Tip. e libreria salesiana, 1878, 160-161; Il Concilio Vaticano I. Diario di Vincenzo Tizzani (1869-1870), a cura di L. PÁSZTOR, Stuttgart, A. Hiersemann, 1991-1992 (Päpste und Papsttum, 25, I-II), 157. La nomina cardinalizia dell’Asquini fu celebrata dagli alunni del collegio Ghislieri con la stampa di una piccola raccolta poetica, priva di note tipografiche: A Fabio Maria Asquini informato a virtù fin dai teneri anni nel nobil Collegio Ghislieri nel dì che il suo merito è decorato dalla sacra porpora. Gli alunni dello stesso Collegio in argomento di lieto e riverente animo questo poetico omaggio offrono.
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