GRIMANI GIOVANNI

GRIMANI GIOVANNI (1506 - 1593)

patriarca di Aquileia

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Medaglia in bronzo con il ritratto di Giovanni Grimani, preparata nel 1593 per la fondazione della fortezza di Palmanova, che il patriarca non riuscì a vedere (Udine, Civici musei).

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Sottoscrizione del patriarca Giovanni Grimani, 1558 (Udine, Biblioteca arcivescovile, 25, f. 226v).

Nacque a Venezia l’8 luglio 1506 da Girolamo ed Elena Priuli. Splendidi natali, gran ricchezze, gran nomi: compiva quindici anni il G., quando il nonno Antonio diventava doge, sancendo l’ascesa politica della famiglia, già decorata dal cappello cardinalizio dello zio Domenico. Fu proprio costui ad avviarlo alla carriera ecclesiastica, nominandolo sin dal 1520 amministratore della diocesi cenedese, di cui sarebbe divenuto vescovo titolare vent’anni più tardi, dopo aver gestito la commenda dell’abbazia di S. Maria di Sesto al Reghena, nell’ambito di un complesso avvicendamento di benefici ecclesiastici dei quali la famiglia era in grado di disporre alla stregua di beni personali. Questa spregiudicata strategia portò quindi il G. a divenire patriarca di Aquileia (28 settembre 1546), subentrando allo scomparso suo fratello, il cardinale Marino. Del tutto naturale, a questo punto, che il G. aspirasse al cappello cardinalizio; senonché si erano manifestati nei suoi confronti taluni sospetti di eresia, a causa delle relazioni intrattenute con personaggi come Bernardino Ochino, Pietro Carnesecchi e Pier Paolo Vergerio; a rafforzare i dubbi sull’ortodossia del prelato stavano poi certe sue espressioni attestanti la superiorità dell’assemblea dei vescovi sul papa. Si era giusto all’inizio dei lavori del concilio di Trento, e questo rendeva ancor più gravi le accuse, ma nel 1552 il G. seppe giustificarsi di fronte al tribunale dell’Inquisizione, rimuovendo ogni ombra. ... leggi Poteva così rinfocolare le sue aspirazioni, ma proprio quando riteneva di essere prossimo al conseguimento dell’agognato cappello, papa Giulio III si oppose. Il G. tornò alla carica qualche anno dopo, nel 1561, ma senza miglior esito, ché il nuovo pontefice, Pio IV, esibì ulteriori documenti che ne attestavano una posizione sostanzialmente ambigua nei riguardi di talune proposizioni ereticali. Forte dell’appoggio del suo governo, il G. riuscì allora ad ottenere la convocazione a Trento di una commissione di prelati i quali, nel settembre 1563, lo assolsero nuovamente da ogni accusa. Senonché il suo calvario non ebbe, né avrebbe avuto mai termine, dal momento che neppure i successivi pontefici si sarebbero risolti a compiere il passo decisivo. Definitivamente “bruciata” la sua candidatura, al G. non rimase che ripiegare sul conforto dell’arte, alla decorazione del palazzo di famiglia a Santa Maria Formosa, dove allestì una eccezionale raccolta di statue e reperti archeologici che nel 1587 donò alla Repubblica. Debole e saltuario, frammezzo a tante angustie, il suo impegno nella cura del patriarcato aquileiese, sostanzialmente riconducibile alla difesa giurisdizionale del piccolo feudo di Taiedo. Morì a Venezia, in età avanzata, il 3 ottobre 1593.

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Bibliografia

E.A. CICOGNA, Delle inscrizioni veneziane raccolte ed illustrate da […], I-II, IV-VI, Venezia, Orlandelli-Picotti, 1824-1853, ad indices; P. PASCHINI, Giovanni Grimani accusato d’eresia, in ID., Tre illustri prelati del Rinascimento. Ermolao Barbaro, Adriano Castellesi, Giovanni Grimani, Romae, Facultas theologica pontifici Athenaei Lateranensis, 1957 (Lateranum nova series, 1-4, A23), 133-196; G. BENZONI - L. BORTOLOTTI, Grimani, Giovanni, in DBI, 59 (2002), 613-621; EUBEL, Hierarchia, III, 114, 162.

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