GIOVANNI IUNIOR

GIOVANNI IUNIOR

patriarca di Grado

Il diacono G. fu patriarca di Grado tra 806/807 e 810, salito agli onori della cattedra per volere dei Bizantini dopo che la flotta di Niceta aveva ricondotto sotto il dominio dell’impero d’oriente il riottoso ducato veneziano e la metropoli gradese, condotta in quel momento da Fortunato, che avevano apertamente mostrato la loro tendenza filofranca. La sua vicenda appare come una parentesi nell’ambito del lungo e tumultuoso patriarcato di Fortunato. Quest’ultimo ritornò infatti in possesso del suo titolo dopo l’810, quando con una spedizione militare il re d’Italia Pipino figlio di Carlo Magno ricondusse nell’ambito dell’orbita franca il ducato veneziano e pose le basi per la cacciata di G. e per il ritorno del legittimo presule. Per tali motivi il patriarca filobizantino viene considerato un usurpatore e non compare nei cataloghi patriarcali né viene ricordato dai cronachisti e dagli storici di epoca successiva come Giovanni II, titolo che gli sarebbe spettato, visto che un altro patriarca con un simile nome, morto nell’803, fu il predecessore di Fortunato. Il presule è invece conosciuto e ricordato con il nome di G. I., sulla base dell’epigrafe dedicatoria scolpita su un architrave di pergula, fatta realizzare dallo stesso patriarca, che doveva trovar posto nella trichora della basilica di S. Eufemia in cui si concentrava il culto di san Marco. Sui frammenti conservati di questa trabeazione si può infatti leggere: AD HONOREM BEATI MARCI E[VANGELIS]TE IOHANNES IUNIOR SOLA D[EI] SUFFRAGANTE GRATIA D[IGNE HOC OPUS PERFECIT X]V IND[ICTIONE]. In onore di san Marco Evangelista, G. I., col sostegno della sola grazia di Dio fece dunque fare quest’opera presumibilmente quando correva la quindicesima indizione, vale a dire nell’anno 807. L’epigrafe appare dunque di notevole rilevanza visto che oltre ad essere una delle più chiare attestazioni del culto di san Marco in ambito altoadriatico – sicuramente il più antico documento epigrafico con il nome dell’evangelista – risulta una testimonianza tangibile della presenza e dell’operato di questo patriarca nelle chiese di Grado. ... leggi Un utile riscontro a questa situazione proviene anche dalla Cronaca veneziana di Giovanni Diacono, composta agli inizi dell’XI secolo, nella quale viene ricordato, con alcuni espliciti riferimenti, che il presule usurpatore operò infatti attivamente durante il suo patriarcato nell’abbellimento degli edifici cultuali gradesi. A G. vengono solitamente ricondotti anche alcuni elementi scultorei di arredo liturgico, in particolare degli archetti di tegurio, conservati ora nella chiesa di S. Maria alle Grazie. Si tratta di opere ben inquadrabili al principio del IX secolo che appaiono realizzate con una evidente eleganza nel ductus e un linguaggio ancora vicino alle istanze naturalistiche: connotati che invitano a considerare una matrice culturale di stampo bizantino. La prossimità di G. ai bizantini in opposizione all’inclinazione filofranca di Fortunato è motivo di questa attribuzione, che pare indubbiamente plausibile ma che meriterebbe una ben più profonda e articolata discussione nell’ambito delle tendenza della scultura del periodo in area altoadriatica e alla possibile presenza e diffusione di maestranze greche o ancorate ad una tradizione orientale.

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Bibliografia

IOHANNIS DIACONUS, La cronaca veneziana, in Cronache veneziane antichissime, I, a cura di G. MONTICOLO, Roma, 1890 (Fonti per lo studio della storia d’Italia, 9), 57-171; A. CARILE, “Chronica Gradensi” nella storiografia venziana, in Grado nella Storia e nell’arte, I, Udine, AGF, 1980 (Antichità altoadriatiche, 17), 111-138; A. TAGLIAFERRI, Le diocesi di Aquileia e Grado, Spoleto, CISAM, 1980 (Corpus della scultura altomedievale, X), 356-357, 402-407; C. GABERSCHEK, L’alto medioevo, in La scultura in Friuli, I, Dall’epoca romana al gotico, a cura di M. BUORA, Pordenone, Grafiche editoriali artistiche pordenonesi, 1983, 187-259; S. TAVANO, Aquileia e Grado. Storia-Arte-Cultura, Trieste, Lint, 1986.

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