DEL BIANCO DOMENICO

DEL BIANCO DOMENICO (1854 - 1932)

editore, giornalista, poeta

Immagine del soggetto

L'editore e poeta Domenico Del Bianco (Udine, Civici musei, Fototeca).

È noto anche come Meni Muse, Zuan Cuful, Nicodemo Baldencio. Nacque il 20 giugno 1854 in via Bertaldia a Udine, figlio di Giuseppe e Orsola Cotterli, «rivendugliola in piazza», alla quale avrebbe dedicato due sonetti. Il padre, fornaio, gioviale ma incostante, non seppe dargli un buon esempio, stando alle memorie familiari. Il figlio Giuseppe ricorda che la mancanza di denaro costringeva il giovane, dalle precoci doti intellettuali, a copiare i libri per poterli studiare. Lo zio Valentino lo aiutò economicamente e gli permise di frequentare le scuole tecniche, dove concluse le prime tre classi con il massimo dei voti. Risale a questo periodo l’origine dello pseudonimo di “Meni Muse”, inizialmente un nomignolo affibbiatogli dai compagni di scuola a causa del capo un po’ sproporzionato rispetto al resto del corpo. La vita sui banchi non fu facile per D. B., canzonato anche a causa delle condizioni economiche familiari. Alla morte dello zio, concomitante con un calo di rendimento in lingua francese che gli costò la perdita di una borsa di studio, dovette lasciare l’Istituto tecnico per fare il garzone presso la tipografia Jacob e Colmegna in via Savorgnana a Udine, in seguito presso la Doretti in qualità di apprendista. Continuò a studiare nelle ore libere dal lavoro e sviluppò una certa simpatia per Marx. In questo periodo scrisse una monografia sul castello di Udine, che firmò identificandosi come «operaio» e attirando l’attenzione del senatore Luigi Gabriele Pecile, che volle conoscerlo e che decise di aiutarlo nella prosecuzione degli studi. ... leggi Durante gli anni di scuola si sposò con Caterina Pico, cucitrice, nata nel 1855, dalla quale ebbe sei figli. D. B. arrotondava le entrate domestiche grazie alle ripetizioni che diede, tra gli altri, a Bonaldo Stringher. Diplomatosi ragioniere, per alcuni mesi si trasferì a Milano al seguito di un industriale che non lo convinse. Al rientro in Friuli, Camillo Giussani, che aveva fondato il giornale «La Patria del Friuli», gli offrì lavoro come redattore per un «modestissimo stipendio mensile». Era il 1881. Due anni dopo D. B. creò con Giussani una tipografia per il giornale. Tra il 1889 e il 1890 la società fu sciolta e D. B. la rilevò, su suggerimento di Giussani, con l’idea di passarla ai figli. Intanto la tiratura del giornale era aumentata dalle circa quattrocento copie iniziali alle tremila. La proprietà de «La Patria del Friuli» era invece rimasta al Giussani che, indebitato, nel 1903 dovette cederla al generale Sante Giacomelli, il quale nominò D. B. direttore. Tra il 1906 e il 1907 la proprietà passò definitivamente a D. B. «La Patria del Friuli» dimostrava tendenze politiche progressiste moderate con aperture ai filoitaliani goriziani e triestini. D. B. avviò dei rapporti di corrispondenza giornalistica per fornire notizie da Vienna e da Trieste ad alcune testate italiane, il che gli costò la minaccia di arresto da parte austriaca, che rischiò seriamente quando si recò a Gorizia, dove era molto amato – si veda ad esempio la poesia Al ciàrissin Meni Muse di Dolfo Carrara –, in occasione dei funerali di Carlo Favetti. «Fu il primo a introdurre a Udine i larghi servizi di cronaca, i resoconti giudiziari, le corrispondenze della provincia, imitato subito dagli altri colleghi gelosi della rapida fortuna avuta dalla Patria del Friuli», scriveva nel 1932 il figlio Giuseppe. Negli anni in cui l’attività giornalistica, nonostante lo occupasse a tempo pieno, non gli bastava per mantenere sé e la famiglia, D. B. insegnò matematica nella Scuola serale di arti e mestieri che, trasformatasi in Scuola industriale Giovanni da Udine, nel 1928 gli assegnò una medaglia d’oro di benemerenza. D. B. è stato anche editore della rivista di cultura «Pagine friulane», aiutato dalla sorella Armida e dalla moglie, che aveva egli stesso alfabetizzato. «Pagine friulane» venne pubblicata tra il 1888 e il 1907 e costituì un importante punto di riferimento per la letteratura locale del tempo. Lo stesso D. B., spesso dietro pseudonimo, firmava recensioni ed articoli. Nel suo commiato, assai mesto, indicò la ragione della chiusura nella sua impossibilità a sostenere il peso dell’impegno editoriale. Vi è poi D. B. poeta in lingua friulana, del quale rimangono relativamente poche testimonianze. Esordì a stampa su «La Patria del Friuli» ancor prima di collaborarvi: nel 1887 con la poesia Dogali e l’anno successivo con Puoris bigatis! [Povere filandaie!], dedicata alle fatiche delle donne friulane. Improvvisava versi sul retro delle carte d’ufficio, in gran parte mai raccolte: «Cumò legri, cumò serio e fin vajòt mi vignive ogni tant l’estro di butà jù in furlan quatri strofis. Un miâr di cjartis… sparnizzadis pardût» [Ora allegro, ora serio e persino piagnucoloso mi veniva ogni tanto l’estro di buttare giù in friulano quattro strofe. Un migliaio di carte… sparse dappertutto]. Alcune poesie, inoltre, erano state gettate nel fuoco da una domestica carnica, ricordava lo stesso D. B., divertito dal fatto, tra l’altro, di aver venduto a un americano, cultore di lingue ladine, una trentina di poesie per cinque lire ciascuna. Si deve all’amica Anna Fabris (Anute Fabris, Fabiane) di Zompicchia l’aiuto nel raccogliere e rivedere le bozze dei componimenti da pubblicare nel volume Mescedanzis [Mescolanze], uscito postumo. Sul suo rapporto con l’uso letterario della lingua friulana si era espresso così: «No vevi ancimò dîs agns quand-che o ài scomenzât a torototà par furlàn» [non avevo ancora dieci anni quando ho cominciato a scribacchiare poesie in friulano]. Accanto a temi civili (Memòrîs di Gurizze [Memorie di Gorizia]), giocosi (Meni Muse al conte une so disgràzie [Meni Muse racconta una sua disgrazia]; Il patriotismo de mode [Il patriottismo della moda]; Il Pari Eterno isal propri “furlàn”? [Il Padre Eterno è proprio friulano?], quest’ultimo inserito contro la sua volontà nella raccolta postuma, a testimoniare la vis polemica qui all’indirizzo di Isidoro Furlani, direttore del «Giornale di Udine», «un furlan c’ai furlans a l’è contrari» [un friulano che ai friulani è contrario]), affettivi (Mé mari [Mia madre]; In muart di me’ fie Adele di cinc ains [In morte di mia figlia Adele di cinque anni]; Compagnànt une muarte [Accompagnando una morta]; Memòrîs de’ profuganze. Letare a me gnore [Memorie della vita di profugo. Lettera a mia nuora]), il tema dominante della produzione in versi stava nell’esaltazione del Friuli, cui era legatissimo, ma ci sono ampie concessioni ai componimenti proposti nel frangente di convegni, nozze e commemorazioni. Resta in ogni caso viva la consapevolezza che le sue prove poetiche siano «robe sclete e a la buine» [roba schietta e alla buona], insomma «cagneris» [sciocchezzuole]. Per quanto riguarda l’aspetto formale, D. B. «non avrebbe potuto aderire in tutto alla grafia della Società filologica friulana», osserva Anna Fabris, «per semplificazione di stampa e facilità di lettura». Il 27 ottobre 1917 gli eventi bellici lo costrinsero a lasciare Udine per riparare a Costamasnaga in Brianza. Per un mese fu direttore di un periodico di propaganda a Como, per sette mesi vicedirettore del «Popolo», infine venne chiamato a Roma per l’incarico di capo ufficio stampa presso il Ministero dei profughi. Nello stesso periodo maturò l’idea di pubblicare un giornale friulano a Firenze. La nostalgia della sua terra è facilmente reperibile nei versi di Compagnánt une muarte: «Fortunade mai tu! Sot il linzûl / di nêv che ti tapone, i tièi ti bràmin, / cujèt sarà il to siùn dongie di lôr; // ma se nol torne libar il Frïûl, / dibánt, dibánt i miei puarèz mi clamin: / starai sottiare sôl, cul mió dolôr» [Fortunata mai tu! Sotto il lenzuolo / di neve che ti copre, i tuoi ti bramano, / quieto sarà il tuo sonno accanto a loro; // ma se non torna libero il Friuli, / invano, invano i miei poveretti mi chiamano: / starò sotto terra da solo, con il mio dolore]. Non appena le vicende della guerra glielo permisero, l’8 novembre 1918 rassegnò le dimissioni e tornò in Friuli. Il 18 novembre ricominciava la pubblicazione de «La Patria del Friuli», unico giornale a riportare la cronaca provinciale in prima pagina. Nel 1921 gli venne conferita la croce di cavaliere al merito del lavoro. In quegli anni rifiutò la proposta di fondere la sua testata con il «Giornale del Friuli». Il 31 dicembre 1931 «La Patria del Friuli» chiuse «in omaggio alle direttive del regime». Per D. B. fu un duro colpo. Del resto, nella sua storia, «la Patria del Friuli ebbe sempre attacchi dai colleghi, dai clericali e dai socialisti […]. La Curia pose il veto ai sacerdoti di collaborare nella Patria e di associarsi», tuttavia alcuni parroci fecero sottoscrivere gli abbonamenti a parenti ed amici. Nel marzo 1932 compose L’ultin salût [L’ultimo saluto]: «vicine ó sint la gnot che no à domàn, / la gnot de sepolture» [sento vicina la notte che non ha domani, / la notte della sepoltura]. Ercole Carletti osserva che «vi si sente quasi un afflato zoruttiano, dello Zorutti delle ore scure». Morì a Udine il 20 luglio 1932.

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Bibliografia

D. DEL BIANCO, Tra il ridi e il vaî. Cagneris di Meni Muse, Udine, Del Bianco, 1921; ID., Mescedanzis, Udine, Del Bianco, 1932; ID., Ricordi, Udine, Del Bianco, 1932; G. DEL BIANCO - L. PILOSIO, Domenico Del Bianco. Memorie, Udine, Del Bianco, 1933.

DBF, 271; F. SPESSOT, Vecchie riviste friulane, «Ce fastu?», 39 (1963), 59-62; MARCHETTI, Friuli, 960; M. MICHELUTTI, La «dolce» pubblicità di un Amaro, «Sot la nape», 26 (1974), 1, 15-23; Mezzo secolo di cultura, 92; CHIURLO - CICERI, Antologia, 360-65; C. RINALDI, Il giornalismo politico friulano dall’Unità d’Italia alla Resistenza, Udine, Comitato per la preparazione e realizzazione editoriale e stampa della storia del giornalismo friulano dall’unità d’Italia al fascismo, 1986; PELLEGRINI, Ancora tra lingua e letteratura, 270, 280; D’ARONCO, Antologjie, 340-41.

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