FORTUNIO GIOVAN FRANCESCO

FORTUNIO GIOVAN FRANCESCO (1460 - 1517)

notaio, umanista

Immagine del soggetto

Frontespizio delle Regole grammaticali della volgar lingua di Giovan Francesco Fortunio, riedite nel 1533.

La sua data di nascita è a tutt’oggi imprecisata. I più recenti biografi la collocano, senza esplicitarne le ragioni, nel decennio 1460-70. La sua provenienza è controversa. Dalmata lo dice Girolamo Muzio, in una lettera ad Aurelio Vergerio; lo stesso Muzio nel terzo capitolo della Varchina afferma: «et in tanto è questa lingua [l’italiana] communicabile alle altre nationi, che non solamente la imparò il Fortunio, il quale fu Schiavone, ma fu il primo a scriverne regole et insegnarla a Toscani». È invece da rettificare la notizia, trasmessa per primo da Hortis, e poi ampiamente diffusa, secondo cui anche Matteo, conte di San Martino e di Vische, avrebbe definito «dalmata» il F. nelle sue Osservationi grammaticali. In realtà Hortis aveva erroneamente attribuito a Matteo di San Martino una considerazione che è di A. Zeno («dappoiché si è veduto che un dalmatino è stato il primo a dar regole di volgar grammatica, non dovea parere strano che un piemontese si arrischiasse […] ad esporre in pubblico le sue ‘Osservazioni […]’»); ed è incerto se lo Zeno dipendesse qui dal Muzio o da altra e diversa fonte. Quanto a Matteo di San Martino, egli effettivamente cita il F., ma senza fare cenno alcuno alle sue origini. La testimonianza del Muzio, accolta fra gli altri da Liruti, da M. Srepel – che addirittura affermò essere il nome “Fortunio” latinizzazione del croato “srica” (fortuna) – e da V. Brunelli, fu posta in seria discussione dalle indagini archivistiche di Hortis. A questi, infatti, si deve il ritrovamento di due atti rogati dallo stesso F., nei quali l’umanista espressamente si dice «de Portunaone». Per ovviare alla distonia documentaria, Dionisotti immaginò che la qualifica «de Portunaone» fosse stata acquisita dal F. e «sostituita a quella originaria nel soggiorno, che ivi [a Pordenone] egli dovette fare prima del 1497». Il Benedetti impugnò tale soluzione e in un saggio ricco di documenti (editi però in modo spesso approssimativo), sentenziò che la dicitura «de Portunaone» non poteva significare altro che cittadinanza di nascita, stante il fatto che la cittadinanza acquisita si soleva esplicitamente indicare con formulazioni quale «civis et habitator Portusnaonis». L’obiezione, almeno in apparenza fondata, e corroborata da varie testimonianze che suffragavano la consuetudine del F. con l’ambiente pordenonese, ricevette l’avallo dello stesso Dionisotti, il quale ritrattò la precedente sua formulazione, e poi, recentemente, della Gaisser. ... leggi Ma nuovi documenti archivistici individuati dal Belloni e dal Richardson hanno riaperto, di fatto, la questione: una carta dell’Archivio di stato di Ancona dice essere il F. «de Hyadra», cioè di Zara, in Dalmazia; un fratello di G. F., di nome Matteo, è detto ripetutamente zaratino in fonti archivistiche veneziane e nella Storia d’Ancona di Peruzzi. Sintomatica è la conseguente circospezione con cui sia il Pistilli sia il Richardson trattano la questione, giudicando probabile, ma per nulla sicura, la nascita del nostro a Pordenone. In ogni modo, quale che fosse la sua origine, certo è che il F. intrattenne relazioni non occasionali con la società pordenonese, come provano sia due lettere a lui indirizzate dal conte Jacopo di Porcia, il quale loda F. per le rime composte in omaggio di Bartolomea Fontana (gentildonna rinomata anche per l’elogio tributatole da Iacopo Caviceo nel Peregrino), sia l’attività notarile da lui svolta in Pordenone nell’anno 1498, e di cui abbiamo solo un’indiretta notizia. Sul finire del Quattrocento è però a Trieste che il F. risiede con maggior continuità ed è in questa città che consegue importanti incarichi legali e politici: nel 1497 è scelto quale vicario, cioè giudice di cause civili; contemporaneamente svolge le veci di Bernardino dei Conti di Pavia, giudice di maleficio, cioè di cause penali; nel 1498 è nominato dal vice capitano Pietro de Bachino luogotenente, cioè supremo responsabile del governo della città, ed è inoltre giudice delegato dell’imperatore; nel 1499 è procuratore della confraternita dei Battuti (tali incarichi e il titolo conferitogli in alcuni documenti di «iuris doctor» o, semplicemente, «dotor», non implicano di necessità la regolare frequentazione di uno studium e il conseguimento di una laurea, di cui non si ha notizia alcuna; all’epoca, infatti, il titolo veniva spesso concesso dall’autorità imperiale). Nel gennaio del 1500 la municipalità lo incaricò di reperire un precettore adatto alla comunità, stabilendo le condizioni d’ingaggio («de preceptore quod scribi debeat nomine huius communitatis ad d.num Jo. Franciscum Fortunuium […] qui debeat invenire unum suffiecientem preceptorem […]»). Di una sua prima moglie, deceduta prematuramente, sappiamo da una consolatoria indirizzatagli da Marcantonio Coccio, detto Sabellico – allievo del grande umanista romano Pomponio Leto, dal 1473 pubblico docente a Udine, dove forse ebbe occasione di conoscere il F., quindi a Vicenza e infine, dal 1484, a Venezia, presso la scuola di S. Marco – e databile, con buona approssimazione, agli anni 1495-96. La consuetudine del F. con Sabellico è inoltre testimoniata da un’ulteriore lettera di quest’ultimo a F. – con essa l’umanista lo invita ad uscire «ex istis tenebris» per raggiungerlo a Venezia e vivere «in hac forensi luce urbanaque frequentia» – e da un epigramma indirizzato a F. da un allievo di Sabellico, Domizio Palladio Sorano. Il F. accolse in effetti l’invito e al principio del Cinquecento si trasferì a Venezia. La sua presenza in quella città è per la prima volta attestata da un documento, rogato in piazza San Marco il 20 agosto 1501 dal notaio Bernardino de Tomasis, in cui F. è citato come testimone. Nel 1502 ebbe parte da protagonista in una querelle che scosse fortemente l’ambiente umanistico veneziano: in quell’anno G.B. Egnazio dava alle stampe una breve miscellanea filologica, le Racemationes, in cui attaccava frontalmente Sabellico, imputandogli una serie di errori che questi avrebbe commesso nell’esegesi e nella correzione di testi classici. Le Racemationes erano stampate in coda a una raccolta di scritti filologici di vari autori (Calderini, Beroaldo, Pio, Poliziano), curata da G. Bembo e impressa in Venezia da J. Penzio. Come ha scritto Dionisotti: «il volume era già intieramente tirato il 16 dicembre 1502 con una numerazione continua di 85 carte. Ma esso apparve nel gennaio 1503 […] con un supplemento iniziale di 20 carte non numerate, in cui Sabellico […] pubblicò le sue Annotationes veteres et recentes […] che vennero così a trovarsi in testa alla bella schiera». Sabellico dedicò le nuove Annotationes al F., dimostrandogli una stima del tutto particolare («quicquid hoc est tibi uni datum puta. Solum me cum solo loqui existimes, amicum cum amico») e il F., a sua volta, compose un’ampia e articolata epistola indirizzata all’Accademia veneziana, con la quale difendeva il Sabellico dalle accuse mosse da Egnazio, e ricambiava Egnazio con una virulenza addirittura accresciuta. Tale epistola – stampata dal Penzio e inclusa soltanto in pochi esemplari della medesima raccolta filologica – illustra, come scrive Fera, «la preistoria umanistica di F., offrendoci uno spaccato sulla sua preparazione classica […] Vengono a coesistere nella sua [di F.] disamina quasi due linee, una tendenzialmente anarchica, che rivendica a chi scrive il diritto di articolare e variegare il lessico su base analogica […] l’altra tendente verso la “proprietas”, con una apertura di stampo valliano per l’accertamento della precisa “vis verborum”». Il 28 novembre 1509 il F. presentava al Doge la richiesta di privilegio per stampare «regule grammaticale de la tersa vulgar lingua» e per stampare anche «opere de altri excellenti poeti fin hora non impresse»; il documento – più volte riprodotto, da ultimo anche dal Richardson – è assai importante, poiché testimonia anzitutto la lunga genesi delle Regole, che videro la luce solo sette anni più tardi, e che perciò, come osserva Dionisotti, non sono «frutto di una improvvisazione estrosa», ma «di una lunga applicazione»; è inoltre importante poiché illustra un programma editoriale ambizioso, che non fu realizzato, ma che avvicina il F. alla figura di chi, come Aldo Manuzio, «era nel contempo autore e editore, editore di opere sue e altrui». L’assidua frequentazione dell’ambiente veneziano non interruppe i rapporti con Trieste, giacché nello stesso 1509 il F. venne nominato tra i membri del consiglio dei patrizi di quella città, e nel 1514 risultava sposato con una triestina di nome Pasuta. Nel 1511 decise di recarsi, come volontario, alla difesa di Treviso, che era allora minacciata dalle truppe dell’imperatore Massimiliano, e dove già si trovava il fratello Matteo, ufficiale al servizio della Serenissima. Per questo suo generoso atto meritò le lodi di Girolamo Bologni, contenute in un epigramma del Promiscuorum libellus XIII. Ma la sua condotta, analogamente a quella del fratello, scontentò il patriziato, che licenziò Matteo e, con il motivo forse pretestuoso di avere notizie circa «le cose de Istria», convocò G. F. a Venezia. I rapporti con la città lagunare rapidamente si deteriorarono. È probabile che a carico del F. pesasse anche la stretta sua relazione con Trieste, e in particolare con il vescovo Pietro Bonomo, capo della parte filo-imperiale. Nel 1513 la Repubblica gli impose di abbandonare Treviso e di trasferirsi in Venezia con la famiglia; nello stesso anno il fratello Matteo, passato al servizio di Ancona per dirigervi una truppa di 600 zaratini, morì avvelenato. Ad Ancona si trasferì anche G. F., essendovi stato nominato il 25 agosto 1516 luogotenente, qualifica che corrispondeva a quella di un magistrato delle cause civili. E in Ancona, nel settembre del 1516, fece imprimere le sue Regole grammaticali della volgar lingua. Si tratta della prima grammatica italiana e, in forza di tale priorità, nonché dell’ingente sua fortuna – tra il 1517 e il 1643 venti edizioni seguirono la “princeps” –, essa è stata oggetto di numerosissimi studi. È composta di due libri, il primo dedicato alle quattro parti del discorso (nomi con aggettivi, pronomi con articoli, verbi, avverbi), il secondo all’ortografia. Nel proemio il F. avverte trattarsi della prima parte di un progetto più ampio e già compiuto, composto, complessivamente, di ben cinque libri; tuttavia i tre ultimi, che avrebbero contenuto una trattazione sulle parole oscure, sulla sintassi del verbo e sulla metrica, non furono mai pubblicati, né di essi ci è nota altra e diversa testimonianza. Le Regole sono strutturate, come ha mostrato il Richardson, sul modello di grammatiche latine umanistiche precedenti e coeve, ma presentano, rispetto a queste, tratti di marcata originalità. Rarissimi sono gli “exempla ficta”, poiché ciascuna regola è ricavata dagli usi dei tre auctores che costituiscono, secondo il F., il cardine della lingua volgare: Dante, Petrarca e Boccaccio (più citato tra questi è Dante, con la Commedia; al secondo posto è Petrarca, con il Canzoniere, che però costituisce, per esplicita ammissione del F., il vertice delle opere in volgare; meno importante è l’apporto del Boccaccio, di cui è citato quasi solo il Decameron); inoltre alla trattazione grammaticale vera e propria il F. sovrappone frequentemente la discussione di luoghi dubbi degli auctores, fornendone esegesi alternative a quella dei commentatori (Landino, Filelfo, A. da Tempo), o, anche, emendandone la lezione accolta dalle stampe allora più note e più diffuse (critiche iterate sono indirizzate alle aldine di Dante e del Petrarca curate dal Bembo, benché queste stesse edizioni siano la fonte principale della sua trattazione). Richardson ha evidenziato come nel lavoro correttorio il F. «tende sempre a mettere il carro della grammatica davanti ai buoi della filologia, passando dalle regole al testo», cioè normalizzando la lezione degli autori sulla base della sua stessa formulazione grammaticale. A tutt’oggi, la sola testimonianza nota dell’attività poetica del F. è un’egloga composta di 160 endecasillabi sdruccioli, a rima incatenata, intitolata Amonio et Egialo, pubblicata da Dionisotti; secondo Richardson si tratta di un testo «incompatibile con il petrarchismo per genere e per lingua: contiene molti localismi e latinismi»; un testo che è pertanto discordante con l’impianto teorico delle Regole, e che fu realizzato, probabilmente, in epoca ancora giovanile. Il F. morì ad Ancona il 12 gennaio del 1517, precipitato da una finestra del palazzo pretorio; gli anconitani ritennero «esserse amazato lui medesimo da desperato»; la notizia del suicidio fu accolta da Valeriano nel De litteratorum infelicitate: «de fenestris autem se proiecere Franciscus Fortunius […] Nam cum Fortunius Anconitanae civitatis praetor esset […], repente repertus est in praetoria platea de palatii fenestris lapsus, ignorato auctore, cum tamen Anconitani praedicent eum furore quodam concitum sponte sese dedisse praecipitem». I termini della sua incerta e movimentata biografia sono resi più labili dal rischio di confonderlo con omonimi contemporanei. Marcantonio Grineo indirizzava un carme a un F. esperto di medicina e attivo a Trieste nei primi anni del Cinquecento; l’identificazione di questo Fortunio con il nostro, affermata anche da Hortis, è stata invece rifiutata da Dionisotti. Inoltre nel secolo XVI visse Fortunio Spira, originario di Viterbo, ma per lungo tempo attivo a Venezia e lì deceduto circa nel 1560; letterato molto apprezzato dai contemporanei, fu autore di varie rime, edite e inedite; due sonetti (Quante gocciole d’acqua ha questo mare e Quando penso signor a l’infinite) attribuiti in un manoscritto marciano a «Francisco (o Francesco) Fortunio», sono stati senz’altro rivendicati allo Spira da Richardson. Il dato è interessante, in quanto implica che già nel Cinquecento i due autori erano confusi, e opere dell’uno erano acriticamente attribuite all’altro.

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Bibliografia

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M. DI SAN MARTINO E DI VISCHE, Osservazioni grammaticali e poetiche sulla lingua italiana, Roma, Dorico, 1555; G. MUZIO, Battaglia di Hieronimo Mutio Giustinopolitano, Venezia, Dusinelli, 1582; D.P. SORANO, Epigrammaton libelli […], Venezia, Sessa, 1498; M.A. SABELLICO, Opera, Venezia, Vercelli, 1502 (lettere a F. alle cc. f1v-f2r e i6v); G.B. EGNAZIO, Racemationes, a cura di G. BEMBO, Venezia, Penzio, 1503; A. PERUZZI, Storia d’Ancona, Pesaro, Nobili, 1835, II, 257-270, 409; LIRUTI, Notizie delle vite, I, 428; A. ZENO, Biblioteca dell’eloquenza italiana, a cura di G. FONTANINI, I, Parma, Gozzi, 1803-1804, 25; A. HORTIS, Notizie di Gianfrancesco Fortunio, «Giornale storico della letteratura italiana», 111 (1938), 205-212; C. DIONISOTTI, Ancora del Fortunio, «Giornale storico della letteratura italiana», 111 (1938), 213-254; A. BENEDETTI, Gian Francesco Fortunio umanista e primo grammatico della lingua italiana, «Il Noncello», 27/2 (1966), 83-120; C. DIONISOTTI, Il Fortunio e la filologia umanistica, in Rinascimento europeo e Rinascimento veneziano, a cura di V. BRANCA, Firenze, Olschki, 1967 (Civiltà europea e civiltà veneziana, aspetti e problemi, 3), 11-23; G. BELLONI, Alle origini della filologia e della grammatica italiana: il Fortunio, in Linguistica e filologia. Atti del VII convegno internazionale di linguistica (Milano, 12-14 settembre 1984), a cura di G. BOLOGNESI - V. PISANI, Brescia, Paideia, 189-204; G. PISTILLI, Fortunio, Giovanni Francesco, in DBI, 49 (1997), 257-260; J.H. GAISSER, Pierio Valeriano on the Ill Fortune of Learned Men. ... leggi A renaissance Humanist and his World, Ann Arbor, The University of Michigan Press, 1999; C. DIONISOTTI, Gli umanisti e il volgare fra Quattro e Cinquecento, a cura di V. FERA, con saggi di V. FERA - G. ROMANO, Milano, 5 Continents Editions, 2003, in particolare cap. II, Marcantonio Sabellico e Giovan Francesco Fortunio, 15-24, con riproduzione della lettera del Fortunio “Venete Academie” e il saggio di FERA, Dionisotti e il ciceronianesimo, VII-XXXV.

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