GREGORICCHIO GIANNI

GREGORICCHIO GIANNI (1927 - 2007)

drammaturgo, scrittore, attore, regista

Immagine del soggetto

Gianni Gregoricchio riceve il premio San Simon a Codroipo.

Nato a Udine nel 1927, nell’umile borgo di via Cicogna, si trovò precocemente nell’infelice condizione di orfano, in balia solo di se stesso. Fu abbandonato a due anni dalla madre Armida, sarta presso il negozio Basevi, che, lasciati marito e figlio, si trasferì a Varese con un nuovo compagno e che G. – che la credeva morta – conobbe solo nel 1943, ma senza più riuscire a ricucire legami affettivi evidentemente incrinati senza rimedio. Nel 1943 gli morì il padre, Mario, impiegato alla Banca del Friuli, uomo intelligente e affettuoso, che si trasferì per lavoro con il piccolo Gianni dapprima ad Aviano, dal 1932 al 1938 (anni di una mitica serenità infantile che ispirarono poi a G. maturo la prima opera narrativa, nel 1977, Piccole storie avianesi), e poi a Sacile. Scomparsi nel 1944 anche lo zio paterno Manlio (morì con la moglie a Codroipo su un treno bombardato) e, nel 1945, la nonna Amelia, G. dovette accantonare il sogno degli studi umanistici e, salvo brevi parentesi, trascorse l’intera giovinezza nell’orfanotrofio dell’Istituto Renati, da cui uscì nel 1949 diplomato in ragioneria, requisito per essere subito assunto, come il padre, in banca. Turbata alle origini da carenze affettive determinanti, fu irrequieta anche la vita sentimentale di G., che, dopo venticinque anni di matrimonio avvenuto nel 1951, si separò dalla moglie Elisa Canciani (ne nacquero due figli, Francesca e Mario), ma che infine conquistò una definitiva stabilità emotiva con la seconda compagna, Edda Mari, negli ultimi trent’anni di vita, che si chiuse a Udine il 31 gennaio 2007. Affabile, cordiale nei rapporti umani, signorile nei modi e nella persona – in gioventù, una vaga rassomiglianza con Cesare Pavese –, G. fu animatore sensibile della vita culturale friulana del secondo dopoguerra. ... leggi Dapprima fu coinvolto in iniziative di cineforum, in giro per il territorio regionale e a Udine (al San Giorgio e al Roma di via Pracchiuso), tanto da entrare anche nella giuria del premio Cineforum della Mostra del cinema di Venezia, negli anni caldi della contestazione. Poi, con interesse crescente, fu assorbito dalla passione teatrale, che lo indusse in un primo momento anche a farsi attore e regista, dal 1960 al 1972, con la compagnia “I giovani attori”, attivi in rappresentazioni, letture, riduzioni da testi di scrittori, teatrali e non, fino ad allora poco praticati (Ionesco, Brecht, Betti, Jimenez), e perfino, nel 1962, nell’impresa di una prima nazionale, con l’allestimento, presente l’autore, del dramma La terra non sarà distrutta di padre David Maria Turoldo. Al capolinea di un così intenso tirocinio, anche materiale, fu inevitabile l’impegno diretto nella scrittura, cui G. decise di dedicarsi nella maturità e in vecchiaia, privilegiando in particolare il canale della lingua friulana. In una sua variante elegante di friulano centrale, limpido e dal lessico accurato, scrisse opere di narrativa e poi, anche qui in modo sempre più esclusivo, testi drammaturgici, spesso premiati ai concorsi periodici indetti dall’Associazione teatrale friulana, della cui giuria fu anche componente nel 2003 e nel 2006. In realtà, nelle pieghe di una così variegata attività, condotta con apparente nonchalance, sempre generosa e disinteressata, G. celava profonde ferite personali, radici di una segreta fragilità interiore a cui quel suo impegno e la stessa scrittura potevano fungere da valvola compensativa e quasi da sublimazione fantasmatica. Storie di intima sofferenza, tra elegia di sentimenti delicati soffocati dalla brutalità del vivere e scatto di rivolta etica, più che ideologica, contro le ingiustizie patite dai vinti, percorrono il corpus delle opere di G.: nella narrativa, in cui spiccano i romanzi in friulano Îr e doman e Tre feminis (premio San Simon di Codroipo, rispettivamente nel 1984 e nel 1988), e nella drammaturgia che, dopo un primo dramma dal titolo emblematico Dentri di nô, del 1986, si compone di un complesso di tredici testi. Alla svolta del “nuovo” teatro friulano, curvato nel dopoguerra specie da Alviero Negro e Renato Appi a modalità alternative di drammaticità o di aperta denuncia civile, lontane dalla prevalente convenzione comico-farsesca del primo Novecento, G. contribuì con una personale attenzione allo scavo nel personaggio, strutturato con abilità tecnica nella cura del dialogato e dell’ambientazione realistica. È un personaggio ora ripiegato dentro di sé, in una crepuscolare malinconia sentimentale e memoriale, ora innervato dall’anticonformismo contestativo contro i mali di una società stravolta dal compromesso, dell’ipocrisia, dell’affarismo. A questi disvalori la creatura scenica di G. oppone la tenace resistenza del cuore puro, per una lezione di verità e di libertà di cui si fanno portavoce particolarmente le figure femminili, quasi alter ego e proiezione dei tormenti e degli slanci del loro inventore. Sono, tra gli esempi più riusciti, i casi di Matilde (in Cjase d’arint, del 1992), l’anziana abbandonata in ospizio dai parenti egoisti, ma infine capace di lottare e vincere per un nuovo affetto, “scandaloso” solo per gli altri; o della ex prostituta (in Alde dai fruz, del 1994) vittima di pregiudizi, quando è invece eroina superiore a tutti per autentico candore. Con qualche eco da Pirandello per lo scarto tra essere e apparire (G. ne tradusse in friulano nel 1987 i Sei personaggi in cerca d’autore e L’uomo dal fiore in bocca) e soprattutto sulla spinta di un personale “cristianesimo democratico” di eco manzoniana (Cianchi), G. si segnala per un impegno teatrale che, al di là dei risvolti autobiografici, riflette lo smarrimento del Friuli moderno riverberato nelle anime, al bivio tra perdita dei valori antichi e disumano materialismo del costume, in una piccola patria ormai lontana dalla retorica autocelebrativa dell’isola felice.

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Bibliografia

G. CIANCHI, Saggio introduttivo, in G. GREGORICCHIO, Teatro, Udine, Associazione teatrale friulana, 2010, 62.

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