BELLONI ANTONIO

BELLONI ANTONIO (1480 - 1554)

notaio, umanista

Immagine del soggetto

Autografo di Antonio Belloni (Udine, Biblioteca civica, Principale, 566/2, f. 85r).

Nato a Udine il 16 gennaio 1480 da un Luca stringario, originario di Bressanone e di madrelingua tedesca, artigiano, e da Eva, probabilmente friulana di Adorgnano presso Tricesimo, il B. prese il cognome, già diffuso in Friuli, forse proprio dalla madre. Ebbe tre fratelli, Pietro, Iacopo detto il Rosso, e Germano, e almeno due sorelle, Bernardina e Rosa. La famiglia del B. abitava nel 1495 in borgo del Fieno, l’odierna via Cavour, nella casa acquistata dal padre da Giovanni Coderlizio. Studiò a Udine sotto la guida di maestri come Ioannis Demetis, e negli anni dell’adolescenza ebbe la possibilità di avvalersi dell’insegnamento di umanisti come Gregorio Amaseo, Gian Francesco Superchio detto Filomuso da Pesaro, Giambattista Uranio, Daniele Gaetani da Cremona, e dei friulani Francesco Diana da Cordovado e Agostino Geronimiano di Udine, ottenendo, come dimostrano la sua produzione epistolare e le sue opere in prosa e in poesia, una solida preparazione letteraria sui classici latini. Seguì poi gli studi giuridici, frequentando la scuola di “Instituta iuris” per preparsi alla professione notarile. Al servizio fin da giovane del cardinale Domenico Grimani patriarca di Aquileia, in veste di segretario patriarcale, fu dal marzo 1499 al suo seguito a Roma alla curia pontificia, da dove, come testimoniano le iscrizioni latine che raccolse durante la sua permanenza, trasse importanti stimoli per la sua formazione umanistica, e cui rimase legato anche in seguito, mantenendo rapporti di natura commerciale con la famiglia Farnese documentati ancora nel 1549 dalla sua corrispondenza con papa Paolo III. Lasciata Roma probabilmente nel 1501, dopo aver accompagnato il Grimani a Venezia, fece ritorno a Udine, dove già nel gennaio del 1502 esercitava la professione notarile. ... leggi Prima del marzo di quest’anno si sposò con Margherita figlia del notaio Antonio Pilosio da San Daniele, dalla quale avrebbe avuto i figli Germano e Bellono, e altre sette figlie (tra le quali Elisabetta, Benedetta, Francesca e Camilla), dimorando già nel 1504 in contrada di Piazza (l’odierna piazzetta Belloni). L’attività pubblica del B. si gravava progressivamente di impegni, con la nomina nel 1504 a cancelliere del capitolo della cattedrale (ufficio che pare poi abbia mantenuto fino al 1519) e a membro del consiglio della città. L’accumularsi delle incombenze professionali e degli incarichi costrinse probabilmente il B. a diminuire il carico di lavoro presso il Grimani, che avrebbe poi ripreso per un settennato con l’incarico di cancelliere “a libellis” dopo il 1513, mansione lasciata nel 1520 al figlio Germano. La vicinanza con il cardinale Grimani aveva offerto al B., accanto all’opportunità di entrare in contatto con l’ambiente umanistico romano e della curia, con tutta probabilità anche l’occasione di studiare i codici manoscritti che il patriarca stava raccogliendo per la sua ricca biblioteca, ottenendo così di leggere direttamente dagli originali molti degli autori classici incontrati durante gli studi scolastici e di dotarsi di una preparazione retorica e culturale di alto profilo. Fu certo per queste ragioni, oltre che per le sue conoscenze giuridiche e forse anche, a qualche livello, della lingua madre paterna, che nel settembre del 1511, insieme con Ermacora da San Daniele e Bernardino Bertolla, fu inviato in ambasciata al campo imperiale di Massimiliano d’Asburgo attendato a Colloredo di Prato per trattare le condizioni di resa della città. Verso la fine del 1512 fu nominato cancelliere della comunità di Udine, e negli anni successivi, parallelamente all’affermazione nell’attività professionale con l’elezione a priore del collegio dei notai, poi conseguita per cinque mandati dal 1515 al 1540, fu ripetutamente chiamato a incarichi delicati e di responsabilità: per esempio nell’ottobre del 1514, quando partecipò alle trattative svoltesi a Gradisca per la pacificazione tra Venezia e l’Impero; oppure nel 1529, quando con Giacomo Florio fu consultore dei tre arbitri nominati per realizzare i termini del trattato stipulato a Bologna tra la Repubblica di Venezia, l’Impero, il Papato, Ferdinando arciduca d’Austria e Francesco Sforza; e ancora negli anni 1532-33 nell’ambito del congresso di Trento, con il compito di reperire documenti utili a sostenere gli interessi veneziani in Friuli nelle trattative con gli imperiali per la definizione dei confini in seguito ai trattati di Worms del 1521. La vita privata del B., come dimostra il ricco epistolario inedito, prendeva proprio a partire dal 1520 il predominio sulla sua attività pubblica, svolgendosi in ogni situazione sotto il segno della cura degli interessi familiari. A partire dall’educazione dei figli Germano e Bellono, i quali infine mal corrisposero al desiderio del padre di veder stabilmente garantita la propria discendenza, l’uno abbracciando lo stato ecclesiastico e l’altro morendo nel guadare il Natisone il 10 dicembre 1544; al viaggio verso Bressanone cui lo stesso B. si accinse nell’aprile 1532, per conoscere e stabilire legami con i propri ascendenti paterni; ai suoi tentativi di accasare onorevolmente le figlie, non andati a buon fine nel caso della preferita Benedetta, sposata al geloso e violento letterato sandanielese Giampietro Astemio che le avrebbe causato la morte, e invece pienamente realizzati con Francesca e Camilla, unitesi rispettivamente a Giannantonio Falcidio e, nel 1549, all’eruditissimo e celebre Francesco Robortello; con quest’ultimo il suocero intrattenne un rapporto stretto e intimo, aiutandolo a mitigare i contrasti che egli ebbe con G. B. Egnazio, dopo essergli successo nell’insegnamento di grammatica e lettere latine e greche a Venezia. Infine agli sforzi dedicati dal B. a dare al nipote Paolo di Bellono la formazione giuridica necessaria a preservare la tradizione e le acquisizioni familiari; Paolo, avendo il B. tentato senza successo di trovargli a Padova sistemazione presso il famoso giurista Tiberio Deciani, per poi indirizzarlo al contubernio del dotto Giambattista Privitellio prima, e infine a quello di Iacopo Imolense, mancò nel dedicarsi con diligenza agli studi e disattese infine le aspettative del nonno. Il B., afflitto dalla podagra che lo aveva via via limitato nell’esercizio dell’attività professionale, delle proprie prerogative di natura pubblica e anche in quelle di pater familias, morì a Udine il 15 maggio 1554, suscitando generale cordoglio nella comunità udinese e friulana, che lo onorò con una seduta commemorativa del collegio dei notai, in cui furono recitate diverse orazioni funebri, e con la sepoltura nel duomo della città. L’opera culturale del B., frutto di una buona formazione umanistica i cui risvolti sono ancora da illuminare nei particolari, e di un’attività instancabile sempre profondamente innestata nella sua vita pubblica, professionale e familiare, si concentrò nei campi della ricerca storico-documentaria, nella memorialistica, nell’antiquaria e in quello della razionalizzazione della pratica notarile; parallelamente, studiò e praticò i principi e gli strumenti della retorica, con finalità operative. Accanto al ricchissimo epistolario inedito che è prova dei suoi legami con la comunità friulana dei dotti e degli stretti rapporti avuti con membri di influenti famiglie veneziane come i Badoer e i Venerio, e insieme testimonianza della nota eleganza e della vivacità della sua prosa latina, alle diverse sillogi di iscrizioni, documenti del suo gusto antiquario esercitato con letture di lapidi a Roma, in Veneto, e nelle città di Aquileia, Trieste e Pola, e a non poche poesie in latino, il B. lasciò una vasta produzione di opere manoscritte: dalla trattatistica di materia storica di natura cronachistica e memorialistica (memoriali di interesse friulano e specificamente aquileiese; e, a proposito dei fatti bellici e i rivolgimenti del Friuli tra il 1508 e il 1511, i cosiddetti Annales Atri e il De clade Turriana), biografica (il De vitis et gestis patriarcharum Aquileiensium) e giuridica (il De tabellionum officio, ora perduto, e il Libellus de Patriae feudis), anche sotto forma di dialogo (come il De lite Falcidiana e la discussione, anch’essa in latino, sui compiti dei giureconsulti e dei notai), a una notevole quantità di appunti di carattere documentario e di studio (Excerpta de diversis […]). Ma al di là della grande importanza attribuita dal B. allo studio della storia e alla ricerca storico-documentaria, questo stesso materiale, insieme con il suo epistolario, rivela l’alta considerazione nella quale egli teneva la letteratura latina classica. Plauto, Catullo e Virgilio, ma più ancora Sallustio, Cicerone e Quintiliano erano stati per il B. materia di studio e di riflessione, e la speciale attenzione indirizzata verso la retorica fu per il notaio e umanista finalizzata a dotarsi di un efficace strumento nell’esercizio delle incombenze pubbliche, nello svolgimento della vita professionale e, sotto alcuni aspetti, per la gestione degli affari familiari. Parallelamente il notaio e umanista B. ebbe un forte interesse per la tematica pedagogica, alimentato, oltre che da moventi di matrice appunto umanistica, dall’esigenza pratica di formare figli e nipoti alla preservazione e all’accrescimento delle sostanze familiari, come attestano ancora le sue lettere, e come testimonia anche il dialogo, inviato al nipote Paolo, intitolato De ratione sodalium (che ha come personaggi i sandanielesi Leonardo Corizio Carga e Giampietro Astemio), dove il B. delinea i principi dell’educazione umanistica. Sullo stesso piano sta il rilievo che per il B. assumono gli strumenti della mnemotecnica utilizzati per l’apprendimento, come sembrano, infatti, indicare gli alberi diagrammatici presenti negli zibaldoni manoscritti del B. usati per suddividere le parti della retorica e per organizzare argomenti di materia giuridica, dispositivi di un metodo già inserito nelle innovazioni didattiche introdotte dal genero Robortello nel suo insegnamento a Venezia. La produzione poetica del B., tutta in latino, che non pare distinguersi per particolare originalità, è invece significativa per alcuni epigrammi dedicati a personaggi come Romolo Amaseo e Christophe de Longueil (Longolius), punti di riferimento nella polemica cinquecentesca tra latino e volgare per i difensori dell’uso della lingua latina e i paladini del ciceronianesimo. Il B. ne condivideva le posizioni a tal punto che nel suo epistolario è interdetto l’uso del volgare toscano: a Federico Badoer che nel settembre del 1549 gli aveva inviato una lettera scritta in volgare egli rispose in latino, mentre riservava la lingua volgare friulana per le comunicazioni pratiche e di rappresentanza. Emblematica in questo senso è la lettera inviata nel 1553 ai consiglieri della comunità di Udine («Signors de magnifiche convocation et di consegl») per raccomandare il nipote Giuseppe di Strassoldo («Seff di Strasold») e il genero Robortello («mio ziner lu Robortell excellent»), rispettivamente per un posto all’Ufficio ai crimini («al uffici dal criminal») e nello stesso consiglio («al consegl par consiglir»).

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Bibliografia

ASU, NA, b. 5448, Protocolli 1502-1506 (f. 1r: atto sottoscritto Antonio B. datato «die vigesima secunda mensis ianuarii 1502»); Ibid., 5519 (testamento del 29 gennaio 1527, notaio Sebastiano Decio); Ibid., 5495, Protocolli 1532 (dialogo sui compiti dei giureconsulti e dei notai); Ibid., 5503 (De ratione sodalium); mss BCU, Principale, 373 (lettera 1553 a consiglio Udine); Ibid., 566 (scritti memorialistici); Ibid., 683 (De Turrianis nuper obrutis []); Ibid., 1625 (Excerpta de diversis […]); Ibid., Joppi, 442 (De lite Falcidiana); Ibid., Manin, 913 (ex 1552) (de vitis, gestisque patriarcharum Aquileiae libellus; Libellus de Patriae feudis; memoriale sulla storia della diocesi di Aquileia). Altre opere manoscritte nei protocolli notarili dell’ASU, nei fondi Principale e Joppi della BCU, e segnalate in Mazzatinti e Iter Italicum.

Per i manoscritti contenenti le lettere del B.: P. TREMOLI, Un epistolario inedito del Cinquecento friulano, in Studi su San Daniele del Friuli, Udine, AGF, 1978 (Antichità Altoadriatiche, 14), 129-130. A. BELLONI, De vitis et gestis patriarcharum Aquileiensium, Milano, Società Palatina, 1730 (Rerum Italicarum scriptores, 16) (= Bologna, Forni, 1980), 23-106; ID., Tractatus de feudis olim per patriarcham Aquileiensem concessis, in L.A. MURATORI, Antiquitates Italicae medi aevi, Milano Società Palatina, 1742, I, 639-656.

LIRUTI, Notizie delle vite, I, 225-237; D. TASSINI, La rivolta del Friuli nel 1511[…], «Nuovo archivio veneto», s. ... leggi II, 39 (1920), 142-154; P. PASCHINI, Un documento sul notaio Antonio Belloni e la sua famiglia, «MSF», 20 (1924), 164-169; F.D. RAGNI, Umanisti friulani. Intorno alla morte d’A. B. (Documenti e versi inediti), Udine, Doretti, 1927 (estr. dall’Annuario del R. Liceo Scientifico di Udine per l’anno scolastico 1925-1926); A. BONOMI, Antonio Belloni e le sue lettere familiari, «Annuario del r. Liceo-Ginnasio Iacopo Stellìni di Udine», 10 (1930-31), 47-56; SOMEDA DE MARCO P., Notariato, 59-64; A. PETRUCCI, Belloni, Antonio, in DBI, 7 (1965), 768-769 (con bibliografia anche sulle sillogi epigrafiche del B.); P. TREMOLI, Un epistolario inedito del Cinquecento friulano, in Studi su San Daniele del Friuli, Udine, AGF, 1978 (Antichità Altoadriatiche, 14), 127-157 (segnala le tesi di laurea sull’epistolario belloniano condotte dalle sue allieve che ne hanno dato l’edizione critica: D. ANTONIAZZI, R.M. GISMANO, L. PETRIS e P. MUSINA); M. VENIER, Belloni, Robortello ed Egnazio: nuovi e vecchi documenti su una contesa umanistica, «Metodi e ricerche», n.s., 17 (1998), 51-66; M. MANIASSI, Antonio Belloni: un umanista tra le carte di un notaio nella Udine del Cinquecento, in Studi in memoria di Giovanni Maria Del Basso, a cura di R. NAVARRINI, Udine, Forum, 2000, 143-170 (con preziose indicazioni sui manoscritti belloniani presso l’ASU e la BCU).

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