CELEBRINO EUSTACHIO

CELEBRINO EUSTACHIO (1450 - ?)

calligrafo, xilografo, letterato

Immagine del soggetto

Frontespizio dell'opera calligrafica 'Il modo di imparare a scrivere lettera merchantescha' di Eustachio Celebrino, [Venezia] 1526.

Parte della tradizione biografica, soprattutto locale, attribuisce al C. la professione di medico, accreditandogli in particolare una laurea conseguita a Padova. Tale ricostruzione nasce da una semplice ipotesi di lavoro formulata in via congetturale dal Liruti (il quale conosceva solamente due opere del C., tra cui il Reggimento mirabile et verissimo a conservar la sanità in tempo di peste […]), trasformatasi successivamente in un’asserzione acritica. Un’indagine circostanziata sugli elenchi degli iscritti e dei laureati dell’ateneo patavino non ha dato alcun esito, né del resto le sue vicende biografiche appaiono compatibili con l’esercizio della professione medica. Le poche notizie certe sul C. sono ricavabili, per ora, da un unico atto notarile, da alcuni riferimenti autobiografici sparsi nelle sue opere, nonché dalle date e dai luoghi di edizione dei testi da lui scritti o illustrati. Il contratto stipulato a Rimini nel 1529 con il tipografo Girolamo Cartolari conferma l’origine udinese precisando anche il nome del padre: «Providus vir magister Eustachius quondam Ioannis Antonii de Utino de Foro Iulii». La dechiaratione perché non è venuto il diluvio del MDXXIIII, pubblicata nel 1525, contiene la precisazione «Al mezo del camin de la mia vita / Son giunto» il che porterebbe a fissare la data di nascita verso la fine del quindicesimo secolo. Nella stessa opera egli ricorda il suo passato da cortigiano e gli struggenti anni passati a Udine, nonché l’abbandono della città nel 1511 «per esserne in altrui troppo fidato», ma non è chiaro a chi si riferisca. Una volta abbandonata Udine e aver peregrinato in varie città italiane, tra le quali Crema, il C. fu a Perugia nel secondo decennio del XVI secolo, dove collaborò con due tipografie specializzate soprattutto nell’edizione di libri popolari, alle quali fornì xilografie firmate con un monogramma di due lettere tra un’incudine. ... leggi Infatti, il 22 gennaio 1517 venne pubblicato a Perugia un Donato con il commento di Giovanni Policarpo Severitano, edito dal tipografo Cosimo di Bernardo: il libro è abbellito da una xilografia siglata con le lettere “E” e “F” tra le quali è posto il suo simbolo. Il monogramma viene sciolto e spiegato nell’ottava finale di un testo agiografico pubblicato dal medesimo editore in quegli stessi anni, la Legenda de Sancta Margherita vergine e martire istoriata. È il tipografo che parla ai lettori dopo aver lodato se stesso e l’autore dei versi, un certo Matteo: «Et perché la piacesse a ogni Christiano / e ne comprasse ognuno in moltitudine / me cappitò per ventura alle mano / un forestiero el qual era de Vdene / Eustachio si chiama et è Furlano / e per insegna sua porta L’ancudene / et l’à corretta e storiata in modo / che dalla gente harà onor e lodo», versi che specificano l’intervento del C. come correttore di bozze («l’ha corretta») e xilografo («e storiata», illustrata). Sempre per lo stesso stampatore incise una xilografia per un Rugino, pubblicato prima del 1518 (forse nel 1516 o 1517) ma non pervenutoci in quella edizione, mentre nel 1521 realizzò una xilografia per un altro romanzo di cavalleria, il Gisberto da Mascona di Francesco Lutio, edito da Girolamo Cartolari. Nel 1523 il C. fu a Venezia, dove continuò l’attività di incisore (da segnalare il bel frontespizio per l’opera di Paride Dal Pozzo, Duello, libro de re, imperatori, principi, signori, gentilhomini […], edita da Gregorio De Gregori, 1523) e di intagliatore di caratteri, tanto da venir contattato dai maggiori calligrafi del tempo come Ludovico Arrighi e Giovan Antonio Tagliente, per i quali incise diverse tavole xilografiche utilizzate nei loro libri di scrittura. Il primo, dopo la disastrosa collaborazione a Roma con Guido da Carpi per la realizzazione dell’Operina da imparare di scrivere littera cancelleresca, affidò all’intagliatore friulano il compito di eseguire i modelli calligrafici de Il modo de temperare le penne con le varie sorti de littere. Nello stesso periodo, il C. incise almeno una parte delle tavole che vennero pubblicate da Giovanni Antonio Tagliente ne Lo presente libro insegna la vera arte delo excellente scrivere. Nel 1525 o 1526 lui stesso fu autore di un’opera di calligrafia interamente xilografica, l’unica fra i trattati di scrittura dedicata a Il modo di imparare di scrivere lettera Merchantescha. Dal 1524 iniziò anche la collaborazione con l’azienda tipografica veneziana di Francesco Bindoni e Mafeo Pasini che, in quell’anno, avevano costituito un’impresa editoriale. Per essi illustrò frontespizi (l’Antheo Gigante di Francesco Ludovici, 1524) e alla loro società si affidò per pubblicare i propri scritti. La sua produzione comprende racconti d’attualità, novelle boccaccesche o moraleggianti, un’opera agiografica, ma soprattutto manuali e prontuari: per curarsi dalla sifilide, dalla peste, per distillare profumi, per inviare e rispondere a lettere galanti, per imbandire una tavola, quasi tutti ristampati più volte. Così, nel 1525, dopo averla recitata «a molti gentilhomini», pubblicò La dechiaratione perché non è venuto il diluvio del MDXXIIII, un racconto in terzine dove l’autore, oltre a ricordare alcuni dati sugli anni passati a Udine, immagina di ascendere al Parnaso dove raccoglie le confidenze degli dei sul mancato disastro naturale. È forse l’opera più ambiziosa del C., certo quella in cui ripose più speranze: unica nella sua produzione dedicata ad un nobile, in questo caso il milanese Giovan Ambrosio Visconti. La dechiaratione è anche l’unico testo del C. che si conclude con un sonetto in lode dell’autore e della sua opera scritto da un altro letterato, Giovanbattista Dragoncino da Fano, poeta e scrittore di romanzi cavallereschi e di opere celebrative, attivo in Veneto fin dal 1521. Il favore venne ricambiato immediatamente dal C. con un breve sonetto in onore dell’amico nella sua Nobiltà di Vicenza, un testo sulle origini leggendarie e le glorie della città veneta, edito a Venezia nel 1525 dai Bindoni e Pasini, dove la composizione compare accanto ai tanti carmi latini di vari scrittori vicentini, veneti, friulani. Nel 1526 venne pubblicato a Venezia dai Bindoni e Pasini una rielaborazione della Dragha de Orlando di Francesco Tromba, edita l’anno prima a Perugia da Cosimo di Bernardo, col titolo di Rinaldo Furioso e sotto il nome del defunto Marco Cavallo. Al poema è premesso un sonetto firmato dal C., che potrebbe quindi essere stato l’autore della revisione editoriale. Gli anni intorno al 1525 sarebbero stati quelli più intensi e prolifici del C., che all’attività calligrafica e xilografica affiancò la compilazione e pubblicazione di numerosi opuscoli per vari editori. Nel 1525 diede alle stampe un libro di profumeria intitolato Venustà, riedito l’anno seguente dai Bindoni e Pasini; nel 1526 un trattato per guarire dal «mal francioso» pubblicato a Venezia da Giovanni Antonio Nicolini da Sabio; nel gennaio del 1527 (1526 “more veneto”) fu la volta de il Refettorio presso i Bindoni e Pasini. Egli illustrò e compose Li stupendi et maravigliosi miracoli del Glorioso Christo de Sancto Roccho (1525-27 circa), dei versi sui poteri miracolosi e taumaturgici di un quadro venerato nella chiesa della Scuola Grande di S. Rocco a Venezia; sempre presso i Bindoni e Pasini pubblicò il Formulario de lettere amorose intitolato Chiave d’amore. Contemporaneamente si rivolse anche ad altri editori e ad altre città: a Cristofano Tropheo da Forlì per il Probatum est, forse una versione del trattato sui profumi; a Cesena e a Girolamo Soncino nel 1527 per un trattato sulla peste dal titolo Re gimen[t]o mirabile et verissimo a conservar la sanità in tempo di peste con li remedij necessarij. Da più valenti medici experimentati et per Eustachio Celebrino da Udene insieme racolti in un volume intitolato Optimo remedio de sanità e per un’altra ristampa del Refettorio. L’Optimo rimedio è in realtà la rielaborazione di un opuscolo del medesimo titolo, pubblicato a Perugia nel 1522 da Baldassarre Cartolari; il C. si limitò ad un intervento di tipo redazionale, razionalizzando il testo e conferendogli ordine e leggibilità. Nel 1528 venne pubblicata l’opera del C. che riscosse presso i contemporanei il maggior successo, legata com’era a vicende di stretta attualità: La presa di Roma e il sacco della città da parte dei mercenari imperiali, narrata in ottave. La prima edizione venne stampata da Simone Nardi a Siena, quindi, rimaneggiata, a Cesena da Soncino «a spese dell’Auttore» e dal 1529 a Venezia, inizialmente dal solo Mafeo Pasini e in seguito, fino al 1547, da vari editori. È possibile quindi che nel corso del 1527 C. avesse lasciato Venezia per altri luoghi, Cesena, Siena e sicuramente, nel 1529, Rimini dove risultava da poco residente e stipulava un contratto – lo stesso da cui si desumono le sue origini – col tipografo Girolamo Cartolari, che conosceva fin dagli anni trascorsi a Perugia, per la fornitura di una xilografia. Il documento lo qualifica come «incisor litterarum», e questa deve essere stata la sua attività più caratterizzante, anche se non abbiamo molte altre informazioni oltre ai modelli realizzati per i già ricordati Arrighi e Tagliente e alcune iniziali xilografiche a lui attribuite. Negli anni successivi le notizie diventano molto più scarne: pubblicò un racconto moraleggiante in versi, stampato a Venezia nel 1530 da Guglielmo da Fontaneto (Esempio di un giovane ricchissimo il qual consumato la ricchezza disperato a un trave si sospese) e l’ultima opera conosciuta è una novella dal sapore boccaccesco stampata dai Bindoni e Pasini nel 1535 (Novella di uno prete il qual per volere fare le corne a un contadino se ritrovò in la merda lui e il chierico. Cosa piacevole da ridere). Non si hanno più notizie del C. dopo quella data (se si escludono le numerose ristampe di sue opere) e rimangono sconosciuti il luogo e la data di morte.

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Bibliografia

LIRUTI, Notizie delle vite, IV, 33-34; G. COSTANTINI, Friulani poco noti o dimenticati: Eustachio Celebrino, «Pagine Friulane», 15/2 (1902), 17-19; S. MORISON, Eustachio Celebrino da Udene. Calligrapher, Engraver and Writer for the Venetian Printing Press, Paris, Pegasus Press, 1929; L. SERVOLINI, Eustachio Celebrino da Udine. Intagliatore, calligrafo, poligrafo ed editore del secolo XVI, «Gutemberg-Jarhbuch», 24 (1944-1949), 179-189; J. ANDERSON, “Christ Carryng the Cross” in San Rocco: its Commission and Miraculous History, «Arte Veneta», 31 (1977), 186-188; M. PALMA, Celebrino, Eustachio, in DBI, 23 (1979), 361-362; M. BEER, Romanzi di cavalleria. Il Furioso e il romanzo italiano del primo Cinquecento, Roma, Bulzoni, 1987, 178-185; COMELLI, Arte della stampa, 66-67; D. DIAMANTI, La “Presa di Roma” di Eustachio Celebrino da Udine, «Italianistica», 19/2-3 (1990), 331-349; A. GIACOMELLO, Il “Refettorio” di Eustachio Celebrino. Edizioni sconosciute e rare di un testo sulla tavola nel primo ’500, in Le cucine della memoria. Il Friuli e le cucine della memoria fra Quattro e Cinquecento: per un contributo alla cultura dell’alimentazione, Udine, Forum, 1997, 23-49.

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