BIDERNUCCIO ANTONIO

BIDERNUCCIO ANTONIO

capitano di Venzone

Immagine del soggetto

Il simbolo con cui il capitano Antonio Bidernuccio sottoscriveva gli atti.

I primi anni di vita del capitano Antonio Bidernuccio, uno dei più illustri Venzonesi di ogni tempo, sono purtroppo in larga parte incogniti. Il padre fu probabilmente un mercante di nome Leonardo (già citato nel 1464), ma la sua precisa data di nascita risulta al momento ignota. Sappiamo tuttavia che nel 1494 Antonio venne nominato cameraro dei “fitti di fora” della Frageda della Beata Vergine, carica per la quale era necessario aver compiuto il trentesimo anno di età; argomento che ci porterebbe a collocarne i natali nei primi anni ’60 del ‘400. Nel 1496 Antonio convolò a nozze con Dorotea, figlia di Francesco Mantica, che gli diede diversi figli, tra i quali il primogenito Daniele. Avendo ormai raggiunto una solida posizione di prestigio tra i suoi concittadini con la nomina a capitano, il Bidernuccio accrebbe e consolidò la sua fama per un notevole fatto d’armi avvenuto tra il 5 e l’11 luglio del 1509, quando alla testa d’un manipolo di quaranta schioppettieri tenne testa ad un esercito imperiale molto più numeroso presso la Chiusa di Venzone, in una fase concitata delle Guerre d’Italia seguita alla costituzione della Lega di Cambrai. Questa piccola fortezza, già documentata nel 963, sorgeva lungo le rive del Fella allo sbocco della strada più agevole che, attraverso le Alpi Giulie, metteva in comunicazione i paesi tedeschi col Friuli e la pianura veneta, ponendosi ad estremo baluardo dei domini della Serenissima: mantenerne il possesso era dunque di vitale importanza per Venezia. Appena giunta la notizia d’una spedizione organizzata da Massimiliano d’Asburgo e comandata dal duca di Brunswick-Kalemberg, diretta proprio contro la Chiusa di Venzone, il Bidernuccio, in qualità di capitano, venne subito mobilitato per soccorrere il castellano Giacomo Sagredo, che già disperava di poterla difendere contro l’impeto dei Lanzichenecchi imperiali. ... leggi Dopo alcuni giorni di assedio, l’8 luglio i 40 schioppettieri venzonesi ed il loro capitano, con un’abile e spericolata sortita, probabilmente indirizzata alle artiglierie nemiche, indebolirono a tal punto la posizione degli assalitori da costringerli a demordere dall’impresa, salvando la stessa Venzone e buona parte del Friuli da un sicuro saccheggio. La prodezza del Bidernuccio ebbe subito una vasta eco e le sue gesta furono eternate nella celebre “Canzone ad onor dei Venzonesi”, composta poco dopo i fatti (alcuni suggeriscono per impulso dello stesso Antonio) e riscoperta dallo Joppi a metà Ottocento. Oltre a questo testo encomiastico e gremito di riferimenti classici, come il paragone piuttosto ardito con Leonida alle Termopili («Taci omai o buon Leonida/Quanto cedi al nostro Antonio/Ti puon render testimonio/Que’ Tedeschi che con strida/Son discesi giù al Plutone»), sussistono tuttavia prove ben più concrete dell’azione eroica del Bidernuccio. Il 6 marzo 1511, infatti, egli ottenne dal Senato di Venezia la riconferma a capitano e una pensione annua di 24 ducati, ribadita dopo la sua morte al figlio Daniele: un chiaro segno di riconoscenza per la sua conclamata fedeltà e per l’eroismo dimostrato in battaglia. Pochi mesi dopo questo riconoscimento, nel settembre 1511, Bidernuccio fu probabilmente tra i “buoni “ di Venzone evacuati dalla città nel corso di una pestilenza e presenti al fianco di Girolamo Savorgnan ad Osoppo, segno di un legame ormai indissolubile con la Serenissima. A questo stesso legame, che mai dovette conoscere tentennamenti, alludono quattro rapporti stilati di pugno dal Bidernuccio nel 1532 e tramandati dal Sanuto (7 e 28 aprile, 19 giugno, 20 agosto), nel quale egli redigeva un dettagliato rapporto di qualunque attività politica internazionale gli fosse giunta all’orecchio, grazie ad una fitta rete di informatori in transito per Venzone. Nemmeno un mese dopo il suo ultimo rapporto, tuttavia, Antonio Bidernuccio terminò drammaticamente i propri giorni, il 17 settembre del 1532, come si legge in un colorito rapporto stilato dal luogotenente di Udine il 20 settembre 1532 ed interamente trascritto negli stessi Diarii del Sanuto: «20/9/1532 – Da Udene, dil locotenente, di 20, ricevute a di 22 Setembre. Scrive di un homicidio seguido nel loco di Venzon marti passato in la persona dil qm. Antonio Bidernuzo capitanio di dito loco, qual è seguito, che avendo rixa con uno frate Alexandro nipote suo et compagno et uno pre’ Hironimo fiol di sier Candido Pizo, da Venzon[…]il dito pre’ Hironimo non volea conversar con la parte di esso capitanio nè parenti et compagni, et il luni il dito pre’ Hironimo con 10 in 12 a bona hora venero in Venzon, do di loro con schiopi pizoli che butano fuogo da per sè, zoè vene el dito prete et un compagno, et visti in la tera a hore 21 il capitanio con uno canzelier et uno servidor di sier Mafio Bolani, hessendo senza arme a una botega, esso pre’ Hironimo con uno schiopo se li fè apresso et con lo schiopo piccolo senza foco lo scargò nel peto il predito capitanio et lo amazò, et incontinenti levado in piedi cascò morto[…]» . Interessantissimo, in questo contesto, il riferimento preciso allo strumento impiegato per uccidere il Bidernuccio: quegli “schiopi pizoli che buttano fuoco di per sé”, infatti, alludono alle armi dotate di acciarino “a ruota”, che consentivano lo sparo senza posare una miccia ardente sullo scodellino, giovandosi invece dello sfregamento d’una ruota d’acciaio spinta da una molla a rotolare su un pezzo di pirite, dal quale si sprigionavano le scintille per l’innesco. Tali meccanismi, che si diffusero al principio del XVI secolo, risparmiavano la necessità di tenere una miccia a fiamma viva sempre con sé, o una lanterna accesa per infiammarla. Si comprende, dunque, perché le armi provviste di “ruota” venissero descritte come capaci di “buttare fuoco di per sé”. Quella che colpì il Bidernuccio, inoltre, era di modeste dimensioni e dunque simile ad una primitiva forma di pistola, facilmente dissimulabile sotto le vesti e subito pronta allo sparo, senza preavviso alcuno. La morte del capitano a mezzo di tale arma, complice la fama della vittima e la sua preziosa azione di “intelligence” a favore di Venezia,  causò immediatamente un notevole clamore. Il 25 settembre, solo pochi giorni dopo averne ricevuto notizia, il Senato di Venezia decise infatti di bandirne l’impiego in tutto lo stato sotto pena dell’esilio, come ancora una volta il Sanuto ci testimonia nei suoi Diarii. Per uno strano scherzo del destino, quello del Bidernuccio fu dunque uno dei primi omicidi storicamente attribuibili ad un colpo di “pistola”, oltretutto per mano di un sacerdote. Così come in vita conseguì ampia rinomanza sul campo di battaglia alla testa di un gruppo di schioppettieri, anche morendo il Bidernuccio firmò un altro capitolo nella storia delle armi da fuoco; scritto non per volontario eroismo, ma da un ironico scherzo del destino.

 

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Bibliografia

Archivio Storico del P.I.E. (Pio Istituto Elemosiniere di Venzone), Quaderni Camerari, anno 1464 (segnalazione a cura di Pietro Bellina).
L. AMASEO 1884, Diarii udinesi dall’anno 1508 al 1531, Venezia; P. BELLINA, Quello che la canzone dice, in Bidernuccio Antonio viva! La difesa della Chiusa (1509), «Associazione “Amici di Venzone”. Bollettino dell'Associazione anno XXXVIII», Trieste, 2009, 34-51.

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