CILLENIO NICOLÒ SENIOR

CILLENIO NICOLÒ SENIOR

rettore di scuola, poeta

Il manoscritto acronico Psyches. Rapsodiae duae di N. C. «Tulmentini», dedicato ad un non meglio precisato D. Mar., pone dei problemi di attribuzione. Il Liruti non ne fa menzione, quando illustra le opere dell’omonimo nipote, maestro di umanità subentrato verso la fine del 1500 al ben più noto padre Raffaele sulla cattedra di lingua greca e latina nella città di Udine. L’opera poetica scritta in latino in distici elegiaci comprende una Rapsodia prima di 224 versi e una Rapsodia secunda di 332 versi per un totale di 556 versi. Errori del copista e carattere criptico ed ermetico della stessa ne rendono complessa la lettura. Fu scritta dopo il 1577, anno di composizione del De peste Italiam vexante di Anteo Cillenio, della quale riprende una sessantina di versi nella Rapsodia prima, come ad esempio quelli riferiti all’identico episodio in cui Dio, dato che la pestilenza fa morire tutti gli uomini, si pone proprio nell’esordio i seguenti interrogativi: «Quis faciet festis solennia sacra diebus? / Quisve pias nobis fundet ab ore preces? / Quippe sacerdotes pereunt sacrique Ministri, / Quos pietas, rectum fasque fidesque iuvat. / Quique fidem sancti et genialis foedere lecti / sanctius observant, hi quoque nunc pereunt. / Nunc pereunt vates, pereunt nunc denique morum / doctores sancti doctaque turba cadit». Si ha la sensazione che ostenti una adesione di facciata alla Controriforma, mentre in realtà critica il conformismo di Anteo. Il giovane nipote Nicolò, del quale il Liruti dà notizia e lo dice nato verso la metà del secolo, doveva avere allora una trentina d’anni, mentre le Rapsodiae nei toni talora allucinati, visionari, surreali e nella strutturazione frammentaria, come se fossero state scritte “per intervalla insaniae”, soprattutto la prima, rivelano una psiche senile, disamore, disincanto, un male interiore dichiarato, un rimpianto per le speranze deluse della giovinezza, una sorta di amaro risentimento per quanto la vita non gli ha dato; condizioni che non possono certo appartenere ad un giovane nella cui scrittura, inoltre, sono assenti gli arcaismi che invece impreziosiscono quella del nonno. ... leggi L’opera è, quindi, da attribuire a quel N. C., maestro a Tolmezzo negli anni Venti del secolo nella scuola pubblica, che veniva finanziata a volte con le settimine, a volte con le entrate dei dazi: una deliberazione dell’Arengo del 1578 stabiliva infatti per quell’anno che il precettore non fosse più pagato con le settimine, ma con i denari dei dazi. Maestro a Gemona negli anni Ottanta, certamente nel 1579-80 (Baldissera), sospetto di essere in rapporto con Marco Antonio Pichissino che apparteneva ad un gruppo in contatto anche con Pier Paolo Vergerio, in odore di eresia e pertanto sorvegliato dal Sant’Uffizio. Il 24 gennaio 1579, chiamato a deporre contro il suo anziano collega, il medico Cipriano Brancolino “stipendiarius” di Gemona testimoniò: «Esso Marco Antonio [Pichissino] pratica strettamente col maestro di schola messer Nicolò Cillenio […]. Io credo che né l’uno né l’altro sii troppo divoto di messa, né delli offici divini, perché né l’uno né l’altro si vedon frequentarli» (Ferigo). È necessario, pertanto, per la comprensione di quest’opera considerare che dalla seconda metà del Cinquecento l’Inquisizione esercitasse nel territorio un controllo capillare sulla vita privata degli intellettuali, ritenuti liberi pensatori. Il C. ormai vecchio, «infortunatus», come scrive nella dedica, infelice, disgraziato, timoroso di incorrere nell’Inquisizione, scrive un’opera metaforica e allusiva, le cui due parti sono speculari nell’ambiguità e in opposizione nei contenuti: nella prima troviamo il rimpianto, del quale apparentemente sembra pentirsi, per la libera ed eclettica cultura umanistico-rinascimentale; nella seconda l’accettazione dei dogmi e dei riti del concilio di Trento (anche se la favola di Orfeo, nel finale, ribadisce implicitamente il suo attaccamento alle dottrine esoteriche), descritti talora con una tale verbosità manieristica da risultare intrinsecamente ironici. Gli errori del copista (già nel titolo: Rapsodiae duas anziché duae) rendono quasi incomprensibile la prima parte della dedica, in cui Nicolò, «entheatus» (ispirato da una divinità), offre alla Vergine l’opera e dedica al destinatario «una tavoletta votiva», affinché sia pronto a soccorrere e a pregare per lui supplicante e misero, oppresso da un grave morbo, «quum altius insideret ulcus, / quod nec Philyridae manus bimembris, / nec Phoebus medicae repertor artis, / sed nec qui Hippolytum vocavit ex Orco, / is unquam medica levasset arte». Da queste poche annotazioni si può già ricavare la guida per la lettura del testo: non si tratta di una delle tante strane commistioni e degli eclettismi, che ha prodotto l’umanesimo cristiano, quanto dell’accorta giustapposizione di una accettazione formale della Controriforma e dell’amore per la cultura classica. La prima Rapsodia si apre con il lamento per i lutti provocati da una «dira et avara lues»: pestilenza (nel Cinquecento in Friuli ne scoppiarono molte) metafora del male morale e del peccato. Tale lamento espresso «sermone Tonantis», permette all’autore di fissare nel ricordo dei lettori una cultura ora perseguitata con processi e roghi (magia, alchimia, dottrine orientali come il mazdeismo, l’orfismo, l’esoterismo della favola di Amore e Psiche; al rituale della morte/rinascita): ciò per la necessità di allontanare da sé ogni sospetto di eterodossia. Prosegue con il compianto per la morte di donne e giovinette, per cui il genere umano non potrà più perpetuarsi; qui mescola figure diverse, ma significative come emblema di una cultura e di quella conciliazione di valori, cui aspirava: Lucrezia, vergine perpetua, e Andromaca, simbolo per eccellenza dell’amore coniugale, che anticipa l’ambigua esaltazione, nella seconda Rapsodia, della sacralità del matrimonio. Ad una non ben identificabile Longia è affidato il compito di ricordare l’importanza della preghiera; a Lydia è affidato un tributo alle radici etrusche della nostra civiltà e a Virgilio. A tale disastro non potrebbero rimediare neppure Deucalione e Pirra, perciò è necessario, per dare un segnale divino, salvare Psiche, l’anima e l’amore spirituale ad essa legata, atto che adombra alla grazia, non alla predestinazione, affinché possa ritornare una nuova età dell’oro fondata sulle virtù cristiane, sul matrimonio e sulla pace, che sarà garantita dal governo della Serenissima: «pius arripiet moderati frena senatus, / Splendida qui fulvi signa Leonis habet / Et sanctas leges et quae docuere vetusti / Gens morata viri dogmata suscipiet». Verrà bandita l’idolatria, da leggersi come “eresia”, in quanto il poeta ribadisce, come aveva fatto in precedenza, i comandamenti divini (non rubare, non desiderare la roba d’altri, non dare falsa testimonianza, non desiderare la donna d’altri) e i dogmi tridentini. La Rapsodia seconda si presterebbe addirittura a interpretazione in chiave farsesca, tanto si indugia nella descrizione della liturgia della messa solenne, celebrata in onore di Dio per la salvezza di Psiche: l’acquasantiera e il segno della croce dei fedeli all’entrata in chiesa; il loro inginocchiarsi e alzarsi; l’arrivo del sacerdote, che recita le preghiere «altisono ore», che diverrà «dulcisonante» dopo che avrà visto la ricchezza delle offerte (sottolineatura della salvezza anche attraverso le opere); la predica (forse considerata come elemento contrario al sacerdozio universale); l’Eucarestia; la benedizione finale. Si entra qui nel cuore dell’opera, vale a dire nel momento allusivamente autobiografico, dove il poeta, per interposta persona (il giovane di umili origini, che vincerà il confronto con i pretendenti nobili e sposerà Psiche), esprime tutta la sua amarezza per le speranze giovanili irrealizzate e per la sua frustrante condizione di intellettuale, ricco di cultura e anche di prestigio, ma povero.

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Bibliografia

Mss BCU, Joppi, 289; 164/III, N. Cillenio, Psyches. Rapsodiae duae.

LIRUTI, Notizie delle vite, IV, 213-214; VALENTINELLI, Bibliografia, 47, 50; V. BALDISSERA, Alcune notizie sulla famiglia Elti di Gemona, Udine, Patronato, 1896; P. CELLA, Storia della scuola in Carnia e nel Canal del Ferro, s.l., Libreria editrice Aquileia, 1940; FERIGO, Morbida facta, passim; PUPPINI, Tolmezzo, 232.

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