GIOVANNI DI AILINO DA MANIAGO

GIOVANNI DI AILINO DA MANIAGO

notaio, cronista

G., figlio del notaio Ailino, nacque a Maniago intorno al primo quarto del XIV secolo. La sua era una famiglia caratterizzata dall’esercizio della professione notarile e strettamente legata alla casata dei signori di Maniago. Proprio grazie al legame con questo lignaggio si sono conservati molti documenti che illustrano l’attività professionale di G. e dei suoi parenti per il periodo dal 1277 al 1393: nel XVI secolo, infatti, il notaio Giuseppe Contardi redasse i regesti degli atti contenuti nei protocolli degli Ailini e li raccolse nel Sommarium notariorum Aylinorum che si conserva in copia settecentesca presso la Biblioteca civica di Udine “V. Joppi”, Joppi, 108. Da quei documenti risulta che G. iniziò l’attività notarile nel 1348 e continuò a rogare sino al 1393, anno della sua morte. Il Sommarium inoltre ci informa che nel 1356 G. contrasse matrimonio con Caterina di Dinato da Aviano e che svolse la sua attività per la famiglia Maniago al seguito della quale si recò a Milano, a Padova e a Ferrara, oltre che per la casata dei signori di Ragogna. Se i documenti raccolti nel Sommarium mettono in risalto soprattutto la produzione documentaria legata agli interessi delle famiglie signorili o della comunità di Maniago, l’unico quaderno di G. che si è conservato (Archivio di stato di Pordenone, Archivio notarile, 380, corda 3128) contiene atti della più svariata natura e mostra il notaio nella sua quotidiana attività di scrittore di carte private. Ma il nome di G., oltre che alla sua cospicua produzione documentaria per i privati e per la comunità, è legato alla stesura di una tra le più importanti opere storiografiche composte in Friuli, la Historia belli Foroiuliensis. L’edizione principale e più diffusa della Historia è ancora quella curata da L. A. Muratori il quale, nel 1740, pubblicò un testo che – dopo una prima nota relativa alle guerre che contrapposero nel 1366 il patriarca Marquardo di Randeck ai duchi d’Austria – prende le mosse nel 1381 con la morte di Marquardo per giungere al 1388 con l’insediamento del patriarca Giovanni di Moravia e narra in dettaglio le vicende belliche svoltesi durante i tormentati anni del patriarcato di Filippo d’Alençon. Dei medesimi codici si era servito nello stesso anno il de Rubeis che ha pubblicato un testo parzialmente diverso dell’Historia: in questa edizione (meno corretta a parere del Liruti) la nota relativa al 1366 compare come inserto nella sezione del 1381. Dopo queste prime due pubblicazioni l’Historia è stata spesso utilizzata dagli studiosi di storia locale, ma non è stata più fatta oggetto di indagini puntuali sino a quando G. Monaco ha richiamato l’attenzione su un codice d’età moderna (BCU, Fondo principale, 699) che risulta legato alle ricerche di memorie patriarcali condotte nel XVI secolo dal notaio udinese Antonio Belloni e conserva un volgarizzamento d’età moderna dell’Historia. Questo testimone permette di integrare le lacune della tradizione latina ed inoltre rivela che l’originario aspetto della cronaca è analogo a quello proposto dal de Rubeis. ... leggi In breve: il Muratori – sconvolgendo la natura del testo – ha pubblicato in apertura un brano (col. 1191A-1192D) che in realtà costituisce un inciso inserito dopo l’indicazione della data di morte del patriarca Marquardo nel 1381. Grazie all’analisi della tradizione manoscritta ed in particolare del volgarizzamento possiamo, quindi, cogliere meglio l’aspetto dell’Historia: l’opera si apre con l’invocazione verbale e con il ricordo della morte di Marquardo; il cronista poi torna in dietro nel tempo, ricorda l’elezione di quel patriarca e traccia sommariamente le vicende degli scontri tra il patriarca Ludovico della Torre e Rodolfo d’Asburgo e quelli che contrassegnarono l’esordio di Marquardo; terminata questa sorta di flashback, ha inizio il blocco di testo più lungo che ha l’aspetto di una vera e propria monografia ed è dedicato al puntuale resoconto degli scontri militari che ebbero luogo tra il 1381 ed il 1386, durante il contrastato patriarcato di Filippo d’Alençon; la parte conclusiva dell’opera, mantenendo la periodizzazione per patriarcati, racconta le prime battute del governo di Giovanni Moravia e si interrompe al 1389 con la notizia dell’assassinio di Federico di Savorgnano. Dall’esame puntuale del testo si può individuare con una certa precisione il momento cronologico in cui l’autore scrisse: nell’Historia, infatti, si ricorda Francesco il Vecchio da Carrara ancora in vita, ma non più signore di Padova. Poiché Francesco morì nel 1392 e abdicò nel 1388 è tra queste due date – quando ormai la vicenda del d’Alençon era definitivamente conclusa – che G. (ricordiamolo morto nel 1393) compose la sua monografia e passò poi ad ampliarla. A colpire i lettori dell’Historia sono due caratteristiche dell’opera che in fondo possono apparire come le facce della medesima medaglia: l’ambito geografico della narrazione è sempre molto largo ed oltrepassa i confini del patriarcato per comprendere sia il ducato d’Austria sia gli stati territoriali dell’Italia padana; tuttavia al centro dell’orizzonte da cui muove il racconto rimane la piccola località di Maniago e le vicende che hanno per protagonisti i compaesani dell’autore sono le più ricche di dettagli. Caso pressoché unico nella produzione storiografica italiana del basso medioevo, la cronaca di G. non è segnata dalla dimensione cittadina, ma è fortemente legata ad una realtà rurale, quella del “castrum” (detto anche “villa” oppure “burgum”) di Maniago. L’ancoraggio al contesto locale ha dato vita ad una sorta di narrazione a doppio binario: in primo piano emergono spesso gli episodi della guerra cui partecipano i signori di Maniago con i loro fedeli; sullo sfondo si pongono le vicende di grande respiro che vedono coinvolti, oltre al patriarcato diviso da una guerra intestina, i duchi d’Austria, i Carraresi signori di Padova che appoggiavano la fazione friulana capitanata dai cividalesi e la repubblica di Venezia, alleata del partito che faceva capo a Udine cui aderivano i Maniago. Quando la narrazione si focalizza sulla situazione locale il cronista compare come personaggio e si riserva un ruolo che supera il solo compito di testimone. Le frequenti parentesi autobiografiche presenti nell’Historia non sconfinano mai in note di storia domestica e quindi non riconducono quest’opera tra i libri di famiglia; esse sono piuttosto volte a porre in rilievo l’azione pubblica di G. che consistette principalmente (essendo egli ormai vecchio per combattere) nel finanziamento di opere di edilizia militare e nel supporto economico per i combattenti, ma che comprese anche qualche discorso pubblico e la stesura di numerosi importanti documenti: G. volle, quindi, ritrarsi come un elemento eminente nella realtà di Maniago. Dall’esame del testo emerge come il rapporto con la famiglia signorile e la posizione di rilievo nella piccola realtà di Maniago abbiano fortemente condizionato il modo di operare di G.: grazie al legame con i Maniago, egli poté superare l’orizzonte locale, seguendo i suoi “domini” in Veneto ed in Lombardia ed entrando in contatto con gli apparati di governo di Visconti e Carraresi, di Venezia e del Patriarcato; il coinvolgimento negli scontri militari che caratterizzarono gli anni di Filippo fa poi cogliere al cronista il rilievo della dimensione territoriale del Patriarcato. Questi due fattori inducono G. a superare l’orizzonte locale, ma il carattere monografico dell’opera contribuisce a condizionare il cronista inducendolo ad accogliere nel suo racconto dettagliati episodi che, pur essendo marginali nel complesso della vicenda, ai suoi occhi appaiono rilevanti perché riguardano Maniago. Resta ancora da aggiungere che il legame tra il cronista e la famiglia signorile non induce mai G. nella tentazione di trasformare la sua opera in una storia dinastica: anche se nella cronaca i Maniago – Nichilo e suo figlio Luchino in primo luogo – sono presentati con riguardo, e se pure viene loro assegnato un posto di rilievo nella fazione che fa riferimento ad Udine, costoro non occupano mai il primo piano della scena narrativa. Inoltre il cronista non apre mai parentesi sul passato della famiglia signorile e neppure si ferma a descriverne la situazione ai suoi giorni, dando, per esempio, notizie di matrimoni oppure di nascite. L’opera di G. rivela il buon livello culturale dell’autore ed il suo gusto per il racconto: segno della sua preparazione letteraria sono i discorsi pubblici inseriti nella cronaca; interessante è poi una certa sensibilità antiquaria dell’autore che, ad esempio, dedica un inciso (a col. 1195 E dell’edizione muratoriana) per specificare: «castrum nobile Montis Zardini, antiquitus sic nominatum, hodie vero nominatur Maniacum». Il piacere per la narrazione è particolarmente evidente nei dettagliati racconti degli scontri militari cui parteciparono gli abitanti di Maniago e nei quali ampio risalto è assegnato a episodi marginali (singolare, ad esempio, il caso di un tale che, essendosi difeso a morsi, si vide assegnato il soprannome di Facino Cane, il famoso e famigerato capitano di ventura che proprio in quegli anni ed in Friuli stava iniziando la sua brillante carriera).

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Bibliografia

La Historia di Giovanni è edita in MURATORI, Antiquitates Italicae, III, 1191-1220; e in DE RUBEIS, MEA, App., 44-57. Di un volgarizzamento d’età moderna informa G. MONACO, L’“Historia belli Foroiuliensis” di Giovanni Ailino di Maniago nella versione italiana del ms. 699 della Biblioteca civica di Udine, «MSF», 66 (1986), 121-140. Il protocollo di G., conservato all’Archivio di stato di Pordenone, è edito in B. COSTANZI COBAU, Per una storia di Maniago nel tardo medioevo: i registri dei notai Giovanni di Ailino e Martino, t.l., Università degli studi di Trieste, a.a. 1984-1985. Un rapido esame dell’Historia è in M. ZABBIA, Notai-cronisti nel mezzogiorno svevoangioino. Il “Chronicon” di Domenico da Gravina, Salerno, Laveglia, 1997 (Spiragli, 4), 111-117.

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