LORENZONI GIOVANNI

LORENZONI GIOVANNI (1884 - 1950)

filologo, poeta

Immagine del soggetto

Il filologo Giovanni Lorenzoni.

Nacque a Gradisca d’Isonzo (Gorizia) il 28 giugno 1884 da una famiglia di artigiani. Nel 1904 ottenne la maturità liceale allo Staatsgymnasium di Gorizia, città nella quale lavorò fino al 1910 come ragioniere presso l’Istituto di credito provinciale. Nel 1907, in un momento di stasi della cultura goriziana, fondò e diresse «Le nuove pagine. Periodico mensile di letteratura e di storia delle terre friulane», che intendeva collocarsi idealmente sulla scia delle «Pagine friulane» di Del Bianco, interrotte nell’aprile 1907. Lo scarso numero di abbonamenti non permise al periodico di proseguire oltre il quinto fascicolo (n. 5-6), ma tre anni dopo, nel 1910, l’esperienza riprese con «Forum Iulii», nel quale confluirono gli scritti di L. stesso e di molti validi collaboratori. Poté così proseguire quel clima di impegno che, il 23 novembre 1919, avrebbe portato alla fondazione della Società filologica friulana, della quale L. sarebbe stato il primo presidente. Nella fase che precedette la guerra, trasferitosi con la famiglia a Innsbruck, grazie a una borsa di studio dell’I. R. governo, studiò filologia romanza presso la locale Università. Il conflitto mondiale lo sorprese a Montpellier, in Francia, dove soggiornava per un periodo di perfezionamento, mentre la moglie e i due figli, che erano rimasti a Innsbruck, vennero mandati al campo profughi di Wagna, in Stiria. Intanto L., tornato in patria, entrò alle dipendenze del Comando supremo italiano, come amministratore dei comuni del Sabotino. Alfiere dell’irredentismo (anche se l’adesione alle tesi del Tellini sul Friuli come parte della grande patria ladina gli procurò l’accusa di lesa italianità da parte di G. Cumin), durante il conflitto prestò servizio come ispettore scolastico nel Goriziano e come direttore delle scuole alloglotte. ... leggi Dopo un periodo trascorso a Firenze, fu professore e preside a Gorizia, Tolmino (dove fondò l’Istituto magistrale di lingua italiana), Idria, Tarvisio e Cividale. Stabilitosi con la famiglia a Gagliano di Cividale, nel 1938 venne nominato lettore universitario di italiano in Portogallo. Ritornò in Italia per esercitare l’ufficio di preside a Mondovì, ma nel 1940 assunse l’incarico di provveditore agli studi a Cattaro, Belluno e Savona e nel 1945 venne messo a disposizione del Ministero. Sono numerosi i compiti istituzionali da lui ricoperti fino alla morte, che lo colse improvvisamente, il 23 novembre 1950, a Capriva del Friuli, dove da poco si era trasferito. Impegno pedagogico e interesse per il friulano stanno alla base del Libro per esercizi di traduzione dal dialetto per le scuole elementari del Friuli (in tre volumi, Udine, 1924), compilato con A. Saccavino. L’operosità di studioso prese forma in saggi di linguistica, toponomastica, folclore e filologia (sua l’edizione degli scritti del poeta friulano cinquecentesco Giuseppe Strassoldo), mentre l’attitudine per le lingue lo condusse a una discreta attività di traduttore dal francese (L’Arlesiane, di A. Daudet), dal tedesco, dallo sloveno, dal serbo-croato: tra gli autori affrontati figura inaspettatamente I. Cankar (La bella Vida, Il servo Bartolo e i suoi diritti, La casa di Maria Ausiliatrice), ma su «Forum Iulii» compaiono anche versioni da Tibullo, Catullo, Stecchetti, Leopardi, Fucini e Trilussa. In tedesco tradusse invece I sepolcri di Foscolo. Oltre alle poesie e poemetti dispersi in pubblicazioni periodiche (soprattutto «Forum Iulii», «Ce fastu?», «Il Strolic furlan», «Il lavoro del Friuli» e «La Panarie», ma negli ultimi anni anche su «La Patrie dal Friûl» di Marchetti), fra il 1904 e il 1949, L. pubblicò alcune raccolte di versi friulani accomunate dal tono composto, gentile e armonioso. In un elenco che mortifica il valore delle singole opere, se ne ricordano almeno le principali: Juventus (sunets furlans) [Juventus (sonetti friulani)] (Gorizia, 1904), Vôs dal Friûl. Poesiis [Voce del Friuli. Poesie] (Gorizia, 1910), Dì par dì [Giorno per giorno] (Udine, 1922); e ancora i canzonieri: Versi friulani (Udine, 1926) e Versi friulani. II serie (1926-1946) (Gorizia, 1948). Dopo la morte, la pubblicazione di alcuni inediti venne curata da A. Ciceri (Chest miò cûr [Questo mio cuore], del 1976, in cui compare una testimonianza del figlio Lorenzo) e da E. Sgubin (il poemetto in terzine di endecasillabi L’agnul [L’angelo], nel 1984, che narra una storia sentimentale in cui vicende reali e fantastiche, vissute in un’aura mistica, pongono il problema del rapporto tra l’umano e il trascendente). Il tema quasi sempre presente come sottinteso è l’amore (così come nel poemetto Flordicise, del 1925, e nei dodici sonetti della Curuncine d’amôr [Coroncina d’amore], del 1932) e le immagini femminili si presentano quasi come necessarie per concepire la bellezza di un paesaggio: «Orìn gióldile, no, chest’ore buine / cui vôi tal cîl e cul pinsîr lontàn? / I fastidis lassinju par domàn. // Sìntiti jù, sìntiti jù, ninine, / donge di me, su l’arbe, un momentìn. / Vin pur di dási almancul un basìn…» [Vogliamo goderla, no, quest’ora buona, con gli occhi in cielo e con il pensiero lontano? Le preoccupazioni lasciamole per domani. Siediti, siediti, mia cara, vicino a me, sull’erba, un momento. Dobbiamo darci almeno un piccolo bacio…] (L’ore buine [L’ora buona]). A dispetto di una preparazione letteraria ricca e composita, in tutta l’opera il poeta L. preferisce assestarsi sulla tradizione e ricondursi sempre entro i confini di una scrittura fresca e nostalgica, dai tratti evanescenti, indeterminati e allusivi; abbandona dunque le ambizioni letterarie e si libera dalle preoccupazioni intellettualistiche, assecondando la spontaneità della parlata del popolo pur senza rinunciare alla preziosità e al controllo formali, espressi anche dall’instancabile ricerca metrica. A questo proposito (ma non solo) è stata opportunamente segnalata l’eredità pascoliana, che ha condotto L. a scrivere «portando a coincidere il mondo ‘paesano’ del Pascoli con quello della sua infanzia, e con il Friuli operoso, onesto e arguto che egli – falsificando senza volerlo, per amore – vedeva intorno a sé» (Pasolini). Tuttavia l’indole pascoliana, se per un verso spiega la poesia di L., per un altro permette accostamenti soltanto di superficie: nella sua modesta semplicità L. accoglie la vita e la realtà senza porsi domande angoscianti, senza sentire l’oppressione di misteri, rifiutando il dolore come unico argomento di poesia. Filtrano dunque le note malinconiche e sentimentali (che sono peraltro anche dello Zorutti più umbratile) più che l’oscura problematicità e le tensioni profonde del poeta romagnolo. L’indole lacrimosa di Emigranz [Emigranti], l’idillio rustico, gli scorci di bimbi indigenti e madri inferme («La mame malade, il pari lontàn, / Bidìn e Bidine che muerin di fan» [La mamma ammalata, il padre lontano, / Bernardino e Bernardina muoiono di fame]) adombrano un pascolismo morbido, dove neppure gli oggetti assumono valori simbolici inquietanti: ne è una conferma Il jet antic de famee [Il letto antico della famiglia], dove L. descrive senza traumi la misteriosa origine della vita (ma anche, in Cumò [Ora], il «Puor nit abandonàt» [Povero nido abbandonato]). Anche le analogie del poemetto rustico La polente [La polenta] (1911) con La mietitura di Pascoli riguardano soltanto lo schema e taluni tratti stilistici e narrativi: «il penacul, si môf, quasi al fevele / cun chel s… s…» [il pennacchio, si muove, quasi parla / con quel s… s…] (La panole [La pannocchia]). Tristi note nostalgiche, dunque, rassegnazione pacata e lampi di viva speranza, ma nel complesso si può concordare con A. Ciceri quando afferma che la poesia di L. ha «un carattere più consolatorio che problematico»; si osservi Nine nane [Ninna nanna], che si apre con «Une plojute fine fine fine» [Una pioggerella sottile sottile sottile] per chiudersi in modo affatto rassicurante: «come un frutìn pojât sul grim de mame / ’o m’insumii planchìn planchìn planchìn» [come un bimbo posato sul grembo della mamma sogno pianino pianino pianino]. Il limite più radicato lo rileva ancora Pasolini, quando segnala che l’«impersonale istinto di canto» raramente lascia fluire emozioni, come invece succede in Dì par dì, una raccolta di frammenti di diario salvati dal disastro dell’invasione, forse la silloge più complessa, dove L. si sofferma sui moti intimi registrandoli sottilmente; o nel poemetto Mari [Madre], la storia della giovinezza, della maternità e della vecchiaia di una donna: «Mari in che’ volte par istìnt dal cûr; / mari vere pi tart de to canae; / mari dai tiei nevôz fin te veciae: / Mari – ce impuàrtje, dopo, se si mûr?» [Madre allora per istinto del cuore; madre vera, più tardi, dei tuoi bambini; madre dei tuoi nipoti fin nella vecchiaia: madre – che importa, dopo, se si muore?]. Someda de Marco sembra riconoscere il pregio dell’intera opera poetica nella distanza dai modi contemporanei, nell’«accento pascoliano e chiuso e quasi statico nella cerchia poetica limitatrice dei post-zoruttiani». Secondo D’Aronco egli si avvicina alla vera poesia, ma non se ne impossessa mai. Faggin riconosce la facile vena e l’abilità, ma anche la mancanza di un’ispirazione profonda, essendo troppo stemperato in orecchiabili dolcezze popolaresche e romantiche. A L., che scrisse nel friulano letterario (salvo Cumò, scritta in gradiscano), si devono anche incursioni nel teatro (La batarele [Lo “charivari”], scherzo in versi del 1930, musicato da F. Favero) e nella prosa; inoltre le sue opere vengono poste in musica da A. M. Dini (Il ciant de bandiere. Inno-marcia), L. Garzoni, E. Stabile, E. Treleani, L. Vinci. Come narratore esordì nel 1912 sul settimanale «Il corriere agricolo» di Gorizia con il racconto Puare Pierine [Povera Pierina], ma è degna di nota la novella La Madalene [La Maddalena], pubblicata in tre puntate su «Forum Iulii»: considerata da Faggin un «tipico prodotto letterario del tardo romanticismo austriaco di provincia», al di là dell’aspetto forbito e delle situazioni convenzionali e fittizie è percorsa da tensioni e sussulti abbozzati con mano sicura. Entrambe le prove fanno capo al filone sentimentale-romantico, il primo dei tre riconosciuti da Faggin nell’esigua produzione narrativa (dopo il 1931, infatti, L. cessò di dedicarsi alla prosa). Tra le prose di carattere umoristico si segnala Strie! [Strega!] (1925), mentre all’ambito folcloristico-descrittivo appartengono due articoli pubblicati nel periodico udinese «Il lavoro del Friuli»: Lis fiestis [Le feste] (1930) e Pasche [Pasqua] (1931).

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Bibliografia

Le principali opere a stampa: G. LORENZONI, Juventus (sunets furlans), Gorizia, Paternolli, 1904; ID., Vôs dal Friûl. Poesiis, Gurizze, Paternolli, 1910; ID., La polente, Gorizia, Stab. Tip. Pallich e Obizzi, 1911; ID., Dì par dì, Udine, Del Bianco, 1922; ID., Versi friulani, Udine, Libreria Carducci, 1926; ID., Versi friulani. II serie (1926-1946), Gorizia, Paternolli, 1948 (= Cividale del Friuli, Tip. Stagni, 19752); ID., Chest miò cûr, a cura di A. CICERI, Udine, SFF, 1976; ID., L’agnul, Udine, AGF, 1984.

DBF, 458-459; CHIURLO, Antologia, 63, 416-421, 897; S. MARINI, “Versi friulani” di Giovanni Lorenzoni, «Rivista della Società filologica friulana», 7/1 (1926), 44-45; E. CARLETTI, “Versi friulani” di Giovanni Lorenzoni, «Sot la nape», 1/3 (1949), 15-16; C. ERMACORA, Giovanni Lorenzoni, ibid., 3/2 (1951), 1-6; A. FALESCHINI, Giovanni Lorenzoni nella letteratura friulana, ibid., 3/4-5 (1951), 69-73; E. PATUNA, Uomini illustri di Gradisca, ibid., 10-17; P. SOMEDA DE MARCO, Il poeta friulano Giovanni Lorenzoni, «AAU», s. VI, 12 (1951-1954), 1-12; ID., Ricordo di Giovanni Lorenzoni, «Sot la nape», 5/3 (1953), 1-12; G. FRANZOT, La poesia friulana di Giovanni Lorenzoni, «Studi Goriziani», 17 (1955), 9-18; P.P. PASOLINI, La poesia dialettale del Novecento, in ID., Passione e ideologia, Milano, Garzanti, 1971, 130-131; Prose friulane del Goriziano (1855-1922), a cura di G. FAGGIN, Udine, La Nuova Base, 1973, 20-23, 77-85; Mezzo secolo di cultura, 148-151; VIRGILI, La flôr, II, 80-86; D’ARONCO, Nuova antologia, II, 187-191; E. SGUBIN, Appunti per un profilo critico del poeta Giovanni Lorenzoni, «Sot la nape», 37/3 (1985), 43-50; R. APPI, “…al Friuli e alla Filologica”, ibid. ... leggi, 38/2 (1986), 69-71; E. SGUBIN, Lingua e letteratura friulane nel Goriziano, in Marian, 581-583; G. FAGGIN, Giovanni Lorenzoni prosatore e linguista, «Iniziativa Isontina», 28, 86/1 (1986), 35-39; PELLEGRINI, Tra lingua e letteratura, 280, 287; G. FAGGIN - E. SGUBIN, Giovanni Lorenzoni prosatore, linguista, poeta, Gradisca d’Isonzo, Comune di Gradisca d’Isonzo/Tip. La Grafica, 1987; R. SGUBIN, Tre riviste e tre uomini che hanno aperto la strada alla Filologica, in Friûl di soreli jevât, 55-74; L. VERONA, ’Zuan Lurinzon, «Sot la nape», 48/3 (1996), 117-122; G. ELLERO, Giovanni Lorenzoni, ibid., 53/1 (2001), 120; S. CARROZZO, Zuan Lurinçon tradutôr dal latin, «Gnovis pagjinis furlanis», 20 (2002), 21-24; GALLAROTTI, 153-156; FAGGIN, Letteratura, 148-150.

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