LEITENBURG FRANCESCO

LEITENBURG FRANCESCO (1843 - 1922)

avvocato, commediografo

Immagine del soggetto

Il commediografo Francesco Leitenburg.

Nacque il 7 ottobre 1843 a Cattaro, città di provenienza del padre. Avvocato, consigliere e assessore nel comune di Udine dal 1883 al 1904, figura tra i promotori di un genere teatrale friulano autonomo dopo secoli di prove sporadiche e di problematica collocazione. Il suo repertorio più noto comprende quattro commedie friulane, ma sono numerosi i pezzi teatrali rimasti inediti. Lis petegulis [Le pettegole], dell’aprile 1869, propone vivaci scene campestri in un atto, in versi ottonari piuttosto cantilenanti, «buoni come forma e come valore letterario, ma poco adatti alla recitazione ed al palcoscenico» (A. Lazzarini). I caratteri appaiono poco abbozzati, così come è assai tenue l’intrigo: un matrimonio corre il rischio di andare a monte a causa dei pettegolezzi di tre donne invidiose della fortuna occorsa alla giovane fidanzata, ma il caso si risolve grazie al buon senso del parroco, del padre della sposa e del marito di una delle tre maldicenti. La commedia in un atto Un trucc di gnove date [Un trucco di nuova invenzione] è stata composta tra il 15 e il 16 novembre 1872 e recitata a Udine e a Trieste dai dilettanti dell’Istituto filodrammatico udinese. Un prete ormai anziano e una vedova tentano di far maritare la rispettiva nipote e figlia con Suald; la ragazza rifiuta con decisione qualsiasi progetto, ma alla fine tutto si risolve quando si viene a sapere che l’innamorato che lei già frequenta è lo stesso giovane che i due vorrebbero farle maritare. Nel 1874 gli stessi attori mettono in scena con successo Il predi par fuarze [Il prete per forza], commedia in tre atti, scritta tra il 6 e il 9 agosto dello stesso anno, che sembra assumere piuttosto i caratteri del dramma. La complessità dell’azione, il numero di personaggi, la stessa divisione in atti ne fanno un’opera assai più matura delle precedenti. ... leggi Il desiderio di ascesa sociale induce il bigotto sar Tite e la moglie a voler fare in modo che l’unico figlio Zuan diventi prete come il nipote del sindaco, incuranti del fatto che il giovane è innamorato della nipote del parroco; la situazione è aggravata dal fatto che anche Toni, l’infelice nipote del sindaco, «predi par fuarze», nutre passione per la medesima ragazza e, per pura malignità, riesce ad allontanarla dal giovane che lei ama sia calunniando il parroco e il proprio zio, sia insinuando sospetti anche in chi sosteneva fedelmente i progetti di Zuan. Quest’ultimo è ormai rassegnato a diventare sacerdote controvoglia, ma le menzogne di Toni giungono all’orecchio del parroco, il quale, accordatosi con il sindaco, chiarisce la situazione e conclude le nozze proprio alla vigilia del giorno in cui Zuan avrebbe dovuto indossare la veste. L’azione è dominata dalla tristezza e dalla percezione di una malvagità che nasce dalla profonda infelicità di Toni, ma si chiude con la lieta unione dei due innamorati, i quali hanno superato con fermezza pregiudizi e avversità che erano apparsi insormontabili. Lampante è il proposito morale di fondo: indurre i genitori a non vincolare i desideri dei figli a scapito della loro felicità e dell’onestà della loro anima. Tra il 9 e il 14 dicembre del 1874 viene composta un’altra commedia, Un ’l è pôc e doi son masse [Uno è poco e due sono troppi], rappresentata il 29 novembre 1875 al teatro Minerva e in seguito riportata sulle scene di Gorizia, Trieste e di varie cittadine della regione dall’Istituto filodrammatico udinese e dalla Società comica Pietro Zorutti. Siore Cheche vuole a tutti i costi trovare marito per Anzule, la maggiore delle due figlie, e per questo tiene d’occhio due pretendenti: un bravo giovane, animato da seri propositi, e un imbroglione che si finge nobile e non perde occasione per spillare denaro ai malcapitati che si fidano di lui; Anzule soddisfa la madre e si avvicina all’avventuriero, mentre Sese, la sorella minore, continua a coltivare con serietà la relazione con un giovane che infine capiterà al momento opportuno per smascherare il falso conte. Questi, che nel frattempo ha ottenuto in prestito del denaro anche dai genitori delle due sorelle, suscita i tardivi sospetti di Coleto, marito di Cheche, sottomesso in tutto alla donna. La fuga dell’impostore lascia punita Anzule, che tenta almeno di riallacciare i rapporti fra la sorella minore e il fidanzato che la madre aveva voluto allontanare da lei. All’ulteriore, testarda opposizione della donna al matrimonio di Sese, Coleto scatta e sfoga tutta la rabbia che aveva represso da quando, per debolezza, aveva rinunciato a contraddire la moglie. In questa commedia sono state riscontrate singolari somiglianze con Una famegia in rovina di Giacinto Gallina; se l’intreccio è diverso, se l’architettura è nel lavoro di L. assai meno ricca e la fine meno consolante, le anime sono le stesse. Le due ultime commedie di L. saranno tradotte in dialetto milanese; tutti i quattro lavori, caratterizzati da ampiezza ed efficacia alquanto diverse, vengono raccolti nel 1883 in un volume unico, dal quale rimangono escluse le altre opere. Tra queste, due farse scritte e recitate sempre nel 1874: Un curios e une vedrane [Un curioso e una zitella] («ideata e scritta in Udine ne’ due giorni 6 e 7 del mese di marzo 1874» e rappresentata il 2 maggio successivo al teatro Minerva a cura dell’Istituto filodrammatico udinese) e Il lott a’l juste dutt [Il lotto aggiusta tutto]. L’intento di illustrare in modo verace e caloroso la vita e l’ambiente friulani conferisce a queste opere il carattere forse manierato proprio delle commedie di costume, che ordiscono intorno a un evento talora insignificante un intreccio essenziale, coinvolgono i pochi personaggi in giochi psicologici semplici, conservano un’aura di serenità e insieme uno scopo di edificazione morale. Tuttavia un bilancio complessivo sulla figura di L. può emergere soltanto da un’analisi meticolosa dei manoscritti ancora conservati presso la Biblioteca comunale di Udine e donati in gran parte dal cav. Leo Pilosio. Le carte allargano innanzitutto il ventaglio dei generi. Le prime composizioni, di un L. neppure diciottenne, testimoniano una predilezione per la scrittura poetica: alcuni piccoli quaderni contengono testi in italiano (poesie di argomento pastorale, odi, anacreontiche, riferibili in gran parte al 1861), mentre è più vario il Giornale di Francesco de Leutenburg [sic] per l’anno 1860-61, che contiene sonetti, sciarade, logogrifi, allegorie e satire in italiano, ma anche testi in friulano: La patrie di Franzesch de Leutenburg. Ai furlans [La patria di Francesco de Leutenburg. Ai friulani] (composta il 17 novembre 1860, descrive la sua terra d’origine: «La patrie me je Cattaro in Dalmazie, / che con il mar confine e la Cröazie, / e forme l’ultim sbrendul de Germanie / e al sud slungiansi e jentre in t’all’Albanie» [La patria mia è Cattaro in Dalmazia, che confina con il mare e la Croazia, e forma l’ultimo lembo della Germania e prolungandosi verso sud entra nell’Albania]) e Il miò ritratt [Il mio ritratto] (scritta il 19 novembre 1860 «A soddisfà la brame dai Furlans / di metti in viars il fisich miò ritratt / cioè la me bruttezze e i miei malans» [Per soddisfare la brama dei friulani di mettere in versi il mio ritratto fisico cioè la mia bruttezza e i miei malanni]); isolato il “canto fidenziano” Il desiderio deluso, dedicato a C. Costantini (2 marzo 1861). È sorprendente per insaziabile varietà e audace inventiva anche il manoscritto delle Elucubrazioni di Francesco Leutenburg con inserzioni estratte dai latini, greci e tedeschi autori classici. Volume unico (Udine, 1860), centone di racconti, prose scientifiche, narrative e liriche, pensieri, quartine di settenari e di decasillabi (L’assalto di Gerusalemme nel 1099, 15 luglio. Racconto d’un crociato; e ancora un Inno guerriero dei soldati Udinesi e Cividalesi nel Assedio della rocca di Buttrio nell’anno 1306. Aprile), traduzioni italiane dal latino (Ovidio, in altre carte anche Sallustio), dal greco (Senofonte) e dal tedesco (J. P. Richter), ma anche dal greco (L’asino e la volpe di Esopo) al latino e al tedesco; infine una sorta di decalogo di stile (Cenni sulla lingua italiana. Modo d’impararla. Che si richieda perché un componimento in versi sia perfetto) e una Lettera scherzosa […] a Giovanni Morossi suo condiscepolo in IV ginnasiale. Al gennaio del 1861 risalgono le stesure di un primo racconto, Il matricida ossia L’orribile vendetta, la cui ambientazione scozzese risente delle suggestioni dei romanzi gotici (l’incipit, «Era una burrascosa notte d’autunno. Spessi balenavano i lampi a cui s’univa il forte rumoreggiar dei tuoni. Agglomerate nubi s’estendevano sul firmamento e la natura giacea in fitte tenebre», sostituisce: «Era una bellissima notte di primavera. Brillava la luna negli immensi spazi del firmamento e tutta la natura giacea in profondo silenzio»); Cividale e il Friuli (e un maniero presso il torrente Malina, descritto con grande profusione di particolari) fanno da sfondo a un breve romanzo storico costruito intorno alla polarizzazione tra la bontà dei personaggi umili e la malvagità dei castellani. Simili atmosfere ritornano nel giugno 1865 in un altro racconto storico, intitolato Il profugo («Era di notte, e la luna splendea in tutta la sua magnificenza, mentre il giovane forestiero camminava frettoloso verso il confine»); L’uomo e la Provvidenza, Soffrire e ridere ossia Vicende del signor Tommaso, e infine Dell’ingiuria sono i titoli delle altre prose. È invero privilegiata la scrittura drammatica: rimane allo stadio di abbozzo una tragedia lirica, La vendetta ossia Il ritorno d’un crociato («La scena è nel territorio bresciano circa l’anno della conquista di Gerusalemme»); più numerosi gli scherzi comici, le commedie in un atto, le scene campestri e gli schizzi satiricoumoristici, ambientati generalmente in Friuli o a Trieste: Una donna bisbetica («Udine 1867», con propositi di correzione e di rifacimento, e poi «1869, febbraio»), Dritto e rovescio («scritta nei tre giorni dal 9 all’11 gennajo 1870»), Le speculazioni di papà Domenico («Udine nel marzo 1870»), Tonina la crestaja («Caricature ideate e scritte nei giorni dal 1° al 5 luglio 1870»), Romba ossia Amore non è brodo di verze (e neanche di fagiuoli) (pubblicato con il titolo Romba. Poutpourri melodrammatico fantastico e giocoso in tre parti di fabbrica udinese, Udine, 1872), Il cappello, Fischi e risate, Una e trina («Udine nel dicembre 1870»). Se l’elenco scarno comprime la varietà degli argomenti e dei personaggi, le indicazioni cronologiche disegnano un arco breve, quasi una stagione felice e feconda che precede di alcuni anni quella della scrittura comica in friulano, esperienza e interesse stimolati probabilmente dalla madre. Alle quattro commedie pubblicate vanno aggiunti almeno un altro titolo, Une buteghe di culumie [Una bottega parsimoniosa] («ideata e scritta nel quattro giugno 1875»), e alcuni abbozzi e canovacci che risalgono ancora al 1874 e ai primi mesi del 1875: Puntiglios e capriziz [Puntigli e capricci], Di un nie al nass un mont [Da un niente nasce un mondo], Un pari voe di fa’ nuje [Un padre fannullone], Il prin d’avril [Il primo d’aprile], Il predi disfatt [Il prete spretato]. Carte di vario argomento (critiche teatrali, scenografia per commedie, minute di lettere, appunti, ecc.) completano il quadro dei manoscritti. Nelle commedie di L. la critica ha apprezzato le «Scene che rispecchiano l’ambiente friulano con calore di tinte, con vigoria di concetti, riproducendo e fatti e personaggi in modo verace e tale da conquidere il pubblico» (A. Lazzarini); si tratta dunque di «Commedie di costume, che nel loro semplice intreccio rispecchiano la vita e l’ambiente friulano, ma che alle volte raggiungono momenti drammatici veramente sublimi» (Comelli), lavori «privi di cerebralismi, non però di psicologia», «nel complesso pitture di maniera, per cui le cose esteticamente buone sono soltanto alcuni frammenti che si colgono qua e là. Ma in essi il dialogo si rivela popolarmente spontaneo, efficace, sintetico» (D’Aronco). L., al quale si deve anche una monografia storica sull’Istituto Micesio di Udine, si spense a Udine il 17 marzo 1922, dopo anni tormentati da diverse malattie e, infine, da una cecità quasi totale.

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Bibliografia

I manoscritti autografi di L. si trovano presso la BCU, Principale, 4131-4157. L’edizione delle commedie: F. LEITENBURG, Commediole in dialetto friulano, Udine, Tip. G.B. Doretti, 1883.

DBF, 445; D’ARONCO, Nuova antologia, II, 103-107; P. BONINI, Del teatro friulano. Memoria, Udine, Tip. G. Seitz, s.d. [1875]; M. VACCARO OSTERMANN, Il teatro dialettale friulano. Notizie, Udine, Del Bianco, 1907, 65-81; A. LAZZARINI, Bibliografia del teatro friulano, «Rivista della Società filologica friulana G. I. Ascoli», 4 (1923), 158; G. COMELLI, Il teatro friulano, «Avanti cul brun!», 83 (1949); R. BIASUTTI, Bibliografia del teatro friulano, Udine, Clape culturâl Acuilee, 1982.

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