CANEVA CARLO FRANCESCO GIOVANNI BATTISTA

CANEVA CARLO FRANCESCO GIOVANNI BATTISTA

generale, senatore

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Il generale Carlo Caneva.

Nato a Tarcento il 22 aprile 1845, da Luigi e Caterina Giavadoni, frequentò l’Accademia di Wiener-Neustadt e poi la Märisch-Weisskirken da cui uscì sottotenente di artiglieria dell’esercito austriaco nel 1862. Operò in Boemia con il grande generale Benedek durante la campagna del ’66 contro i prussiani nelle file del 7° Reggimento artiglieria austro ungarica. Dopo la cessione all’Italia del Veneto optò il 31 gennaio 1867 per il passaggio nell’esercito italiano. Frequentò quindi la Scuola di Guerra ed entrò poi nello Stato Maggiore nel 1875. Capitano nel 1875, maggiore nel 1882, fu promosso colonnello nel 1891 e ottenne il comando del 41° Reggimento fi fanteria della brigata Modena che tenne fino al 1895. Addetto al Comando del Corpo di Stato maggiore del VI corpo d’armata, fu quindi in Africa Orientale per la campagna del 1896-98 e dove prese parte alle operazioni contro i Dervisci. Nuovamente in Italia nel 1898, venne promosso maggior generale e destinato al comando della brigata Re. Tenente generale nel 1902, comandò in successione le Divisioni di Messina e Palermo, per diventare quindi sottocapo di S.M. dell’esercito nel 1904. Di nuovo comandante di Divisione a Verona, assunse quindi la responsabilità del VII Corpo d’armata ad Ancona e del III C.d.A. a Milano. Nel 1910 venne designato per il comando della 1a armata con il generale Pecori Giraldi quale capo di S.M. Nel 1911 “vinceva” le grandi manovre contro Cadorna e questo fatto unito al viatico di Giolitti, che lo giudicava quanto di meglio sapeva offrire una categoria che godeva di tutta la sua disistima, lo misero a capo del corpo di spedizione in Libia al posto di Cadorna. ... leggi Diresse le operazioni in Cirenaica e Tripolitania fino a fine agosto 1912 quando C. fu richiamato in patria dal generale Paolo Spingardi, ministro della Guerra e Giolitti, con l’opposizione del generale Pollio – nel frattempo divenuto capo di Stato maggiore dell’esercito. Il 2 settembre fu esonerato dal comando che fu ripartito tra il generale Ragni, per la Tripolitania, e il generale Briccola, per la Cirenaica. Per evitare che l’esonero fosse inteso come un fatto punitivo, egli fu promosso il 19 settembre 1912 generale d’esercito. Un anno e mezzo più tardi, nel maggio 1914, il C., raggiunti i limiti d’età, lasciò il servizio attivo. Nominato senatore e circondato da non poche polemiche: gli era stata attribuita la lentezza, l’eccessiva prudenza e la poca energia con cui aveva guidato le operazioni. Dopo la caduta di Cadorna venne chiamato, per il suo alto grado e per l’estraneità al conflitto, dapprima a presiedere la Commissione per la revisione degli esoneri, che lasciò per quella – ben più impegnativa – d’Inchiesta su Caporetto. I poteri della commissione erano ampi e il suo lavoro fu attento e scrupoloso, anche se non immune da critiche. Il segretario della prima delle due Commissioni, Antonio Monti, lo ricorda come un ometto piccolo, magro, dal fare dimesso che si muoveva in fretta nei corridoi del Ministero per evitare saluti e “attenti”. Nella Commissione su Caporetto era con il generale Ragni e il colonnello Zugaro la componente militare, ma ne ricavò di fatto solo una serie pressoché interminabile di critiche e polemiche. La relazione della commissione fu consegnata al presidente del Consiglio Nitti il 24 luglio 1919 e subito resa nota. Fu oggetto di violente polemiche e poi posta sotto un silenzio sdegnato perché aveva mosso documentate accuse ai comandi italiani. Effettivamente la relazione rigettava la responsabilità del crollo del fronte italiano sulle autorità militari e particolarmente su Cadorna e Capello, che avevano chiesto alle truppe già logore sforzi sanguinosissimi e sempre nuovi, portandole sull’orlo del collasso. Nel 1919 venne inviato al confine orientale in modo da controbilanciare la presenza in zona del generale d’armata francese Humbert, in relazione al problema di Fiume. Nel 1920 fece parte della Commissione parlamentare consultiva per la riforma dell’esercito e presiedette la Commissione per le ricompense della guerra 1915-18. Morì a Roma per aterosclerosi e complicazioni polmonari il 25 settembre 1922. Così lo giudicava il generale Francesco Saverio Grazioli comandante nel 1918 del corpo d’armata d’assalto composto da due divisioni di arditi: “Doti principali buon senso e prudenza. Quest’ultima però eccessiva, al punto da toglierli le capacità di decidere nei momenti importanti… Coetaneo di Cadorna ne differiva nettamente. Con lui al comando non ci sarebbe stato Caporetto, ma neanche il Piave o il Grappa. Non aveva il mordente del condottiero, ma l’aria grigia del buon burocrate”. Fu uno dei maggiori generali italiani proprio perché non fece errori gravi.

 

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Bibliografia

Per la commissione d'inchiesta su Caporetto: Dall'Isonzo al Piave, 24 ott.-9 nov. 1917. Relazione della Commissione d'inchiesta sul ripiegamento dall'Isonzo al Piave, nominata con decreto 12 gennaio 1918, I-III, Roma 1919. A. MONTICONE, La battaglia di Caporetto, Roma 1955, 29; P. ALATRI, Nitti, D'Annunzio e la questione adriatica, Milano 1959; G. ROCHAT, L'esercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini 1919-1925, Bari 1967, 67-129; Giorgio ROCHAT, Caneva Carlo Francesco Giovanni Battista, in DBI, 18 (1975); B. VANDERVORT, Verso la quarta sponda. La guerra italiana per la Libia (1911-1912), Roma, Stato maggiore dell'esercito, 2012.

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