LIONELLO (LIONELLI) NICOLÒ DI ERASMO

LIONELLO (LIONELLI) NICOLÒ DI ERASMO

orefice, architetto

Immagine del soggetto

Ostensorio in argento dorato, sbalzato e cesellato, realizzato da Nicolò Lionello nel 1435 per il duomo di Gemona, oggi nel Museo della pieve e del tesoro del duomo.

Immagine del soggetto

La Loggia del Lionello, in piazza Libertà a Udine, progettata da Nicolò nel 1451.

Non moltissime sono le informazioni pervenute sulla vita e l’attività di N. L., membro di una famiglia da più generazioni residente a Udine che tra XIV e XV secolo annovera vari orefici con i quali talora è stato confuso: dal capostipite Pantaleone (notizie 1330 – † ante 1388), ai figli Ludovico (notizie 1371 – † ante 1424), Lionello (notizie 1354 – † ante 1396) e Giovannutto (notizie 1366 – 1371); ai figli di Lionello, Erasmo (notizie 1422 – † ante 1424), Nicolò, Antonio (notizie 1407 – 1441) e Girolamo (notizie 1398). Il primo Nicolò Lionello fu lo zio che avendo bottega in Mercatovecchio a Udine, ebbe accanto il nipote omonimo in qualità di allievo e collaboratore e al quale, con testamento del 15 marzo 1422, lasciò in eredità i ferri del mestiere, gli stampi e le forme di oreficeria, a suggellare la continuità della professione in ambito familiare. Entra in tal modo nella storia dell’arte N. L., o meglio N. di Erasmo orefice, una delle personalità più interessanti dell’arte friulana del Quattrocento. L’intera sua attività – allo stato delle conoscenze piuttosto limitate – si svolge in area friulana riguardando famiglie, istituzioni religiose e comunità di Udine, Ragogna, Maniago e in special modo di Gemona. L’analisi stilistica condotta sulle opere superstiti permette di evidenziare come N. L. persegua gli stilemi della coeva oreficeria veneziana, conosciuta attraverso la presenza di oggetti della bottega di Bernardo e Marco Sesto in territorio friulano e forse direttamente tramite un ipotizzato soggiorno nella città lagunare dove il padre Erasmo risultava abitare nel 1422. Accanto a quella dei Sesto altra fonte del L. è possibile indicare nell’opera del pittore Michele Giambono, continuatore del gotico internazionale dei Pisanello, Gentile da Fabriano e Iacobello del Fiore. ... leggi Al 1434 risale la pace della chiesa di S. Maria Maggiore in Trento, ora al Museo diocesano della città, che già contiene gli elementi caratterizzanti la poetica dell’autore: predilezione per lo sviluppo verticale, per forme architettoniche complesse e improbabili, per il cromatismo vivace e l’esuberante decorazione. Fastosa ed elegante, l’opera (danneggiata dal restauro e privata delle figurine ai piedi della Croce) presenta una struttura architettonica a salienti, suddivisa in tre campate a mezzo delle quali spicca la figura del Crocifisso che si staglia su un fondo a smalto filigranato e a filo con motivi floreali di dodici margherite su formelle quadrilobe. Due teche per reliquie sostentano ai lati una montante serie di architetture, mentre al centro s’imposta un ancor più complicato motivo architettonico fornito di altre tre nicchie-reliquiario. Il verso presenta una superficie liscia mossa dall’impugnatura mistilinea e dal cartiglio recante l’iscrizione NICOLAUS. D(E). LIONELIS FECIT| 1434 MENSIS APRILIS. Una seconda iscrizione a niello apposta nel cartiglio ai piedi della croce OPUS FACTUM EX PROCURATIONE|FRATRIS FRANCIS(C)I| D(E) CREMO(N)A, personaggio documentato sin dal 1408 in S. Antonio di Gemona dove ebbe a rivestire più volte la carica di guardiano, determina l’appartenenza della pace al locale insediamento minoritico e attesta l’instaurarsi di feconde relazioni fra il L. e la comunità gemonese, ulteriormente rafforzate dal matrimonio dell’orefice con Costanza, figlia di un cittadino del luogo. La seconda pace, che si conserva al Museo nazionale di Capodimonte di Napoli, presenta un profilo a salienti concluso da un elegante arco carenato polilobo. Al centro della composizione spicca la figura a tutto tondo del Cristo passo emergente dal sepolcro, secondo un’iconografia piuttosto comune. Al di sopra di questa, entro l’archeggiatura poliloba si colloca la minuscola immagine della Vergine in trono turificata da due angeli. Il Cristo resta il punto focale dell’instrumentum pacis strutturato in forma di edicola piramidale, con richiamo ai tabernacoli eucaristici in specie vicentini, arricchito da piacevoli elementi architettonici gotici e da coloratissimi smalti filigranati e a filo. Secondo Bergamini, che avanza alcuni confronti con coeve oreficerie di eguale soggetto, l’opera fu realizzata dal L. a breve distanza dalla morte dello zio e maestro (1439), il cui ricordo nell’iscrizione apposta sulla maniglia – NICOLAUS NEPOS Q. NICH|OLAI D(E) LIONELIS FECIT– si configura come un atto di devozione e riconoscenza per gli insegnamenti appresi. Analisi e confronti stilistici del manufatto suggeriscono una cronologia intorno agli anni 1440-41, mentre recenti indagini archivistiche e la scritta sul basamento (FRATER STEFANUS ME FECIT FIERI) ne determinano l’origine conventuale, precisamente San Francesco de intus di Udine di cui fra Stefano fu a lungo custode. Dopo la soppressione del convento (1771) la pace pervenne al conte udinese Fabio Asquini che nel 1802 la donò al cardinale Stefano Borgia, la cui ricca collezione di cose antiche passò al Museo di Napoli nel 1819. Capolavoro del L. è il celeberrimo ostensorio del duomo di Gemona, realizzato nel 1435 in argento (fuso, sbalzato, cesellato, dorato), smalto (traslucido, filigranato, a filo) e cristallo di rocca. Struttura e apparato decorativo a motivi vegetali con tralci e frutti di melograno, fiorellini stilizzati, viticci e piccole foglie richiamano la maniera degli orafi veneziani da Sesto e quella di un Bartolomeo da Bologna e Pietro da Parma, nonché di Giuliano da Firenze e Filippo Baldi responsabili suppergiù negli stessi anni di varie oreficerie patavine, rispondendo, più in generale, al gusto gotico-fiammeggiante nella «maledizione di tabernacolini» componenti la preziosa “fabbrica” nel mentre che le figurine a smalto rivelano la persistenza dei modi di Vitale da Bologna. Complesso il sistema simbolico che sostanzia il manufatto: dalla struttura stessa, alla natura dei materiali, agli elementi numerici e geometrici, all’apparato decorativo e al programma iconografico basato sui testi di sant’Agostino, e alla fine l’ostensorio si configura come allegoria di Gemona città celeste-terrena grazie al buon governo (tema sviluppato negli smalti) e all’armonia tra società civile e religiosa (Di Poi). A questo gruppo sicuro, la critica ha accostato non senza ragione altre oreficerie gemonesi (due coppe-reliquiario, un fermaglio con l’Incoronazione della Vergine) e cividalesi (reliquiario dei santi Ermacora e Fortunato, statuetta di san Biagio, reliquiario di sant’Anastasia) che ad attenta analisi si rivelano però prodotto di bottega (di questa doveva far parte Leonardo tedesco, familiare dell’orefice Giacomo di Gregorio) o di seguaci, per i caratteri rispettivamente più grevi o più aggiornati. Solo il reliquiario con coppa d’agata di Gemona, assemblato in tempi diversi, mostra nel coperchio natura e qualità del linguaggio di L. Peraltro proprio la ricorrenza dei suoi modi nella toreutica friulana del periodo (di cui si ha riflesso nelle significative locuzioni «cum castellis» di taluni inventari) stanno a dimostrare il successo del maestro del cui giro di conoscenze fanno parte gli orefici udinesi Candido di Tebaldo, Giacomo di Gregorio, Giorgio di Cristanno di Passau, Giovanni di Antonio Nicoletti e il pittore Giovanni da Udine. Poche al momento le testimonianze di altri lavori: cinture d’argento per Ragogna 1440 e Gemona 1441, tazza d’argento per Maniago 1442, cucchiaio d’argento per l’imperatore Federico III a Gemona 1451, cui magari si potranno aggiungere il calice nuovo d’argento dorato con relativa patena e la coperta d’argento di messale del figlio pre Alessandro citate nel testamento di questi a Cividale nel 1492. Il L. viene ricordato anche quale progettista del palazzo comunale di Udine; attività confermata dalle fonti al di là di ogni dubbio. Risale al 1441 la proposta avanzata «in pleno consilio» dal nobile deputato Nicolò Savorgnano di costruire in città, priva della gloria e dell’onore di un palazzo pubblico, una nuova sede per le magistrature cittadine. Chi fosse l’esperto muratore allora interpellato non viene reso noto dalle fonti; con tutta probabilità pare corrispondesse a certo «Cristophorum muratorem de Mediolano solpnem magistrum» comunemente identificato con uno dei fratelli Orsini che a Venezia si erano conquistati una certa fama e che già era stato incaricato dallo stesso Nicolò Savorgnano di progettare il campanile del duomo. Il 20 maggio 1448 venne dato compito a una commissione composta da quattro cittadini (tra i quali N. L.) di dar inizio ai lavori. Forse, in tale congiuntura, si continuava a tenere valido il progetto stilato nel 1441, ma è probabile che altri fattori diversi o mutate esigenze abbiano costretto a un ripensamento. Fatto sta che il consigliere N. L., non soddisfatto delle conclusioni della commissione, presentava al consiglio del 4 giugno seguente un proprio disegno in base al quale sarebbe stato edificato il palazzo comprendente la facciata nord-occidentale su via Mercatovecchio e quella nord-orientale su piazza San Giovanni fino alla sesta arcata: a due piani, con larghe aperture balaustrate sulla fronte anteriore del pianterreno e una parte superiore mossa da pentafore, trifore e monofore con terminazione trilobata. Il nuovo edificio, concluso nelle strutture nel 1455, non corrisponde pertanto all’immagine attuale della Loggia né a quella cinquecentesca allorché una serie di interventi, assieme alla ridefinizione della facciata maggiore, determinò la rotazione del prospetto principale dell’edificio da via Mercatovecchio verso piazza Contarena facendo del palazzo comunale, interamente definito solo verso la metà del XVII secolo, l’elemento costitutivo del nuovo spazio veneziano. La ricostruzione seguita all’incendio del 1876 e conclusasi nel 1878, se non alterò sostanzialmente gli esterni, vide il sovvertimento degli ambienti del piano superiore, con trasformazione soprattutto del tetto a chiglia di nave e copertura di piombo rispetto all’originario a semplici spioventi. Il prospetto sudorientale venne quasi del tutto rifatto e con l’occasione rivestito di marmo. Per fortuna la facciata più antica su via Mercatovecchio fu relativamente risparmiata dalle fiamme e abbisognò di trascurabili interventi. Visivo ricordo della presenza della Serenissima, la Loggia consacra al medesimo il nome del suo progettista Nicolò Lionello, orefice e architetto.

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Bibliografia

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