GREATTI GIUSEPPE

GREATTI GIUSEPPE (1758 - 1812)

ecclesiastico, letterato, bibliotecario

Nato a Pasiano Schiavonesco (l’attuale Basiliano, presso Udine) nel 1758, studiò a Udine presso i barnabiti, poi teologia al Seminario cittadino. Nominato suddiacono nel 1779 dall’arcivescovo Giangirolamo Gradenigo, nel 1780 fu elevato a diacono e nel 1782 ordinato sacerdote. Nel 1785 si laureò in utroque iure all’Università di Padova, inserendosi senza difficoltà nell’ambiente culturale cittadino, ottenendo la stima di Melchiorre Cesarotti. Dopo avere pubblicato nello stesso 1785 a Padova e Venezia i suoi primi scritti letterari per nozze, G. nel 1786 divenne vicedirettore e poi direttore del collegio dei nobili, socio dell’Accademia patavina. Iniziò anche lo studio dell’inglese, dimostrando una notevole apertura verso la letteratura europea. Tradusse, tra l’altro, il Cid di Corneille (1794), l’ode Per santa Cecilia di John Dryden (1798), l’Ultima epistola di Eloisa e Abelardo di Pope (edita anonima con il falso nome di luogo di Ginevra), ammirò Ossian attraverso la mediazione di Cesarotti, facendosi sostenitore della spontaneità della creazione artistica, apprezzando anche il Foscolo – di cui fu amico e di cui segnalò i Sepolcri – per il senso di patria e per l’energia dello stile. Nel 1794 G. fu nominato bibliotecario dell’Università di Padova. Dopo essere entrato a Udine nel salotto di Lavinia Florio Dragoni, con cui continuò a intrattenere una corrispondenza che risulta illuminante sull’ambiente culturale e a coltivare un’amicizia che durò nel tempo, G. frequentò a Venezia i salotti di Giustina Renier Michiel e di Isabella Teotochi Albrizzi, a Padova quello di Arpalice Savorgnan Cergneu di Brazzà Papafava, di orientamento filofrancese. ... leggi Nel 1797 egli, che fu tra gli organizzatori della Municipalità di Padova, organo che cercò di proporsi come un centro aggregante alternativo alla Municipalità di Venezia, aderì alle istanze “giacobine”, convinto assertore della soppressione dei beni ecclesiastici e dell’abolizione dei giuspatronati. Appoggiò la fondazione della Società patriottica di pubblica istruzione di Padova, di cui tenne il discorso inaugurale. Sostenitore dei “patrioti” della terraferma che guardavano alla Repubblica Cisalpina (mentre qualcuno avvertiva la possibilità di una non improbabile cessione del Veneto all’Austria), il 19 luglio 1797 G. si portò a Udine, insieme con un altro membro della Municipalità di Padova, per chiedere al Governo centrale del Friuli l’invio di due rappresentanti al congresso di Bassano, che si sarebbe tenuto il successivo 26 luglio per sancire da parte dei Governi centrali l’unione del Veneto alla Cisalpina, già votata il 12 giugno nel congresso di Milano. Giovanni Battista Flamia, presidente del Governo centrale del Friuli, forse perché probabilmente già conosceva il contenuto degli accordi di Bonaparte, oppose un rifiuto, suggerito del resto dal generale Bernadotte, suscitando la violenta protesta di G. e dei democratici. G. entrò nel Governo centrale patavino e in tale veste il 14 ottobre partecipò al congresso di Venezia, estremo tentativo di affermazione della volontà delle Province venete pochi giorni prima del trattato di Campoformido. G., licenziato nel 1798 dallo Studio di Padova, nel 1800 si trasferì a Milano, dove per i suoi meriti intellettuali e politici fu nominato bibliotecario di Brera, ma, divenuto anche qui sgradito alle autorità per questioni non ben definite (secondo Cesarotti, come riferisce il Michieli, per avere rifiutato di entrare «in certi intrighi democratico-monarchici»), nel 1803 fu destituito dalla carica e si ritirò in Friuli. Nel novembre 1805, quando l’esercito francese occupò nuovamente la provincia, G. fu nominato dal generale Massena commissario per la formazione del Governo centrale provvisorio, che durò in carica fino al 20 febbraio 1806, dovendo gestire il difficile momento di transizione e nuove urgenti requisizioni. Con il ritorno di Bernadotte e con lo spostamento dell’asse politico verso un nuovo indirizzo moderato che aveva come figura centrale Cintio Frangipane, G. e con lui i vecchi democratici che erano stati utili nel periodo di transizione – Gio. Maria Benvenuti, Pietro Cargnelli, Pietro Jacotti – uscirono dai ruoli politici. G. si dedicò agli studi, mantenendo intatta la fede in Napoleone, celebrata in molti componimenti (Il genio militare, 1808; L’oracolo di Pronea, 1811). Di diversa ispirazione è l’Epistola a Temira (1805) dedicata a Lavinia Florio Dragoni, consolatoria per la morte del marito Antonio Dragoni. Oltre ai versi, va ricordata in quest’ultimo periodo la sua attività culturale legata a interessi civili. Nel 1811, all’inaugurazione dell’Accademia aquileiese agraria – che riuniva l’antica Accademia udinese con la Società d’agricoltura pratica, ufficialmente chiusa nel 1809, e l’Accademia aquileiese, sorta nel 1807 per volontà del commissario di guerra Siauve – G., in qualità di segretario, tenne un’Allocuzione in cui esortò i soci a essere «collaboratori dell’amministrazione pubblica» e a cooperare per illuminare la «sapienza dipartimentale». Risale probabilmente a questo periodo la sua iscrizione alla massoneria udinese. Nel dicembre del 1811 divenne rettore del collegio Anton Lazzaro Moro di San Vito, a cui era stata aggregata una scuola a seguito delle riforme napoleoniche. Il suo programma pedagogico, teso a formare l’uomo di cultura e il cittadino, in parte era stato enunciato già nel 1796 (Saggio di un programma di studi, edito a Portogruaro nel 1879), quando aveva proposto un piano di studi articolato in otto anni secondo il metodo “naturale”. Non riuscì però ad attuarlo, in quanto morì nel 1812. G. attirò su di sé vari odi per la radicalità delle sue posizioni e per l’irruenza del carattere, sia tra il clero sia tra la società civile, pur dimostrando una buona preparazione letteraria, attenta ai fermenti nuovi.

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Bibliografia

ASU, Caimo, 78 (corrispondenza con Lavinia Florio Dragoni).

A. MENEGAZZI, Il Collegio di Anton Lazzaro Moro a San Vito al Tagliamento, «Pagine friulane», 8/8 (1985), 150; A. MICHIELI, Giuseppe Greatti, «Ateneo veneto», 23 (1900), 56-79; V. DELLA TORRE, Il salotto della contessa Lavinia Dragoni Florio. Da un carteggio inedito (1782-1812), «MSF», 27-29 (1931-33), 8-27; G. VENTURA, Alcuni atteggiamenti politico-intellettuali del clero udinese di fronte agli avvenimenti del trentennio 1790-1820, ibid., 48 (1967-68), 47-54; L. CARGNELUTTI - R. CORBELLINI, Udine napoleonica. Da capitale della Patria a capitale della provincia del Friuli, Udine, AGF, passim; M. MONTELEONE, Padova tra rivoluzione e restaurazione, 1789-1815, Padova, Programma, 1997, passim; G.P. MANTOVANI, Greatti, Giuseppe, in DBI, 59 (2002), 50-53 (con un’esaustiva bibliografia); A. CELOTTI, La massoneria in Friuli, Udine, Del Bianco, 20062, passim.

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