ATTEMS (D’) CARLO MICHELE

ATTEMS (D’) CARLO MICHELE (1711 - 1774)

vescovo

Immagine del soggetto

Ritratto del vescovo Carlo Michele d'Attems, olio su tela anonimo, 1572 ca. (Gorizia, Palazzo arcivescovile).

Quinto figlio di Giovanni Francesco ed Elisabetta Coronini, nacque a Gorizia il primo luglio 1711 e fu battezzato il 4 dello stesso mese. Non è noto se la sua prima educazione gli fosse stata impartita nella casa paterna o dai gesuiti di Gorizia, ai quali, anni prima, era stata affidata quella del fratello maggiore Sigismondo. In ogni caso, egli fu costantemente seguito dalla madre anche prima della morte del padre avvenuta nel 1721. A quindici anni, nel 1726, C.M. fu inviato, con il fratello Lodovico, maggiore di un anno, al collegio gesuitico di Graz dove non rimase a lungo, poiché nel novembre del 1727 i due fratelli entrarono nel collegio dei nobili di Modena. Qui aveva appena terminato il suo corso di studi Sigismondo, che si era trasferito a Salisburgo per seguire gli studi giuridici. Pare che la scelta di Modena per l’educazione dei tre fratelli Attems fosse derivata da un fatto di moda in quanto, se è vero che fino ad allora nessuno proveniente dall’ambiente goriziano aveva frequentato il collegio dei nobili, è altrettanto vero che tra Seicento e inizi del secolo successivo ci furono molti iscritti di area friulana e triestina. Vi erano passati i rampolli delle famiglie Colloredo, Pers, Manin, Spilimbergo, Valvasone, Porcia; da Trieste avevano scelto Modena, per l’educazione dei figli, i Petazzi e i Brigido. I programmi del collegio prevedevano di fornire una cultura cavalleresca confacente alla posizione sociale degli allievi. Poesia e teatro venivano utilizzati per renderli disinvolti e vivaci e anche l’insegnamento delle virtù “mondane”, come canto, musica e ballo, era considerato ormai parte integrante dell’ordinamento di studi. ... leggi Nella corrispondenza tra la madre Elisabetta ed il rettore del collegio, Bartolomeo Sassarini, si legge del progresso dei fratelli negli studi, con una maggiore applicazione per quanto riguarda C.M. che d’altra parte dimostrava una certa avversione per il settore cavalleresco dell’educazione. L’inclinazione verso la carriera ecclesiastica si manifestò a partire dal 1729. Ci fu un tentativo, peraltro fallito, di essere ammesso al collegio germanico di Roma. Il fratello Sigismondo aveva interpretato questo fallimento con il fatto che, precedentemente, il ragazzo non aveva studiato presso i gesuiti; in realtà, come gli chiarì il cardinale Sinzendorf al quale Sigismondo si era rivolto per ottenere un appoggio, ciò era accaduto perché egli proveniva da una istituzione educativa italiana, mentre l’ammissione al collegio era possibile solo per gli alunni dei paesi tedeschi. Tanto è vero che gli suggerì di trasferire per un anno il fratello minore in Germania e ritentare l’ammissione. Terminati gli studi a Modena C.M. si trasferì nel 1732 a Roma, dove si iscrisse al collegio della Sapienza e frequentò il gruppo di ex allievi del collegio di Modena, ai quali il duca estense Rinaldo I aveva messo a disposizione la sua villa di Tivoli, e quello dei friulani, tra i quali Giusto Fontanini e il cardinale Leandro Porcia. Godette inoltre della protezione di illustri personaggi come i cardinali Alvaro Cienfuegos, Antonio Saverio Gentili, Cosmas Imperiali. Il 20 luglio 1735 conseguì la laurea “in utroque jure” e il 6 gennaio 1737 fu ordinato sacerdote dal patriarca di Antiochia, Gioacchino Almanara. Alla fine del 1735 era stato nominato da papa Clemente XII, preposito di Bettenbrunn presso Heidelberg dove, dal 1739, iniziò l’attività pastorale. Nel 1737 divenne canonico del capitolo di Basilea sostituendo Sigismondo di Rainach nominato vescovo di quella sede. Nel 1745 divenne anche tesoriere dello stesso capitolo. Nel 1738 era stato creato Cameriere d’onore di Clemente XII con l’incarico di portare la berretta cardinalizia al vescovo di Passau, Domenico di Lamberg. Durante quel viaggio fece sosta a Vienna e conobbe Maria Teresa. In questo periodo si prospettò la possibilità di risolvere la secolare questione del patriarcato di Aquileia. Anche dopo la perdita del dominio temporale del patriarca quell’incarico continuò ad essere prerogativa dei nobili veneziani, pur inoltrandosi la giurisdizione patriarcale ben all’interno dei domini di casa d’Austria. Da ciò derivarono molte resistenze e antagonismi tra le parti fino a quando, nel 1628, l’imperatore Ferdinando II proibì al patriarca di entrare nei territori a lui spiritualmente soggetti situati entro i confini imperiali. Già da tempo era sentita la necessità di scorporare dal patriarcato i territori austriaci e d’istituire una nuova diocesi, ma i tentativi effettuati nel corso dei secoli precedenti non ebbero successo. L’imperatrice Maria Teresa e papa Benedetto XIV riunirono gli sforzi per giungere ad una conclusione. Il primo passo fu la nomina di un vicario apostolico per i territori “a parte Imperii” della diocesi aquileiese; la scelta cadde sul d’A., creato a tal scopo vescovo dapprima di Menito, poi, mancando notizie certe sull’effettiva vacanza di quella sede vescovile, di Pergamo (20 luglio 1750). La novità più rilevante era costituita dalla nomina di un suddito austriaco. Il 24 agosto, a Lubiana, fu consacrato vescovo da Ernesto d’Attems, vescovo della città, assistito dai vescovi di Trieste, Leopoldo Petazzi, e di Pedena, Bonifacio Ceccotti. Nel breve di nomina a vicario apostolico, egli ricevette anche l’ordine di provvedere alla prima visita pastorale. In un anno, a partire dal mese di ottobre del 1750, visitò Gorizia, il Friuli, la Stiria slovena, la Carinzia e la Carniola. Nel frattempo, il processo messo in atto con l’istituzione del vicariato apostolico si andava rapidamente evolvendo verso l’istituzione di una nuova diocesi, resa possibile, dal punto di vista economico, dal lascito di Agostino Codelli che a questo scopo aveva messo a disposizione 110.000 fiorini e che per contro ottenne di poter presentare il primo vescovo della Chiesa goriziana. Nonostante le resistenze e le proteste di Venezia, il patriarcato venne abolito definitivamente da Benedetto XIV con la bolla Iniuncta Nobis del 17 luglio 1751. Furono istituite due nuove diocesi: di Udine, per la parte veneta dei territori patriarcali, e di Gorizia per la parte austriaca. Alla guida dell’arcidiocesi di Udine rimase l’ultimo patriarca Daniele Delfino, mentre per quella goriziana fu nominato il vicario apostolico (18 aprile 1752). Il 30 agosto il d’A. ricevette il pallio nel duomo di Gorizia; nello stesso giorno gli fu conferito il possesso “in temporale”. La nuova arcidiocesi comprendeva la parte territorialmente più rilevante del soppresso patriarcato. Si estendeva su un territorio molto vasto che andava dalla Drava al mare Adriatico, dalla Croazia alla pianura friulana, comprendendo dal punto di vista politico le contee di Gorizia e Gradisca, il ducato della Carniola (con eccezione di Lubiana), i territori situati a sud della Drava dei ducati di Stiria e Carinzia, Cortina d’Ampezzo nel Tirolo e alcune località croate. I due terzi dei fedeli parlavano la lingua slovena, la restante parte era di lingua friulana e tedesca. L’arcidiocesi di Gorizia ebbe come suffraganee le diocesi di Como, Pedena, Trento e Trieste. Gorizia, che contava allora tra i sette e gli ottomila abitanti, divenne sede arcivescovile e si trovò ad essere centro di una realtà vasta e complessa. L’A. continuò fino al 1767 le visite pastorali alla sua vasta diocesi che comprendeva circa 400 tra parrocchie e vicariati. In Carinzia, dove era presente l’elemento protestante, inviò anche missionari e ripeté con maggior frequenza le visite. Queste (gli Atti, raccolti in ventiquattro volumi, sono conservati nell’Archivio della curia arcivescovile di Gorizia) venivano effettuate con grande scrupolo e attenzione alle reali esigenze spirituali dei fedeli. In queste occasioni egli dimostrava la sua attenzione verso i segni liturgici: impartiva personalmente i sacramenti, visitava gli infermi, predicava e teneva la catechesi agli adulti e ai fanciulli, utilizzando le lingue d’uso nei diversi territori della diocesi. Assisteva all’insegnamento della dottrina e controllava la capacità del clero. Ritenne fondamentale un’adeguata preparazione dei sacerdoti destinati alla cura d’anime e si impegnò per poter istituire un seminario diocesano. Per fondarne uno era necessario, oltre all’approvazione di Roma, il consenso politico ed economico della corte di Vienna. Già nell’aprile del 1754 aveva esposto a corte la necessità di un tale istituto per la formazione di sacerdoti istruiti e capaci, sottolineando che la vastità stessa della diocesi e la varietà delle sue popolazioni rendeva il seminario indispensabile per l’attività pastorale. La richiesta non fu accolta. Nel 1757 quindi, aprì una “domus presbyteralis” per la formazione gratuita, per un anno, dei novelli sacerdoti destinati alla cura d’anime. Per facilitare una rapida diffusione di decreti e lettere pastorali, il 4 gennaio 1754 inaugurò la tipografia arcivescovile, la prima in città, affidata al veneziano Giuseppe Tommasini. La forte coscienza dei doveri pastorali del vescovo, primo fra tutti la residenza, lo portò a rifiutare nel 1757 la decisione della corte viennese di conferirgli il vescovado di Lubiana resosi vacante. Alla vasta diocesi serviva un’organizzazione capillare; per questo favorì l’erezione di nuove vicarie e affiancò dei cooperatori al parroco nelle parrocchie più ampie. In linea con la scelta di Benedetto XIV e con l’approvazione sovrana, ridusse i giorni festivi, ritenuti troppo numerosi, anche perché i contadini avevano difficoltà a sospendere i lavori nei campi specialmente nei mesi estivi. Guardò alla semplificazione e razionalizzazione delle devozioni, con occhio attento alla pietà popolare che poteva facilmente scadere nella superstizione, come testimoniato dalle numerose indicazioni su processioni, feste religiose e confraternite. Fin dal 1757 aveva richiesto a Vienna la possibilità di convocare un sinodo diocesano in cui si potessero meglio delineare e codificare le direttive pastorali e disciplinari. La prima sessione fu aperta solo il 15 ottobre 1768; durò quattro giorni. Le costituzioni sinodali, in quarantacinque articoli, a Vienna subirono correzioni e censure: una volta rispedite a Gorizia, l’A. non ritenne di pubblicarle. Mantenne una posizione antigiurisdizionalista e si pronunciò contro la soppressione della compagnia di Gesù e contro le leggi sulla limitazione degli ordini religiosi. I contrasti con la corte viennese non gli pregiudicarono in alcun modo la stima che nei suoi confronti era stata manifestata da Maria Teresa che lo aveva nominato, già nel 1751, intimo consigliere di Stato. Altro importante riconoscimento gli venne nel 1766 da Giuseppe II: fu creato principe del Sacro Romano Impero, dignità poi legata alla sede arcivescovile. Nel suo ministero rivolse costante attenzione ai poveri; lo dimostrano i suoi numerosi provvedimenti in loro favore. Aprì un Monte di pietà cedendogli la sua dote. Nel 1756 ottenne di aprire l’ospedale di S. Raffaele per offrire ricovero ai vecchi e agli infermi. Si prodigò durante le gravi carestie nei territori della diocesi, chiedendo aiuto al governo locale e a Vienna. La sua casa fu sempre aperta ai bisognosi. L’assiduo impegno per una moderna organizzazione della diocesi e la cura pastorale non gli impedirono di affrontare i grandi problemi teologici ed ecclesiastici che riguardavano la chiesa universale. Nel 1764, in occasione della presenza a Gorizia di Michele Woronzov, gran cancelliere di Russia, iniziò con lui un colloquio per il progetto di unione con la Chiesa orientale. Le fatiche derivanti dall’assiduità dell’impegno profuso nel suo ministero pastorale, la salute malferma aggravata nel 1768 da una affezione di probabile natura cardiaca, lo consigliarono di chiedere a Vienna e alla Santa Sede un vescovo coadiutore, che indicò nella persona del suo coadiutore e decano del capitolo metropolitano, Rodolfo d’Edling, la cui consacrazione episcopale avvenne il 4 febbraio 1770. Morì il 16 febbraio 1774 per un colpo apoplettico e la salma, secondo la sua stessa volontà, fu tumulata nella chiesa del seminario.

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Bibliografia

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