EDLING RODOLFO GIUSEPPE

EDLING RODOLFO GIUSEPPE (1723 - 1803)

arcivescovo

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L'arcivescovo Rodolfo Giuseppe Edling (Gorizia, Palazzo arcivescovile).

Primogenito del conte Giacomo e di Elisabetta Cobenzl, nacque a Gorizia, dove fu battezzato il 1° agosto 1723. Iniziò gli studi presso il locale collegio dei gesuiti, proseguendoli a Roma nel Collegio germanico e nell’Università Gregoriana. L’11 settembre 1740 aveva ricevuto a Udine gli ordini minori; il 4 settembre 1746 fu ordinato sacerdote a Roma; due giorni dopo conseguì la laurea in filosofia e teologia alla Gregoriana. Ritornato a Gorizia, il 6 febbraio 1748 fu nominato canonico di Aquileia; soppresso nel 1751 il patriarcato, il titolo gli venne trasferito al nuovo Capitolo metropolitano di Gorizia, di cui divenne decano il 2 febbraio 1752. Ottimo predicatore, sia in italiano che in sloveno, si segnalò per la cura d’anime e l’assistenza alle comunità conventuali. L’arcivescovo Carlo Michele d’Attems, che già lo aveva voluto accanto a sé come elemosiniere segreto, nel 1768 lo propose al governo di Vienna come proprio coadiutore. Dopo una lunga trattativa, Clemente XIV confermò la nomina, creando E. vescovo titolare di Cafarnao; fu consacrato da Attems a Gorizia il 5 febbraio 1770. Come coadiutore, E. effettuò la visita pastorale nell’immensa diocesi (oltre quattrocento parrocchie, dalla Carinzia ai confini dell’Ungheria); la sua severità gli procurò tuttavia molta ostilità nel clero secolare, soprattutto a Gorizia. Quando morì Attems (18 febbraio 1774), tutti aspettavano la nomina di un ecclesiastico appartenente all’alta aristocrazia; invece il 22 maggio 1774 Maria Teresa designò E. come successore. ... leggi La morte di Clemente XIV e l’elezione di Pio VI ritardarono la conferma papale: il nuovo arcivescovo poté prendere possesso della diocesi solo il 14 maggio 1775. I suoi rapporti con il clero secolare non migliorarono: alcuni suoi provvedimenti, come quello di vietare agli ecclesiastici di frequentare i teatri e gli altri luoghi d’intrattenimento, risultarono molto impopolari. Entrò anche in conflitto con il vescovo suffraganeo di Lubiana, Karl von Herberstein, che con l’appoggio del governo di Vienna respingeva la sua autorità di metropolita. Già nella prima “relatio ad limina”, nel maggio 1778, E. lamentò l’ingerenza continua dell’autorità politica nella vita della Chiesa. La situazione precipitò dopo la morte di Maria Teresa (29 novembre 1780): l’imperatore Giuseppe II, già correggente, prese subito una serie di provvedimenti che limitavano radicalmente le prerogative ecclesiastiche e sopprimevano un gran numero di fondazioni religiose, anche all’interno dell’arcidiocesi goriziana. Quando il sovrano emanò la Patente di tolleranza per i culti non cattolici (13 ottobre 1781), E. si rifiutò di pubblicarla, rivolgendosi a Roma per cercare appoggio contro l’intera politica religiosa di Giuseppe II. La curia pontificia stava preparando un evento eccezionale come il viaggio di Pio VI alla corte austriaca e preferì non intromettersi. Nel febbraio 1782 il governo intimò a E. di pubblicare i decreti imperiali e di recarsi immediatamente a Vienna. L’arcivescovo dovette mettersi in viaggio senza aspettare l’imminente arrivo a Gorizia del pontefice; alla sua partenza il cancelliere dell’arcidiocesi Michele Godina si affrettò a notificare al clero le norme controverse. E., presentatosi il 21 marzo davanti alla Cancelleria imperiale, venne formalmente censurato quale «suddito ingrato e disobbediente» e condannato a pagare una multa di 2.500 fiorini, con l’ordine di attenersi alle disposizioni imperiali o di dimettersi; fu infine rinviato a Gorizia, senza poter incontrare Pio VI, già giunto a Vienna. Nei due anni seguenti E. non manifestò alcuna opposizione alle riforme giuseppine, limitandosi a far pubblicare i decreti governativi dal cancelliere Godina. Nel settembre del 1783 l’imperatore, attuando un progetto già preparato due anni prima dal vescovo Herberstein, decise di trasferire l’autorità metropolitana da Gorizia a Lubiana e chiese le sue dimissioni, garantendogli una pensione annua di 10.000 fiorini. E., il 24 settembre, presentò a Roma la propria rinuncia, ma Pio VI la respinse. Giuseppe II, però, considerò le dimissioni effettive; nel marzo del 1784 dispose la soppressione dell’arcidiocesi di Gorizia, la cui parte occidentale, coincidente con la contea di Gorizia e le signorie di Duino e Vipacco, unitamente al territorio delle diocesi di Trieste e Pèdena (ugualmente soppresse), avrebbe costituito la nuova diocesi di Gradisca, sotto la guida di Francesco Filippo d’Inzaghi, vescovo di Trieste. Circa duecento parrocchie in Carniola, già sotto Gorizia, erano trasferite alla diocesi di Lubiana e il titolo di metropolita passava all’Herberstein, molto malvisto a Roma per le sue idee illuministe, forse addirittura massone. Sia E. che Inzaghi si opposero, chiedendo che provvedimenti di tale portata fossero ratificati dal papa. In giugno E., i cui beni erano stati confiscati, ottenne di potersi recare a Roma e qui presentò nuovamente le proprie dimissioni, che vennero accolte il 13 agosto 1784; per lui venne trovata una sistemazione all’interno della curia papale. Le sue traversie comunque non erano finite. Nel 1787 Giuseppe II giudicò che la presenza a Roma dell’arcivescovo ritardasse l’approvazione papale alla sistemazione che aveva dato alle diocesi dei propri domini; dispose perciò che questi si trasferisse in territorio austriaco, ma lontano da Gorizia. E. scelse come propria residenza il convento dei padri filippini a Lodi; l’8 marzo 1788, morto Herberstein, Pio VI con la bolla In universa gregis dominici cura diede l’assenso alla soppressione dell’arcidiocesi di Gorizia e al trasferimento del titolo metropolitano a Lubiana. E. visse a Lodi fino alla morte, avvenuta l’8 dicembre 1803; rimase sempre fedele all’Austria, nonostante i francesi dopo il 1797 cercassero di trarlo dalla loro parte (Napoleone in persona si recò a rendergli omaggio). Negli ultimi anni aveva acquistato in Lombardia fama di santità, tanto che dopo la sua morte fu avviato un processo di beatificazione, che non ebbe seguito. La sua vicenda ebbe risonanza europea. Al di là del drammatico conflitto tra Stato e Chiesa che rappresenta, essa mostra che il problema della parte imperiale del patriarcato di Aquileia non era stato risolto con la soppressione del 1751. L’originaria arcidiocesi di Gorizia, che si estendeva su quattro province austriache, con lingue, istituzioni e amministrazioni diverse, fu molto presto vittima delle stesse autorità politiche che avevano voluto la divisione dell’antica diocesi patriarcale.

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Bibliografia

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