COMELLI GIUSEPPE

COMELLI GIUSEPPE (1860 - 1917)

ecclesiastico, verseggiatore

Immagine del soggetto

Il sacerdote Giuseppe Comelli.

Immagine del soggetto

Frontespizio de lI me Pais. Strenna popolar pal 1855 di Federico de Comelli con una incisione di Rocco Pittaco (Udine, Biblioteca civica).

Nato a Nimis (Udine) il 5 febbraio 1860, venne ordinato sacerdote ed esercitò il proprio ministero come cappellano di Trivignano e di Moruzzo, e in seguito come parroco dell’ospedale di Udine, città in cui morì il 25 novembre 1917. Collaboratore delle «Pagine friulane», nel 1886 e 1887 iniziò a partecipare alla stesura della parte poetica per Il strolic furlan di Pieri Zorut risuscitat par Celest Plain [L’almanacco friulano di Pietro Zorutti risuscitato da Celest Plain], edito da Patronato, lunario che negli anni successivi avrebbe modificato più volte il titolo: Il strolic furlan di Celest Plain [L’almanacco friulano di Celest Plain] (1888-1892, dal 1891 con i fratelli Tosolini editori), Il strolic furlan di Tosolin [L’almanacco friulano di Tosolin] (1893) e infine Il strolic grand di Tosolin quondam Celest Plain [L’almanacco grande di Tosolin quondam Celest Plain] (1894). La pubblicazione continuò poi con l’editore Tosolini fino al 1917. Il dato più evidente è il legame con l’eredità zoruttiana e con la trafila degli almanacchi successivi: il lettore ne prende atto non soltanto sulla base del titolo e dei continui riferimenti e omaggi contenuti nelle poesie, ma anche per lo stile e gli argomenti. Così un sonetto sulla quarta di copertina dell’edizione 1886 presenta, con tratti volutamente macchiettistici, il suo protagonista «pizzul e stuart» [piccolo e storto]: «Celest Plain comerciant vagant / di fulminanz, lunaris e savon, / d’inzen sveat, lunatic stravagant / pal so’ mistir al val un montonon» [Celest Plain commerciante girovago di fiammiferi, lunari e sapone, s’ingegno sveglio, lunatico stravagante per il suo mestiere vale moltissimo]. E ancora: «Nassut, cressut a Trivignan, di band / l’è stat i prins trent’agn, fin che un paron / lu metè su in mistir. ... leggi Di lì indenant, / l’ha començat a uadagnà il bocon» [Nato, cresciuto a Trivignano, è rimasto senza far nulla i primi trent’anni, finché un padrone lo ha avviato al mestiere. Da quel momento ha cominciato a guadagnare il boccone]. Nel 1892 propone una dichiarazione di poetica all’insegna della modestia: «No pratint di contà storiis / curiosis pal Friul / e tant manco d’innalzami / del Parnaso sore il nul. // Chest l’è un compit di poetis, / d’un Gallerio, d’un Zorutt, / a mi sol chest cà mi baste / di contalis come un frutt» [Non pretendo di raccontare storie curiose per il Friuli e tanto meno di innalzarmi sopra le nubi del Parnaso. Quello è un compito da poeti, di un Gallerio, di uno Zorutti, a me basta soltanto questo, raccontarle come un bambino]; ma nel 1894 le pretese vanno in ben altra direzione, se in nota a Dall’Unviar [Dall’inverno] scrive: «Questi versi li abbiamo tolti dal Guardafogo di Zambattista Murer. Strolich moderno dal 1742, esemplare rarissimo come sarà il nostro Strolich di qui a qualche secolo». Il tono dei primi anni è battagliero e non manca di suscitare polemiche. La più aspra viene mossa, proprio nel primo numero, dalle quartine di ottonari intitolate Benedete sie l’Italie!… (çhant patriotic) [Benedetta sia l’Italia!… (canto patriottico)]: una rassegna implacabile delle condizioni dell’Italia del tempo, segnata dalla povertà, dalla pellagra, dall’emigrazione in Argentina, dalle tasse, dalle guerre coloniali, dalla fame in cui versa il popolo “sovrano” e dagli sprechi dei politici che viaggiano in prima classe. Il 6 ottobre 1885, dalle colonne del «Giornale di Udine», Pacifico Valussi rispose, censurando non soltanto il “çhant patriotic”, ma anche le critiche avanzate dall’almanacco contro l’Esposizione e il congresso delle latterie sociali. «Il Cittadino italiano», organo dei cattolici udinesi, non fece attendere la replica e la difesa di Celest Plain, ovvero don C. stesso. Negli anni successivi, nonostante ulteriori proteste del Valussi, la sua voce non si spense e criticò, con ironia più o meno velata, l’eccidio di Dogali, Crispi, o anche semplicemente coloro che inviavano all’editore biglietti anonimi che diffamavano il lunario. Nel 1893 C. subì addirittura due processi davanti al tribunale di Udine per i suoi versi. La prolusione dello Strolic del 1892 annunciava però la morte di Plain, con un testo parodico in italiano: «Sparso le chiome ruvide / sul mortuario letto, / lento le palme: e rorido / di morte il bruno aspetto, / giace Plain, col tremulo / guardo cercando il ciel». La carta della parodia viene giocata anche in chiave antislava (su Dante: «Godi, o Slavonia, poi che sei sì grande, / che per balze e per rupi batti l’ale / e per lo ’nferno il nome tuo si spande»), ma interessa in questo caso la strategia stilistica, che si associa ad altre scelte bizzarre come la mescidanza maccheronica di italiano e friulano.

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Bibliografia

DBF, 218; TITE [G.B. CORGNALI], Lunaris di za cinquant’agn. Il “strolic” di Plain, «La Patria del Friuli», 5 gennaio 1947; L. PILOSIO, Antenati e genitori dell’Avanti cul brun!…, «Avanti cul brun! Lunari di Titute Lalele pal 1961», 28 (1960), 244-252.

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