PALLADIO DEGLI OLIVI GIAN FRANCESCO

PALLADIO DEGLI OLIVI GIAN FRANCESCO (1610 - 1669)

ecclesiastico, giurista, storico

Immagine del soggetto

Frontespizio delle "Historie della Provincia del Friuli" di Gian Francesco Palladio degli Olivi, Udine 1660.

Nacque a Udine da Alessandro, fratello del medico e storico Enrico, e da Elena di Strassoldo intorno al 1610-15. Si laureò in giurisprudenza all’Università di Padova nel 1638, ma dopo un breve esercizio della professione forense ottenne un beneficio ecclesiastico con il titolo di abate e diresse la pieve di Latisana. Fu iscritto all’Accademia udinese degli Sventati con il nome di “il Ferace”. Morì nel 1669. L’opera a cui è legata la sua fama è la continuazione della storia del Friuli dello zio, non più in latino ma in volgare, ripresa là dove quest’ultimo l’aveva interrotta, vale a dire dalla caduta di Aquileia dal 452 per arrivare al 1658 con metodo annalistico. Il lavoro, intitolato Historie della Provincia del Friuli, fu pubblicato nel 1660 in due volumi. La storia del P. è costruita su una ricca raccolta documentaria, anche se per i fatti più lontani nel tempo ripete luoghi comuni non sottoposti a verifica, come l’identificazione di Udine con la romana Forogiulio, ripresa da Enrico Palladio, ma in linea con la volontà di celebrazione della città. Tale atteggiamento aveva informato i suoi scritti e il nipote ne fu erede culturale. Già a metà Settecento Paolo Fistulario gli rimproverava anche l’origine leggendaria delle grandi famiglie («Di quanto peso esser possano quelle tante origini di luoghi e di famiglie del giovine Palladio tirati per forza ad una antichità sì spropositata, senza addurne i fondamenti»), costruita allo scopo di esaltazione del casato. Nello stesso secolo il P. è oggetto della critica, ma di altra natura, di Antonio Zanon, portatore di nuovi interessi cetuali ed economici. ... leggi Questi rimprovera esplicitamente l’«abate Palladio» e con lui la storiografia del Seicento di aver narrato una storia partigiana, espressione del punto di vista della vecchia nobiltà, trascurando il ruolo svolto nei secoli dal «popolo udinese», vale a dire dal ceto nobile e borghese cittadino. Zanon gli contrappone Romanello Manin, visto come lo scrittore che sarebbe invece riuscito (il riferimento è ai Dialoghi che circolavano manoscritti) a dare respiro ai ceti urbani. Pur con i limiti propri della storiografia del Seicento, l’opera del P. offre una serie ordinata di notizie che, dopo il lavoro di Giovanni Candido, costituiscono nuovi elementi di costruzione di una storia del Friuli. Liruti asserisce che presso gli eredi rimanevano sue opere in prosa e in versi composte per l’Accademia degli Sventati, oltre a manoscritti a carattere legale. Nel fondo Joppi della Biblioteca civica di Udine si conservano alcune rime; nel fondo principale della stessa una Collectanea legalis di voci in ordine alfabetico, parzialmente compilate.

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Bibliografia

Mss BCU, Principale, 1076, G.F. Palladio, Carmina; Ibid., Joppi, 623, G.F. Palladio, Collectanea legalis; ivi, Joppi, 710/c, V. Joppi, Letterati friulani, f 77v.

PALLADIO, HistorieLIRUTI, Notizie delle vite, IV, 459; DI MANZANO, Cenni, 147; A. ZANON, Dell’agricoltura, dell’arti e del commercio in quanto unite contribuiscono alla felicità degli stati, VI, Venezia, Fenzo, 1766, lettera VII, 191-229; P. FISTULARIO, Discorso sopra la storia del Friuli detto nell’Accademia di Udine. Addì X maggio dell’anno MDCCLIX, Udine, Accademia di Udine, (s.n.t.), 1769, passim; F. FATTORELLO, Storia della letteratura italiana e della coltura nel Friuli, Udine, Ed. La Rivista letteraria, 1929, 157, E. PATRIARCA, Storici minori del Friuli. Palladio Gian Francesco, «La Guarneriana», 10/3 (1967), 71-72.

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