BIASUTTI ADRIANO

BIASUTTI ADRIANO (1941 - 2010)

politico

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Adriano Biasutti, presidente della regione Friuli Venezia Giulia dal 1984 al 1991.

Nacque a Palazzolo dello Stella (Udine) il 14 ottobre 1941. Frequentò il liceo scientifico presso l’Istituto Bertoni di Udine. Si iscrisse successivamente alla Facoltà di scienze politiche dell’Università di Trieste, ma interruppe gli studi per seguire la sua vocazione, la politica, cui si dedicò con grande passione ed intelligenza. Aderì giovanissimo alla Democrazia cristiana, partito di cui fu per molti anni leader indiscusso in Friuli. Dal 1965 al 1970 fu segretario del presidente della provincia di Udine, l’avvocato Vinicio Turello. La sua storia politica si intrecciò strettamente con le trasformazioni sociali, economiche ed istituzionali del Friuli Venezia Giulia avvenute dopo il terremoto, e con le vicende politiche nazionali che segnarono la fine della cosiddetta Prima Repubblica. Eletto consigliere regionale nel 1973, con oltre 38.000 preferenze, fu assessore ai lavori pubblici dal 1979 al 1984 e presidente della giunta regionale dal 1984 fino al 31 dicembre 1991, quando si dimise per potersi candidare al parlamento italiano. Nelle elezioni politiche del 1992 fu eletto alla Camera dei deputati, in quella terribile XI legislatura che, travolta dalla delegittimazione della classe politica e dei partiti per l’emergere del sistema di corruzione, terminò appena nel 1994, rassegnata e incapace di alcuna reazione di fronte all’ondata giustizialista, ultima dell’era politica cominciata con la fine della seconda guerra mondiale. In un articolo sul «Corriere della Sera» del 17 giugno 1993, dal titolo E Adriano il Supremo vota la sua condanna, dedicato all’approvazione da parte della Camera della nuova legge elettorale (imperfettamente) maggioritaria, l’autore raccolse il commento di B.: «Per quelli come me credo che non ci sia più niente da fare». Nelle elezioni politiche dell’anno successivo, infatti, non si candidò. In quelle elezioni il Partito popolare, in cui si era trasformata la Democrazia cristiana, la forza politica alla guida del Paese dal dopoguerra, racimolò in regione un misero 15, 6 per cento dei voti, mentre Forza Italia, che si presentava per la prima volta, raggiunse il 24, 3 per cento. ... leggi Era finita un’epoca politica, caratterizzata dalla presenza, favorita ed assicurata dal sistema elettorale proporzionale, di partiti fortemente ideologizzati che sostanzialmente gravitavano attorno alle due formazioni maggiori – la Democrazia cristiana e il Partito comunista – e che rendevano la lotta politica scontro di visioni del mondo contrapposte e di valori molto distanti fra di loro ed inconciliabili. Gli effetti del crollo dei regimi comunisti dell’Europa orientale (1989) si erano riverberati anche sul sistema politico italiano. Di lì a poco, B. pagò in prima persona per colpe anche non sue, travolto dal collasso del sistema dei partiti consolidatosi nei quasi cinquant’anni dalla ripresa della democrazia in Italia, e passato tristemente alla storia come “tangentopoli”. B. venne condannato e affidato, per un certo tempo, ai servizi sociali. Visse questa esperienza, che lo segnò profondamente sul piano umano, presso la Casa dell’Immacolata di don De Roia. Non riprese più alcuna attività pubblica, anche se continuò ad interessarsi della politica regionale, con la profonda passione che lo aveva sempre accompagnato e con la grande competenza e lucidità di analisi che tutti, anche gli avversari, gli riconoscevano. Che la sua uscita dalla vita politica regionale coincida con la fine di un’epoca, lo conferma un dato apparentemente marginale. Da quando cominciò a funzionare (1965) a quando B. lasciò la presidenza della giunta per candidarsi al parlamento (1991), alla guida della regione autonoma Friuli Venezia Giulia furono in tutto tre presidenti: Alfredo Berzanti (1965-1973), Antonio Comelli (1973-1984) e, appunto, B. Dal 1991 al 2003, anno in cui l’introduzione del nuovo sistema elettorale con elezione diretta del presidente della regione ne garantisce la durata in carica per tutta la legislatura, si succedettero ben otto presidenti, appartenenti a cinque formazioni politiche diverse. Le elezioni regionali del 1993 rappresentarono lo spartiacque fra un sistema politico consolidato e ben leggibile ed uno molto fluido ed indeterminato. La Democrazia cristiana, da sempre il partito dominante, ottenne appena il 22, 3 per cento dei voti, mentre la Lega Nord riportò un sorprendente e imprevisto successo, con il 28, 5 per cento dei consensi, ed un suo esponente, Piero Fontanini, divenne il primo presidente non democristiano della regione. Gli anni della presidenza di B. furono segnati da grandi trasformazioni sociali ed economiche. Da assessore nella giunta guidata da Antonio Comelli, il cui nome è strettamente associato alla formidabile reazione che l’amministrazione regionale seppe opporre al disastroso terremoto che aveva colpito il Friuli, guidò con determinazione il processo di ricostruzione, contribuendo a realizzare quel “modello Friuli” che è diventato sinonimo di efficienza, partecipazione, responsabilità sia individuale che collettiva nella gestione delle emergenze e del processo di ripristino di un sistema territoriale distrutto da eventi non controllabili. Possono essere compresi in tale “modello” l’invenzione e l’avvio della Protezione civile. Nel 1986 venne approvata la legge istitutiva della Protezione civile regionale, che costituì il riferimento per la successiva legislazione nazionale e per le altre regioni. Introduceva il concetto di prevenzione, prevedeva una gestione unitaria delle emergenze, istituiva una struttura capillarmente diffusa su tutto il territorio regionale e attribuiva un ruolo fondamentale al volontariato per prevenire il verificarsi di eventi disastrosi e per affrontare il post-disastro. Le violenti scosse del maggio e settembre 1976 marcarono la discontinuità nella storia del Friuli, fra un prima, agricolo-artigianale, sostanzialmente immutato per un lungo tempo, e un dopo, segnato dal rapido succedersi di profonde trasformazioni economiche e culturali. Il processo di ricostruzione, come sintetizzò B., «Fu un messaggio corale, un moto dal basso e nelle stesse assemblee popolari si agganciò la ricostruzione allo sviluppo. E la politica era lì a guidare, insieme per centrare il bersaglio». Il Friuli, come richiesto da tutti, fu ricostruito “dov’era”, ma il “com’era” fu un obiettivo non centrato. Il Friuli uscito dal terremoto non era più lo stesso. Né poteva continuare ad esserlo. Il disastro non aveva solo provocato morti (983), disagi tremendi (circa 100.000 persone senza tetto) e danni materiali (18.000 case distrutte e 75.000 danneggiate, 450 fabbriche colpite); aveva impresso una accelerazione formidabile alla trasformazione sociale ed economica di un territorio che da poco aveva timidamente iniziato il passaggio ad una economia industriale. Si può dire che il Friuli dopo il terremoto bruciò le tappe del processo di modernizzazione. I segni più evidenti furono le trasformazioni della famiglia, tradizionale caposaldo dell’organizzazione sociale friulana, sia come struttura sia nella sua dimensione culturale: il contrarsi del numero dei componenti, con la scomparsa anche nelle aree rurali della tradizionale famiglia patriarcale e l’affermarsi delle famiglie nucleari, il diffondersi dei matrimoni celebrati con il solo rito civile, il calo della natalità, l’innalzamento dell’età del matrimonio e della nascita del primo (e spesso unico) figlio. Dalla fine degli anni Settanta il saldo naturale della popolazione (numero dei nati meno il numero dei morti in un anno) è sempre stato negativo. A livello politico le positive esperienze del decentramento di ampi poteri ai comuni nel processo di ricostruzione e della diffusa partecipazione popolare nelle decisioni riguardanti la ricostruzione, legittimarono un modello organizzativo del sistema regionale fondato su molteplici enti, consorzi, centri decisionali ed operativi, tutti però raccordati in un disegno consapevole di modernizzazione sia dell’amministrazione regionale sia della politica regionale. B. attribuiva alla politica il compito di guidare le trasformazioni sociali ed economiche, ne difendeva l’autonomia da altre forze che perseguivano legittimi interessi di parte, la riconduceva ad un progetto che doveva essere condiviso ma che doveva anche essere attuato. Questa concezione della politica lo portava a moltiplicare i luoghi di governo della sanità, del territorio, dell’economia e nello stesso tempo ad assumere pienamente la responsabilità della guida unitaria della regione; per esempio, furono istituite dodici Unità sanitarie locali (USL). Ciò favorì il formarsi di personale politico ed amministrativo numeroso e competente, profondamente radicato nel territorio e strettamente collegato con la gente, anche attraverso un intenso rapporto interpersonale. Occorre aggiungere che tutto questo fu reso possibile dalla consistente disponibilità di risorse finanziarie. Non si poneva, ancora, il problema del costo della politica. Nel 1978 la regione si era dotata, prima fra le regioni italiane, del PUR (Piano urbanistico regionale), strumento fondamentale per il governo del territorio. Con questo fu possibile contemperare le esigenze, a volte conflittuali, dello sviluppo economico, dell’uso del territorio per la residenza e le infrastrutture, della tutela dell’ambiente. Con il risultato che a questo territorio furono risparmiati i disastri che hanno colpito altre regioni. Dalla metà degli anni Ottanta cominciò un fenomeno completamente nuovo per il Friuli, l’immigrazione. Da terra di secolare emigrazione, divenne terra di attrazione di flussi migratori, progressivamente ingrossati nel tempo. L’anno della svolta era stato il 1971 quando, per la prima volta, il numero degli iscritti dall’estero superò quello dei cancellati per l’estero, dando luogo ad un saldo da allora sempre attivo, ancorché, per oltre un decennio, piuttosto contenuto. La popolazione locale inizialmente fu sorpresa ed incuriosita dalla presenza di gente diversa; forse, anche compiaciuta per essere diventata la regione terra di attrazione. Il primo centro di preghiera islamica fu aperto ad Udine nel 1994. Sempre a Udine, il negozio di generi alimentari tipici della cucina africana venne aperto nel 1999. B. impresse un nuovo e potente impulso allo sviluppo delle relazioni internazionali della regione. La collocazione geopolitica del Friuli Venezia Giulia, confinante con uno Stato neutrale (l’Austria, la cui neutralità “perpetua” era stata sancita costituzionalmente) e uno Stato socialista (la Jugoslavia), di fatto imponeva al governo regionale di svolgere una politica internazionale. Sui rapporti con la Jugoslavia, inoltre, pesavano le conseguenze, da una parte, della politica di nazionalizzazione praticata dal fascismo e, dall’altra, della occupazione di Trieste da parte delle truppe jugoslave nel 1945 e dell’esodo forzato degli italiani dall’Istria, assegnata alla nuova Repubblica federativa sorta dalla seconda guerra mondiale. Nell’anno 1965 i rappresentanti regionali di Friuli Venezia Giulia, Carinzia e Slovenia (successivamente si aggiunse la Croazia) avevano concordato la costituzione di gruppi di lavoro per la cultura e le scienze, i trasporti, il turismo, l’idroeconomia, l’assetto del territorio e la protezione del paesaggio. Verso la fine degli anni Sessanta era stato introdotto Alpe-Adria, come sovraconcetto per indicare la cooperazione transfrontaliera che si era avviata. La comunità di lavoro Alpe-Adria era stata fondata nel 1978 a Venezia, con l’aggiunta al nucleo originario di Baviera, Veneto, Austria superiore e Stiria. Il concetto di “regione-ponte” fra Occidente ed Oriente, con ciò che significava prima della caduta della cortina di ferro, ed anche fra mondo tedesco e mondo latino, ebbe ampio successo e venne utilizzato per definire il contenuto di diverse politiche regionali nei settori dei trasporti, delle infrastrutture, dell’economia e per giustificare la richiesta di interventi specifici da parte dello Stato. L’essere regione su un confine critico, che poneva vincoli pesanti allo sviluppo di attività economiche e all’uso del territorio (servitù militari), giustificava ampiamente interventi compensativi. In nome della collocazione geopolitica, inoltre, veniva rivendicato un proprio ruolo nella politica estera nazionale. In effetti, il concetto di “regioneponte” non era nuovo. Nel Rapporto della Camera di commercio ed industria delle province del Friuli, presieduta da Pacifico Valussi, riferito agli anni 1851-1852 e inviato all’Eccelso I. R. Ministero del commercio, dell’industria e delle pubbliche costruzioni di Vienna, si legge che il Friuli, «trovandosi contermine delle province slavo-tedesche ed a Trieste, viene a costituire il primo anello di congiunzione fra i paesi settentrionali e meridionali». In nome di tale collocazione, veniva chiesto che il Friuli, che «geograficamente, etnologicamente ed anche economicamente costituisce una provincia naturale», potesse avere un sistema di istruzione suo proprio. Nella prima metà degli anni Ottanta tutta l’economia italiana, come quella europea, fu colpita da una profonda crisi. Il Friuli, ancora impegnato nella ricostruzione, ne risentì solo più tardi le conseguenze. Nonostante la politica industriale della regione cercasse di “salvare l’esistente”, il comparto manifatturiero si trasformò nella composizione merceologica e si ridimensionò a favore del settore terziario, in particolare nella provincia di Udine. In tema di politica industriale occorre ricordare che, durante la presidenza di B., la regione dovette modificare completamente le proprie modalità di intervento. La concessione di contributi alle singole aziende, l’intervento più comune anche grazie alla notevole disponibilità di risorse trasferite in seguito al terremoto, non fu più possibile con l’applicazione delle norme europee sulla concorrenza. Si cominciò ad avvertire cosa significava concretamente il rafforzamento delle strutture comunitarie e del loro interventismo. La regione non poteva più decidere autonomamente le proprie politiche ma doveva attenersi alle direttive europee. Ciò rese necessario modificare completamente il modo di impostare e di gestire gli interventi nell’economia, non più lasciati a decisioni autonome ma da ricondurre entro alvei ben precisi definiti da Bruxelles. Non si trattava solo di adattare strumenti tecnici e norme, ma di trasformare la cultura programmatoria della regione. Ci si rese conto che la costruzione dell’Europa non aveva solo nobili valenze ideali ma si traduceva in nuovi processi decisionali e nuove regole che non erano da interpretare ma solo da applicare. Anche se non era ancora stata introdotta l’elezione diretta del presidente della regione, lo statuto di autonomia assegnava al presidente un potere molto ampio. B. seppe esercitarlo in pieno, con grande visione politica e competenza. Morì a Udine il 29 gennaio 2010.

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Bibliografia

M. TOSONI, Tangentopoli nell’isola felice, Udine, Kappa Vu, 1993; D. SPIZZO, Il Friuli-Venezia Giulia: la politica regionale dal 1964 al 2000, «Le Istituzioni del federalismo. Regioni e governo locale», 3-4 (2000), 645-660; B. TELLIA, Il quadro economico e politico: nazionale e regionale, in Anni spesi bene, Udine, Associazione industriali-Gruppo giovani imprenditori, 2007, 21-35; E. CAINERO, Mandi President, «Udine Economia», 2, febbraio 2010; A. TERASSO, L’uomo che vide il Friuli del futuro, «Il Gazzettino», 30 gennaio 2010.

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