BELLOTTI BON LUIGI

BELLOTTI BON LUIGI (1820 - 1883)

attore, impresario teatrale

Immagine del soggetto

L'attore e impresario teatrale Luigi Bellotti Bon.

Offre il paradigma esemplare del “figlio d’arte”, in potenza fin dai dati anagrafici, quando la civiltà teatrale italiana era animata da famiglie d’attori viaggianti che si trasmettevano lungo le generazioni, con apprendistato interno da bottega parentale, i segreti, le pratiche e la passione del mestiere. Era infatti figlio di attori già affermati, scritturati entrambi nella Compagnia primaria diretta dall’udinese Giacomo Dorati: di Luigia Ristori, avvenente primattrice veneziana, discendente da un’antica famiglia di comici, attivi fin dal Seicento e, tra l’altro, zia della futura «grand’attrice» Adelaide, e di Luigi Bellotti, nato a Rovigo da agiata condizione borghese. L’educazione all’arte venne a Luigi anche dal patrigno Francesco Augusto Bon, con cui la madre si risposò nel 1824, dopo la precoce morte del marito (1820), attore-capocomico di gran nome, oltre che di nobili origini e apprezzato autore di una quarantina di commedie di sapore goldoniano (tra esse, la celebre trilogia di Ludro, un “carattere” alla maniera del Momolo cortesan). Fu questo secondo padre (per riconoscenza Luigi ne assunse anche il cognome, associandolo al suo) che avviò la carriera dell’amato figlio adottivo e perciò lo portò via da Udine, dove Luigi era nato “per caso” nel 1820 (i genitori tenevano allora delle recite con la Compagnia Dorati al Teatro Sociale della città) e dove poi era rimasto fino al completamento degli studi liceali, assimilando del tutto l’atmosfera udinese e anzi da allora – racconta Nico Pepe – «considerando il Friuli come sua patria» del cuore. La fama di B. non è tuttavia legata solo al talento d’attore particolarmente signorile, stimato dal pubblico – dice Cesare Morinello – «per la garbata comicità e il sicuro istinto scenico nelle improvvisazioni». Erano doti naturali che poi si affinarono all’interno di varie compagnie primarie di cartello, da quella del maestro Gustavo Modena alla Lombarda e infine alla Compagnia Reale Sarda. ... leggi In quest’ultima B., come attore “brillante”, recitò al fianco della cugina Adelaide Ristori, che seguì per un po’ anche in seguito, in tournèe all’estero e in Italia, dopo lo scioglimento della gloriosa Compagnia sabauda nel 1855, avvenuta non a caso a ridosso dell’unità d’Italia. Soprattutto, il genio di B. si dispiegò nel ruolo di capocomico magistrale, tra i maggiori dell’Ottocento per l’accuratezza della recitazione complessiva e delle scene, la rara disciplina di lavoro e la volontà di stimolare un moderno repertorio nazionale, finalmente libero dalla sudditanza a quello straniero, specialmente francese. Con questi intenti, grazie alla munificenza del banchiere triestino Pasquale Revoltella, costituì nel 1859 una grande compagnia, scritturandovi attori eccellenti, tra i quali, per amore di cronaca curiosa, anche l’udinese Anna Miani (1817-1888), già primattrice con la compagnia di Giuseppe Moncalvo, celebre maschera di Meneghino, e suo figlio Enrico Belli-Blanes. Ma in particolare B., assecondando in altro modo uno spirito patriottico, di cui in gioventù aveva dato prova nel 1848 anche come soldato volontario tra gli studenti padovani (combatté a Montebello Vicentino), si impegnò a commissionare nuovi testi agli autori italiani più noti, quali, tra i tanti, Paolo Ferrari e poi Leopoldo Marenco, Felice Cavallotti, Giuseppe Giacosa, Ferdinando Martini. Ne nacque dunque una “compagnia modello” (celebre il trionfo a Firenze nel 1867 della commedia I mariti di Achille Torelli), i cui successi artistici ed economici indussero B. nel 1873 al proposito ambizioso di una sorta di monopolio e di arbitrato nazionale, con lo smembramento del complesso originario e con la costituzione di tre nuove compagnie, tutte di sua proprietà e dirette rispettivamente da lui stesso, Cesare Rossi e Giuseppe Peracchi. Tuttavia, queste nuove formazioni, artisticamente più disomogenee e spesso in concorrenza tra di loro e con altre, non raggiunsero più l’eccellenza della prima. Gravato allora da debiti sempre più consistenti, accentuati anche dalla pressione fiscale, e costretto a ritornare ad un solo complesso, B. consegnò la sua amarezza crescente allo scritto polemico del 1875 Condizioni dell’arte drammatica italiana, un duro attacco anche contro il disinteresse dello Stato all’arte del teatro. Infine, sfiduciato e incapace di reperire la somma di 16.000 lire utili a far fronte a degli impegni immediati, si suicidò a Milano nel 1883 sparandosi un colpo di rivoltella, per beffa del destino poche ore prima del messaggio positivo di un amico, l’unico, su quattro contattati, deciso ad assicurargli la sospirata sovvenzione. Fu una tragica conclusione che – commenta ancora Cesare Morinello – «produsse una crisi artistica ed economica» durata poi lunghi anni. Ma, al di là del “caso” in sé, essa assume la livida valenza simbolica dell’endemica incertezza e difficoltà in cui versa la vita teatrale italiana, non solo – evidentemente – nel secolo XIX.

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Bibliografia

L. BELLOTTI BON, Condizioni dell’arte drammatica italiana, s.l., s.n., 1875, ora ristampata in V. PANDOLFI, Antologia del grande attore, Bari, Laterza, 1954, 103-111; C. MORINELLO, Luigi Bellotti-Bon, in Enciclopedia dello spettacolo, 2, Roma, Le Maschere, 1954, 214-215; N. PEPE, Teatri e teatranti friulani dal ’400 ai primi del ’900, Udine, AGF, 1978, 121-124.

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