CIRIANI MARCO

CIRIANI MARCO (1878 - 1944)

politico, avvocato, amministratore pubblico

Immagine del soggetto

Il deputato Marco Ciriani.

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Ritratto dell'avvocato Marco Ciriani di Spilimbergo, olio su tela di Umberto Martina, s.d. (Udine, Civici musei, Galleria d'arte moderna).

Nacque a Spilimbergo, attualmente in provincia di Pordenone, il 1° gennaio 1878 da Marco ed Elisabetta Simoni, in una famiglia numerosa della buona borghesia cattolica locale. Ricevette la sua prima formazione nel Seminario di Portogruaro, in un ambiente caratterizzato dall’apertura a istanze di rinnovamento culturale, ispirate a una concezione cristiana libera da condizionamenti temporalistici. Si trasferì poi a Padova, dove compì gli studi superiori e si laureò in giurisprudenza nel 1901. Rientrato a Spilimbergo, entrò nello studio legale del padre con il fratello Peter, brillante oratore e poeta, influenzato probabilmente dalle correnti di pensiero di ispirazione modernista, che lo introdusse nei circoli di Azione cattolica. L’incontro più importante di quegli anni fu quello con don Giuseppe Lozer, giovanissimo pievano dell’importante centro operaio di Torre di Pordenone, animatore di iniziative sociali a favore dei ceti popolari e dei primi nuclei di democratici cristiani in Friuli. Nel 1905 sposò la contessa Clara della famiglia degli Spilimbergo, figlia del conte Valframo, da cui ebbe un solo figlio, Livio, che morì sedicenne nel dicembre del 1920 a Firenze, ove frequentava il collegio barnabita Alle Querce. Grazie al fratello e a don Lozer divenne collaboratore dell’Ufficio provinciale del lavoro e presidente del Segretariato di zona per l’emigrazione. Nel 1907 C. si presentò alle elezioni comunali di Spilimbergo e venne eletto consigliere comunale di minoranza con trecento voti, quasi tutti di operai, impegnandosi per la realizzazione della ferrovia pedemontana Gemona-Spilimbergo-Sacile, che doveva unire l’alto Friuli alla pianura. C. seppe progressivamente in consiglio comunale porsi come punto di riferimento per diversi gruppi sociali, facendo proprie le esigenze di sviluppo economico e culturale della zona, da essi avanzate, sino ad essere eletto sindaco nella seduta consiliare del 13 dicembre 1908. Nel 1910, in seguito alla morte del padre, si ritirò dalla vita pubblica, dimettendosi il 22 aprile dalla carica di sindaco e anche da presidente e consigliere della Società operaia di mutuo soccorso di Spilimbergo, per dedicarsi esclusivamente all’attività professionale forense. ... leggi Tre anni dopo, i battaglieri murriani don Lozer e don Annibale Giordani offrirono il loro appoggio a C. affinché si candidasse alle elezioni politiche del 26 ottobre – 2 novembre 1913, le prime a suffragio universale maschile, con un programma liberaldemocratico che poneva come prioritaria la difesa delle legittime rivendicazioni popolari: riordinamento e passaggio allo Stato delle scuole elementari, assicurazioni sociali obbligatorie, estensione del voto alle donne, riforma e semplificazione della burocrazia, tutela dell’emigrazione, diffusione e incremento della piccola proprietà, espropriazione del latifondo incolto, revisione dei patti colonici, riduzione dei dazi doganali, esecuzione della ferrovia pedemontana. Quella di C. era una candidatura solo “formalmente” cattolica, che provocava perplessità nei cattolici obbedienti alle disposizioni della gerarchia ecclesiastica e veniva vista con fastidio per la sua atipicità anche da liberali moderati e socialisti. I risultati elettorali videro nel mandamento di Spilimbergo l’affermazione di C., sin dal primo scrutinio, con un largo margine di consensi: su 16.547 iscritti, andarono a lui 3692 voti, al liberale Zanardini 2356 e al socialista Giovanni Cosattini 1147. Scoppiata la prima guerra mondiale, fece propria la scelta della Lega democratica cristiana nel congresso di Bologna (5-7 gennaio 1915) a favore dell’intervento, che differiva da quella neutralista, maggioritaria nel movimento cattolico. Si interessò dei problemi drammatici dei friulani, privati del sostegno economico derivante dalle rimesse degli emigranti, e prestò la sua opera a favore dei profughi friulani dopo la rotta di Caporetto. Pur essendo sciolto dall’obbligo di leva, si arruolò volontario e venne assegnato nell’agosto 1915 al battaglione Cividale degli Alpini e, dopo un periodo di licenza per malattia, venne riammesso in servizio e assegnato al battaglione Tolmezzo nell’agosto 1916. Il 20 settembre 1918 gli fu consegnata la medaglia d’argento al valor militare, su proposta del generale Caviglia. Finita la guerra, il lavoro politico di C. si orientò verso la organizzazione degli ex combattenti friulani, di cui rappresentò gli interessi in parlamento. C. condivise nel primo dopoguerra le tesi della Lega democratica cristiana che, nel VI congresso tenutosi a Bologna (5-7 gennaio 1919), aveva formalizzato la nascita del Partito democratico cristiano italiano, ed entrò nella sua direzione politica. Alle elezioni del 1919, tenutesi con il sistema proporzionale, C. si presentò in un blocco che comprendeva quattro liste: l’Associazione dei combattenti di Luigi Gasparotto, il Partito democratico cristiano di C. e Giuseppe Donati, il Partito liberale democratico di Giuseppe Girardini e il Partito liberale indipendente di Ugo Ancona. Il primo novembre 1919 C. e Donati tennero un comizio a Udine in cui, tra gli obiettivi programmatici, segnalarono la elettività del Senato, la riforma della burocrazia, il decentramento amministrativo con l’autonomia degli enti locali, la libertà di insegnamento, l’imposta progressiva sul reddito, la cointeressenza degli operai agli utili dell’azienda, l’assicurazione per l’invalidità e la vecchiaia. Nonostante la campagna denigratoria della curia e dei popolari, che lo accusarono di camaleontismo, sconfinata ambizione, esemplare incompetenza relativamente ai problemi religioso-sociali e soprattutto di aver assunto posizioni guerrafondaie senza aver fatto realmente la guerra, C. fu l’unico deputato che il Partito democratico cristiano italiano riuscì a mandare in parlamento, con 15.311 voti di preferenza, non essendo stati eletti né Donati, né Nuvoloni. L’insuccesso elettorale dei democratici cristiani e l’affermazione del Partito socialista e del Partito popolare, con il quale i cattolici si erano quasi totalmente identificati, gli fecero comprendere come fosse tramontata la linea politica in cui aveva creduto e, dopo lo scioglimento del partito sancito dal congresso del 20 novembre 1920, da lui presieduto, entrò nel gruppo riformista di “Rinnovamento” di Comandini, Calamandrei, Ferretti, Salvemini e Torraca. Intervenendo alla Camera il 23 marzo 1920, nella discussione intorno alle comunicazioni del primo Ministero Nitti, sostenne la tesi della compatibilità tra socialismo e cristianesimo, qualora si fossero messe da parte le premesse filosofiche del materialismo ateo. «Noi democratici cristiani – dichiarò –, fatta una riserva nei riguardi del materialismo, non esitiamo a dichiarare di essere ‘cristianamente socialisti’». Espresse inoltre giudizi taglienti nei confronti del Partito popolare, considerato la sommatoria di tendenze politiche eterogenee («una confederazione di temporalisti, di liberali, di massoni dormienti, di democratici e di bolscevichi») e privo di autonomia, in quanto dominato dall’organizzazione ecclesiastica facente capo in ultima istanza alla Santa Sede. Rimproverò infine al governo di non aver operato efficacemente per risolvere la questione degli internati e i problemi del lavoro, della ricostruzione e dei danni di guerra. Alle elezioni politiche del 15 maggio 1921 si presentò nella lista della Concentrazione liberale udinese (che comprendeva i deputati uscenti Gasparotto, C. e Girardini, il socialista riformista Alberto Mini, i liberali Michele Gortani ed Eugenio Linussa, il democratico Francesco Musoni e il fascista Arturo Ravazzolo), conducendo una personale campagna elettorale che intendeva differenziarsi sia dalla reazione conservatrice sia dalla «esasperazione socialista». Eletto alla Camera con un elevato numero di preferenze, aderì non solo al gruppo parlamentare, ma anche al Partito socialista riformista italiano di Bonomi e motivò tale scelta come naturale sbocco delle posizioni culturali e politiche dei democratici cristiani. Sin dagli inizi del 1922 i rapporti di C. con il Partito nazionale fascista si fecero tesi e, dopo la caduta del governo Bonomi, C. votò contro il primo governo Facta nel febbraio 1922, ritenendo che fosse incapace di arginare il dilagare delle violenze fasciste e di far recuperare al Paese la stabilità politica. Nel corso dell’ultima legislatura che lo vide deputato al parlamento, la XXVI, il 20 giugno 1922 il parlamentare friulano intervenne alla Camera per denunciare l’uso della violenza da parte delle bande armate fasciste. In occasione dell’approvazione della legge elettorale Acerbo criticò quel progetto di riforma, che di fatto sanciva la fine delle istituzioni parlamentari dello Stato liberale, pronunciando il 12 luglio 1923 un discorso coraggioso, «Per il popolo e per la libertà», che può essere considerato il suo testamento politico. Sebbene sconsigliato dai suoi stessi amici e sostenitori, si presentò alle elezioni del 6 aprile 1924 nella lista della Opposizione costituzionale, ma non venne eletto. Si ritirò quindi a vita privata, facendo l’avvocato civilista a Spilimbergo, ma le persecuzioni fasciste lo indussero a trasferirsi a Milano nel 1929, dove aprì uno studio e si mise in contatto con il movimento di Giustizia e libertà. Con grande leggerezza C. munì di lettere di presentazione per il conte Carlo Sforza e indicò a Riccardo Bauer come «persona assolutamente sicura» l’avvocato codroipese Carlo Del Re. Quest’ultimo, con precedenti di “squadrista”, imboccò la strada del tradimento e della provocazione politica contro i compagni di cospirazione, per salvarsi dalla bancarotta e dal carcere. L’abile doppio gioco della spia friulana, che continuò a godere della fiducia degli ambienti dell’antifascismo giellista e massonico sino alla fine di ottobre del 1930, determinò l’arresto dei componenti del Centro interno milanese e la caduta dell’intera rete clandestina di Giustizia e libertà nell’Italia settentrionale. Anche dopo gli arresti del 30 ottobre, C. insistette nel farsi garante del lealismo di Del Re e, sentendosi sospettato, si recò a Parigi per giustificarsi con Salvemini, che lo «interrogò» sui suoi rapporti con l’agente provocatore, che aveva conosciuto negli anni giovanili, e sui motivi della fiducia in lui riposta. Sempre più isolato a Milano, città nella quale anche la sua attività professionale languiva, intorno al 1940 rientrò a Spilimbergo. Con l’occupazione tedesca del Friuli divenne nuovamente obiettivo delle attenzioni fasciste, riuscendo tuttavia fortunosamente a sfuggire alla cattura nell’inverno 1943-1944 e a riparare a Milano, dove morì alcuni mesi dopo, il 23 settembre 1944. È sepolto nel cimitero di Spilimbergo, accanto alla moglie e al figlio Livio.

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Bibliografia

ASDPn, Carte Lozer; Istituto Storico della Resistenza in Toscana, Fondo Salvemini, Processo dei 24, Documentazione su Marco C. e sui suoi rapporti con Del Re e Franchetti.
Di M. Ciriani vanno menzionati i discorsi parlamentari, in particolare i seguenti: I diritti degli emigranti e la loro difesa [Discorsi pronunziati alla Camera dei deputati nelle tornate del 15 e 20 maggio 1914], Roma, Tip. della Camera dei dep., 1914; Sulla crisi granaria [Discorsi pronunziati alla Camera dei deputati nelle tornate del 23 febbraio e primo marzo 1915], Roma, Tip. della Camera dei dep., 1915; La Democrazia cristiana e la guerra [Discorso pronunziato alla Camera dei deputati nella tornata del 30 giugno 1916], Roma, Tip. della Camera dei dep., 1916; La guerra per la democrazia [Discorso pronunciato alla Camera dei deputati nella tornata del 13 febbraio 1918], Roma, Tip. della Camera dei dep., 1918; Per i profughi [Discorso alla Camera dei deputati nella tornata del 23 aprile 1918], Tivoli, Tip. Majella di A. Chicca, 1918; Sulle comunicazioni del Governo [Discorso pronunziato nella tornata del 23 marzo 1920], San Daniele, Tip. Pellarini, 1920; Politica e realtà [Discorso pronunziato alla Camera dei deputati nella tornata del 20 luglio 1921. Con una Prefazione: Dalla democrazia cristiana al socialismo riformista], Roma, Soc. anonima poligrafica italiana, 1921.
L. BEDESCHI, I cattolici disubbidienti, Roma-Milano-Napoli, V. Bianco, 1959, indice; G. LOZER, Ricordi di un prete, Udine, AGF, 1960 (nuova ed. a cura di F. MARIUZZO, Pordenone, Ass. ProPordenone, 2000), 41; T. TESSITORI, Storia del movimento cattolico in Friuli (1858-1917), Udine, Del Bianco, 1964 (2a ed. ... leggi a cura di P. ZOVATTO, Udine, 1989), indice; G. LOZER, Piccole memorie 1893-1967, Pordenone, Cosarini, 1967; C. ZULIANI, Il primo movimento democratico cristiano nel Friuli (l’on. Deputato avv. Marco Ciriani di Spilimbergo), t.l., Università degli studi di Urbino, a.a. 1964-1965; M. FABBRO, Fascismo e lotta politica in Friuli (1920-1926), Venezia, Marsilio, 1974, indice; V. CHIANDOTTO, Stato e Chiesa nel Friuli occidentale (1900-1920), Pordenone, Coop. culturale G. Lozer, 1981, 72-94; F. BORTOLUSSI, L’on. Marco Ciriani e la sua azione sociale per il Friuli, t.l., Università degli studi di Trieste, a.a. 1982-1983; C. RINALDI, M. Ciriani, in RINALDI, Deputati 2, I, 157-164; P. ZOVATTO, M. Ciriani, in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, 1860-1980, a cura di F. TRANIELLO - G. CAMPANINI, Torino, Marietti, 1984, 3/1, 230 s., voce; R. MENEGHETTI, Marco Ciriani “per il popolo e per la libertà”, Udine, IFSML, 1985; F. MARIUZZO, Cattolicesimo democratico e modernismo tra Livenza e Tagliamento. Mons. Giuseppe Lozer (1880-1974), Pordenone, La Voce, 2000, 173-192; E. ROSSI, Una spia del regime, a cura di M. FRANZINELLI, Torino, Bollati Boringhieri, 2000 (nuova ed.), indice.
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