AUDO

AUDO

nobile longobardo

Immagine del soggetto

Riproduzione grafica dell’anello sigillare di Audo.

A. è un antroponimo germanico che appare abbastanza diffuso nell’altomedioevo sia in Italia che negli altri territori dell’Europa settentrionale. Nella penisola la sua più antica attestazione su una pergamena originale risale al 732 in cui un personaggio con un tale nome compare come notaio del re. Esiste però una testimonianza precedente, relativa ad un anello aureo, non più rintracciabile, pubblicato però con un disegno nel XVIII secolo dal Muratori nel volume XVI delle Antiquitates Italicae medii aevi. Il manufatto, stando all’immagine tramandata, rientra a pieno diritto tra gli altri anelli sigillari longobardi conosciuti. Al centro di un campo definito da una cornice di perline vi era l’incisione frontale di un personaggio barbuto con testa piriforme e capigliatura lunga che arriva sin sopra le orecchie e presenta una scriminatura centrale. Forse la mano era sollevata in posizione benedicente come negli altri tipi noti. Attorno all’immagine, lungo il bordo dell’anello, vi era l’iscrizione – incisa in senso retrogado visto che si tratta di un tipario – in cui si leggeva il nome AUDO SS preceduto da una croce. Le lettere del nome risultano realizzate in capitale con la sola D, simile al delta greco, che mostra una forma un poco strana, probabilmente riconducibile al tipo della D tagliata: caratteristica paleografica affatto rara nell’ambiente germanico. Le due ultime lettere, le meno chiare dell’iscrizione, potrebbero essere sciolte come “s(igillum) s(ignavi)” o “s(ub)s(cripsi)”. Si tratta dunque dell’anello sigillare di un certo A., personaggio che possiamo considerare un elemento di alto rango nell’ambito della compagine longobarda. Egli visse probabilmente nel VII secolo, periodo entro il quale si possono infatti collocare gli altri anelli sigilli per i quali è possibile stabilire una cronologia certa. Essi paiono affermarsi proprio tra i primi decenni del VII secolo e l’età di Rotari. ... leggi Interessante appare la possibilità di riscontrare un legame del personaggio con l’area friulana, in relazione al probabile luogo di ritrovamento che si può ipotizzare per questo anello. Il Muratori infatti ne ebbe notizia tramite il conte Capponi che indica la provenienza del pezzo dal mercato antiquario veneziano, segnalando però come in precedenza fosse passato per altre mani, tra cui quelle di Giovan Francesco Beretta (1678-1768), nativo di Udine e figlio del conte Bernardino Beretta, considerato in quel periodo come il miglior conoscitore delle vicende friulane. Giustamente Wilhelm Kurze, insigne storico che si è occupato del problema degli anelli sigillari longobardi, ha sottolineato come l’interesse per questo anello da parte dell’illustre erudito udinese, storico e non antiquario, potesse essere legato alla sua provenienza proprio dall’area friulana. A., secondo questa ipotesi, sarebbe dunque un notabile longobardo friulano, da collocare tra le più alte schiere dei dignitari presenti nel ducato, possessore di un prestigioso segno di potere quale può essere considerato un anello sigillare aureo. Sinora non sono stati rinvenuti altri tipari di questo tipo in ambito friulano, anche se non mancano sepolture longobarde che hanno restituito anelli aurei, indubbi simboli di rilevanza sociale. Nel ducato risiedevano comunque fin dall’epoca della conquista le stirpi più nobili del popolo longobardo e, data la rilevanza che ebbe, con forti spinte autonomistiche, questo territorio di frontiera, anche in seguito fu al centro delle più importanti lotte di potere del regno. Il ruolo di A. in relazione al possesso di un simile anello appare comunque ancora sostanzialmente da definire e partecipa della generale discussione sul valore di questi manufatti nel mondo longobardo. Sulla base del significato che i sigilli avevano in epoca altomedievale presso altre culture, è stata proposta una linea di interpretazione che indicava nella raffigurazione centrale l’immagine del sovrano e nell’iscrizione il possessore dell’anello. Questo doveva dunque essere un donativo del re e chi lo portava assumeva una funzione di rappresentanza: era cioè una sorta di “referendarius” regio cui poteva esser delegato l’esercizio di alcuni poteri, tra cui quello di amministrazione di terre fiscali o di aree il cui controllo risultava particolarmente importante perché di rilevanza strategica. Un’altra ipotesi suggerisce invece che anche l’immagine rappresentata potesse essere quella del possessore – ma forse in questo caso sarebbe meglio dire proprietario – evidenziato dall’iscrizione. Indubbiamente anche secondo questa tesi l’anello continuerebbe ad essere un simbolo di potere, ma sarebbe più labile la possibilità di identificare coloro che se ne fregiavano come funzionari rappresentativi della corona o di altra istituzione. Anche ammettendo che la figura del busto frontale non rappresenti necessariamente un personaggio reale, ma sia una sorta di emblema dell’“auctoritas”, permane sempre il problema dell’identità sociale e politica dei detentori degli anelli. In ogni caso, A., funzionario regio o nobile locale con non ben precisati poteri, troverebbe una sua degna collocazione nel panorama sociale, politico e militare del ducato longobardo friulano dove emergono infatti altre situazioni in cui elementi della classe dominante assurgono ad una rilevanza particolare nell’ottica del governo o della amministrazione del territorio e per i quali, come nel caso di Ansfrid del castello di Ragogna, non si esclude un diretto legame con le più alte sfere “istituzionali” del regno e con incarichi di rappresentanza.

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Bibliografia

MURATORI, Antiquitates Italicae, XVI; O. VON HESSEN, Anelli a sigillo longobardi con ritratti regali, «Quaderni ticinesi di numismatica e antichità classiche», 11 (1982), 305-312; G.M. DEL BASSO, Sigilli longobardi, «Forum Iulii», 14 (1990), 43-61; I Signori degli anelli. Un aggiornamento sugli anelli sigilli longobardi in memoria di Otto von Hessen e Wilhelm Kurze. Atti della giornata di studio (Milano, 17 maggio 2001), a cura di S. LUSUARDI SIENA, Milano, Vita e pensiero, 2004.

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