PANCERA ANTONIO

PANCERA ANTONIO (? - 1431)

patriarca di Aquileia

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Il cardinale Antonio Pancera, particolare di un foglio del suo epistolario (San Daniele, Biblioteca guarneriana, cod. 220, f. 1r).

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Denaro del patriarca Antonio Pancera (coll. privata).

Nacque probabilmente intorno al 1360 a Portogruaro. Suo padre Andrea, figlio di un Davide, era indicato come “pellifex”. Il P. è sempre indicato nelle fonti contemporanee con il nome del luogo di provenienza. La sua sottoscrizione «A. de Portugruario» sotto centinaia, se non migliaia, di atti e lettere papali ha diffuso in Europa il nome della città natale. Il nome di famiglia Pancera si legge per la prima volta in una concessione di papa Bonifacio IX, che il 1° settembre 1392 concesse a lui, a suo padre e ai suoi eredi lo stemma della sua famiglia, i Tomacelli di Napoli; non sembra che prima di allora la famiglia sia stata considerata nobile. Il P. chiama suo padre «nobilem virum» solo nel 1400, quando il 1° agosto designò eredi con una “donatio inter vivos” lui e i suoi tre fratelli; vi era stato autorizzato da una concessione firmata dal papa il 1° settembre 1399. La cittadinanza udinese conferita il 5 settembre 1400 al P., a suo padre e ai suoi fratelli Nicolò, Natale e Franceschino, probabilmente più giovani di lui, testimonia il legame particolare della famiglia con Udine. I fratelli rafforzarono la loro posizione nel 1403 – il padre Andrea era già morto – con l’appoggio del P., divenuto nel frattempo patriarca, quando acquistarono il feudo di Zoppola e la sua giurisdizione. Il P. ricevette la formazione scolastica in patria, in seguito si recò a Padova, dove compare nell’agosto 1379. All’Università studiò giurisprudenza, ma probabilmente non terminò gli studi. Già il 13 maggio 1378 gli era stato conferito da papa Urbano VI il diritto su un canonicato di Aquileia; nel maggio 1380 egli disponeva inoltre di una simile prebenda a favore del capitolo di S. Maria di Cividale. Allora lo stesso P. si trovava a Roma, dove abitava nella casa del cardinale Bonaventura († 1389), eremitano agostiniano di Padova. ... leggi Egli probabilmente rimase in curia e, dal giugno 1383, partecipò al viaggio di Urbano a Napoli e via mare da Trani a Genova. Il P. è attestato a Lucca nel gennaio 1387, in seguito a Perugia e nel 1388 di nuovo a Roma. In ogni caso il P. fece parte per poco, secondo la sua stessa testimonianza, della famiglia del cardinale Perrino Tomacelli, prima che questi fosse eletto papa il 2 novembre 1389. È attestato come scrittore della cancelleria pontificia e come segretario di Bonifacio IX già nel 1387; fu inoltre cubiculario e familiare del papa. È menzionato anche come abbreviatore e chierico della camera apostolica (aprile 1399). Egli godeva allora delle entrate dei canonicati di Aquileia e di Cividale, ai quali il papa aggiunse nel 1391 la parrocchia di S. Vito di Lubiana e più tardi la diocesi di Concordia. Il 10 luglio 1392 o poco prima Bonifacio lo nominò vescovo di Concordia. Per il “servitium commune” e i cinque “servitia minuta” il P. promise subito alla camera, il 12 luglio, la somma di 400 fiorini; dovette inoltre farsi carico dello stesso importo per il predecessore, che per propria colpa non l’aveva pagato. Il P. rimase presso la curia, che lo inviò in ottobre a Perugia; nel luglio del 1393 era presente ad Assisi e in settembre di nuovo a Roma, dove si trovava il 12 novembre. Solo nel dicembre di quell’anno si recò presso la sua cattedra vescovile. Il 25 aprile successivo celebrò a Portogruaro la prima messa da vescovo. Prima aveva fatto visita al parlamento di Cividale. La sua presenza in Friuli gli fruttò l’11 agosto 1394 l’incarico di riscuotere il denaro che il patriarca Giovanni di Moravia doveva alla camera papale, poiché questi non aveva ancora pagato i servizi che gli spettavano per la sua nomina nel 1387 e per questo era stato scomunicato. Agli inizi del marzo 1395 il P. offrì da Portogruaro il suo appoggio al nuovo patriarca Antonio Caetani, tuttavia non fu presente al suo insediamento ad Aquileia il 19 aprile. Forse era già partito, anche se risulta di nuovo presente in curia in modo sicuro solo nel 1396, con la funzione di segretario papale. Bonifacio, poiché le entrate del suo vescovado non erano sufficienti per uno stile di vita adeguato, gli concesse in commenda il 5 maggio 1401 l’abbazia di S. Gallo di Moggio. Così si aggiunsero 900 fiorini alle rendite della mensa vescovile, stimate 1.200 fiorini l’anno. Nel dicembre del 1401 fu reso noto che il papa aveva intenzione di rimuovere il Caetani. I governanti di Venezia stavano sempre attenti che in Friuli governasse un signore favorevole alla Repubblica. Essi si opposero ai tre candidati alla successione, presumibilmente sostenuti da Gian Galeazzo Visconti: Ludovico di Teck, Giovanni Capodigallo vescovo di Belluno e Feltre, e Giovanni Zambotti priore dei crociferi di Venezia. Si imputò al primo, che aveva aspirato alla carica già nella precedente vacanza del patriarcato, di aver cercato di influenzare con denaro la decisione del papa. Anche Baldassarre Cossa, il futuro Giovanni XXIII, sembra che avesse speso 25.000 ducati per diventare patriarca, come il P. dichiarò nel 1415. Bonifacio seguì invece le suppliche di gran parte dei comuni e dei nobili friulani, come il P. rilevava in una lettera a Corrado Boiani del 2 gennaio, e gli conferì il patriarcato il successivo 27 febbraio 1402; contemporaneamente il Caetani e il Cossa divennero cardinali. Il P. interruppe la sua attività di segretario e di “scriptor” papale, ma probabilmente solo per poco tempo. Sulla via per il Friuli, all’inizio di aprile era a Venezia, dove il Maggior consiglio gli accordò un prestito di 5.000 ducati, un anticipo dei tributi feudali dovuti per le proprietà in Istria. Il 7 aprile fece il suo ingresso trionfale ad Aquileia cui seguì la presa di possesso ufficiale del patriarcato. In tale circostanza dovette promettere un’equa giurisdizione e una difesa delle consuetudini, quindi i sudditi prestarono giuramento di fedeltà. Dopo un breve soggiorno a Cividale, il P. si recò a metà aprile a Udine, scegliendo il castello come sua residenza preferita. Il 1° maggio 1402 il P., «intimus et cordialis amicus nostri dominii», ottenne la piena cittadinanza di Venezia insieme al padre, ai fratelli e ai loro eredi. Il 18 ottobre celebrò ad Aquileia la prima messa da patriarca, davanti a numerosi inviati. Testimoni contemporanei danno rilievo al fatto che l’insediamento del P. incontrò generale consenso e gioia in Friuli; egli stesso ricordò più tardi la votazione unanime che il capitolo della cattedrale aveva fatto a suo favore. Sul nuovo patriarca gravava un colossale monte di debiti. Il 10 marzo si dovette impegnare fino al 15 agosto 1403 con la camera papale per il pagamento di circa 31.600 fiorini. Di questi, i suoi servizi ammontavano ad appena 12.800 fiorini, il resto erano debiti non saldati da entrambi i suoi predecessori; erano stati inoltre accordati al Caetani 4.000 fiorini delle entrate del patriarcato. Lo stesso P. divenne subito debitore di quasi 36.000 fiorini, non poco per il detentore della prebenda più ricca d’Italia dopo il papato, con una rendita annua stimata di 30.000 fiorini. All’inizio del suo governo il P. visitò diversi centri friulani: nell’ottobre del 1402 è segnalato a San Vito, in novembre a Gemona. Negli anni successivi convocò il parlamento friulano o il suo consiglio a Portogruaro, San Daniele e Sacile, e più volte a Cividale e Udine. Dopo una prima fase pacifica si profilavano dei contrasti che trovarono eco anche nella curia romana e costrinsero il P. a difendersi nell’estate del 1402. In questa occasione il parlamento friulano sostenne il P. inviando all’inizio del 1403 un’ambasciata a Bonifacio, che in una lettera del 6 marzo sottolineò i meriti del patriarca e richiamò all’obbedienza i suoi sudditi. D’altra parte anche il governo veneziano mise in guardia il papa da una sostituzione del patriarca, dopo che a Roma circolava la voce che la nuova nomina fosse in vendita per 60.000 ducati. Nella difesa del patriarca erano d’accordo sia Udine sia Cividale, che temevano in tal caso di farsi carico di nuove tasse. Tale consenso non durò però molto a lungo. Nel gennaio del 1404 si comunicò a Venezia che in Friuli era scoppiato un nuovo contrasto: qualcuno, sobillato da Ludovico di Teck, tentava di ottenere dal papa la rimozione del patriarca a vantaggio dello stesso Ludovico. Il pericolo crebbe, dopo che Bonifacio IX, protettore del P., morì il 1° ottobre 1404. Dal Friuli furono spediti in curia “articoli” o “capitula” con accuse contro di lui, in opposizione alle quali il consiglio del parlamento friulano approvò una lettera di protesta. In sostegno del patriarca si formò una lega sotto la guida di Udine, mentre a capo dell’opposizione c’era ancora Cividale; comune dipinto dalle cronache contemporanee come culla degli attacchi contro il P. A ciò si aggiungevano i nemici esterni: il 10 aprile Tristano Savorgnan informava che personalità influenti di Udine si erano alleate con il re d’Ungheria Sigismondo, con l’arcivescovo di Salisburgo Eberardo di Neuhaus e con il conte di Carinzia Federico di Ortenburg, cognato di Ludovico di Teck, per allontanare il P. Il consiglio di Udine decise allora all’unanimità di sostenere il patriarca, finché fosse rimasto in vita. Cividale aveva forti motivi di contrasto con il P., che riguardavano la gastaldia di Tolmino e la valle dell’Isonzo, importante via di commercio con la Carinzia. Nel 1379 il patriarca Marquardo di Randeck, a fronte di un prestito fatto dal comune di Cividale, aveva impegnato per sei anni le entrate del gastaldato, ma il prestito accordato non fu mai restituito. Nonostante ciò il P. richiese – probabilmente all’inizio del 1405 – restituzione e pagamento dell’affitto dal 1385. Egli tentò di far valere l’ordine di pagamento con scomuniche e interdetti. Il dissidio coinvolse il parlamento del Friuli e il papa, al quale Cividale si era appellato. Solo nel luglio 1407, sotto la spinta della Repubblica di Venezia che vedeva in pericolo le sue relazioni commerciali, un compromesso pose fine alla lite. Alle questioni friulane si aggiunse un contrasto con il papa: Gregorio XII il 24 aprile 1407 ordinò al P. il saldo immediato della promessa di pagamento del 1402 e in estate lo minacciò anche di destituzione. Il P. riuscì a saldare la maggior parte dei servizi della propria nomina: è registrato in tutto il pagamento di circa 10.000 fiorini, tuttavia rimasero scoperti alcuni debiti dei predecessori. Secondo la sua stessa testimonianza, gli furono chiesti altri 26.000 ducati (equivalenti ai fiorini). Più tardi in un reclamo a Giovanni XXIII egli fece presente che poteva dimostrare di aver pagato per i servizi alla camera apostolica la somma di 45.300 fiorini. Nonostante i Friulani si adoperassero compatti a suo favore presso il papa, a cui fecero presente le alte spese sostenute per la difesa del Friuli da nemici esterni, e nonostante anche Venezia intervenisse a suo favore, seguirono ugualmente provvedimenti più rigidi: dopo averlo citato con pubblico avviso, alla fine dell’aprile 1408 in curia, che allora si trovava a Lucca, il 13 giugno il tesoriere papale lo depose e lo stesso Gregorio ordinò al clero della provincia ecclesiastica di Aquileia di non riconoscerlo più come patriarca e di negargli il sussidio finanziario. Il 1° agosto inoltre, i suoi sudditi furono sciolti dal dovere di obbedienza. Il P. reagì in modo molto violento alle sanzioni disciplinari, presentando anche un ricorso scritto alla Repubblica di Firenze. Di questa lettera furono resi noti incredibili insulti al papa, a proposito dei quali sia il senato di Venezia sia il consiglio di Udine invitarono alla moderazione. Il gran consiglio di Udine il 29 giugno 1409 decise all’unanimità di difendere il P. e di non accettare la sua deposizione, avvenuta senza giustificato motivo: non doveva essere riconosciuto nessun altro patriarca finché fosse rimasto in vita il P.; una risoluzione del 18 settembre minacciava i ribelli di morte e confisca del patrimonio. A Cividale, al contrario, si era delineata già in maggio una maggioranza contro di lui, e quando la sua posizione si indebolì, il 4 luglio si chiese a Federico di Ortenburg se fosse pronto ad un intervento armato e più tardi, in agosto, la deposizione del P. fu annunciata pubblicamente. Nonostante il tentativo di mediazione della Repubblica di Venezia, chiesto dal patriarca, il contrasto interno si fece sempre più aspro. A seguito dei disordini scoppiati per la destituzione del P., Gemona, Tolmezzo e Venzone strinsero il 15 luglio un’alleanza diretta “de facto” contro di lui. L’opposizione al P. poteva contare sulla maggior parte dei nobili oltre il Tagliamento. Dal novembre del 1408 entrambi i partiti iniziarono a prepararsi alla guerra aperta. Gli avvenimenti friulani devono essere visti nel più generale contesto ecclesiastico-politico. Quando nel maggio 1408 Gregorio XII troncò la trattativa di unificazione con Benedetto XIII, la maggior parte dei suoi cardinali lo abbandonò, per cercare una propria via alla riunione della Chiesa. Pur rifiutando di deporre il P. essi intimarono ai Friulani di non obbedire più a Gregorio. Il 13 luglio il consiglio di Udine discusse di ciò e nello stesso tempo della notizia che il papa voleva organizzare in Friuli il suo concilio generale. Gregorio non fece nulla contro il crescente inasprimento dei contrasti locali. Gli appelli dei governanti di Venezia rimasero inascoltati: spinto dalle continue preghiere di Udine, egli doveva revocare la deposizione del P. Nella curia papale, che nel frattempo si era trasferita a Rimini, c’erano a dicembre sei candidati al patriarcato, tra i quali di nuovo Ludovico di Teck e Giovanni Zambotti, ma anche il veneziano Antonio da Ponte vescovo di Concordia. Gregorio scelse quest’ultimo come patriarca e notificò la sua decisione ai Friulani all’inizio del marzo 1409. A seguito di ciò, il 20 marzo il consiglio di Cividale guidato da Corrado Boiani proibì ulteriore fedeltà al P. e anche numerosi nobili riconobbero il da Ponte, mentre Udine rifiutò il nuovo patriarca. Al suo arrivo in Friuli bisognava aspettarsi nuovi contrasti, per cui i governanti di Venezia lo trattennero lì. Intanto, il 19 dicembre 1408, Gregorio XII aveva convocato il concilio per la successiva pentecoste (26 maggio) e aveva fissato come sedi Cividale e Udine, senza considerare le tensioni tra le due città. Poiché le sue decisioni avevano aumentato i disordini in Friuli, rimane inspiegabile come egli potesse attendersi un tranquillo svolgimento del concilio. A metà di maggio si mise in viaggio da Venezia verso Cividale. Su ordine dei cardinali pisani, il P. tentò di bloccare la strada al papa. Egli si recò da Udine nel castello di Soffumbergo e i mercenari guidati dal fratello Natale attaccarono la fazione nobiliare avversa ad occidente del Tagliamento. Sia Udine che Venezia erano preoccupate di porre fine a queste aperte ostilità. In tale situazione Gregorio, dopo poche sedute del concilio, il 6 settembre prima dell’alba si vide tuttavia costretto alla fuga da Cividale. Il 25 marzo aveva avuto inizio il concilio generale di Pisa, convocato dai cardinali per superare lo scisma di entrambe le obbedienze. Il P. ringraziò del ripetuto sostegno, inviando a Pisa un’ambasciata di quattro persone, tra le quali il fratello Franceschino. Il concilio depose entrambi i papi e condannò anche i provvedimenti di Gregorio contro il P. Il 26 giugno i cardinali elessero Alessandro V, che pochi giorni più tardi dichiarò nulle le punizioni inflitte al patriarca. Questi chiamò in giudizio il 23 settembre numerosi seguaci di Gregorio XII, che possedevano benefici ecclesiastici in Friuli: essi dovevano dichiarare la loro fedeltà al nuovo papa; il 12 novembre il P. non riconobbe i benefici a quelli che non l’avevano fatto. Il conflitto in Friuli si era nel frattempo allargato. Il 29 maggio 1409 un’assemblea di tutti i cittadini di Udine confermò fedeltà al P., che non solo Cividale e i suoi alleati non riconoscevano, ma che anche un documento ufficiale veneziano del 23 maggio indicava ormai come “il vecchio patriarca”. A Venezia si voleva mantenere una posizione di stretta neutralità e infatti gli inviati veneziani il 21 luglio a Udine riuscirono ad ottenere tra i due patriarchi, quello deposto e quello di nuova nomina, e tra il comune di Udine e quello di Cividale con rispettivi alleati, una tregua valida fino a fine novembre. Tuttavia, dopo che anche la Repubblica di Venezia a fine agosto si schierò dalla parte di Alessandro V, dovette di nuovo riconoscere il P. come patriarca. Ma questo non significò in alcun modo un rapporto amichevole nei suoi confronti. Approfittando della situazione, il 7 ottobre i Veneziani ottennero dal papa il perpetuo esonero dai censi che dovevano pagare al patriarca per i loro possedimenti in Istria (2.000 ducati l’anno). D’altra parte le lettere inviate dal P. in curia a sua difesa dovevano contenere insulti così ignobili al papa, che Venezia cominciò a dare come imminente una nuova nomina nel patriarcato. Il P. dovette affrontare anche il pericolo che si prospettava nel suo stesso paese: Federico di Ortenburg aveva attraversato l’Isonzo con le truppe all’inizio del dicembre 1409 e si era portato a Cividale. L’11 ottobre l’Ortenburg era stato nominato dal re di Boemia Venceslao vicario imperiale per il Friuli, con l’incarico di governare fino alla nomina di un nuovo patriarca da parte di Alessandro V e soprattutto di reprimere il conflitto. Il conte mirava all’esautorazione del P. chiedendo la fedeltà di comuni e nobili e sollecitando inoltre la nomina a patriarca di Ludovico di Teck. Il P. protestò subito con Venceslao contro la nomina a reggente dell’Ortenburg. Più tardi denunciò che il conte aveva soppresso la libertà del Friuli e voleva sottomettere il patriarcato. Anche Alessandro V biasimò Venceslao ed esortò i Friulani alla fedeltà verso il P. Questi si fermò in primo luogo a Udine. Alla sua richiesta però il consiglio della città il 5 dicembre rispose che avrebbe fatto meglio a tornare in uno dei suoi castelli anche se nello stesso tempo lo rassicurò dell’immutata obbedienza. Così il patriarca si recò a Portogruaro. L’Ortenburg ottenne che gran parte dei comuni e dei nobili friulani passasse dalla sua parte e vi rimanesse, nonostante un diretto invito di Alessandro V a sciogliere l’alleanza con il conte (31 gennaio 1410). A Venezia, sempre alla ricerca di una mediazione, si era convinti già in primavera che i conflitti del Friuli potessero essere composti solo con la nomina di un nuovo patriarca accettato da entrambe le parti. Infatti nell’estate del 1410 scoppiò guerra aperta tra i sostenitori del P. e i suoi avversari. Giovanni XXIII, che a maggio era succeduto ad Alessandro, mandò allora un suo inviato con la proposta di nominare un nuovo patriarca, proposta che provocò la violenta protesta del P. Tuttavia l’incaricato papale e un delegato di Venezia ottennero il 29 ottobre a San Daniele una nuova tregua di quattro mesi, nella quale erano compresi il P. e l’Ortenburg. Il P. non poteva essere trasferito senza un adeguato compenso, perciò Giovanni XXIII, tramite un delegato inviato a Portogruaro a dicembre, lo invitò in curia. Il patriarca tentò a più riprese di resistere, ma anche Venezia chiedeva sempre più insistentemente la sua rimozione per raggiungere di nuovo la pace in Friuli. Neppure la nomina del P. a cardinale fatta da Giovanni XXIII il 5 giugno 1411, riuscì tuttavia a risolvere i problemi. La guerra in Friuli era divampata di nuovo con l’Ortenburg e i mercenari ungheresi arrivati a sostegno di Cividale. Cominciavano a delinearsi le intenzioni di conquista di Sigismondo, eletto nel frattempo re dei tedeschi. Il P. non sembrava aver gradito il trasferimento. Nonostante avesse ricevuto notizia della sua nomina al più tardi il 14 giugno, si degnò di andare a rendere omaggio al papa appena il 20 luglio. In seguito rimase ancora in Friuli nonostante governasse ormai solo su una piccola parte di esso. Il 1° novembre mandò da Porpetto delle lettere ai conti Giovanni Mainardo di Gorizia e Ermanno di Cilli per raccomandare loro il patriarcato di Aquileia e il Friuli contro il re Sigismondo. Questi 28 novembre fece entrare in Friuli le sue truppe. Il P. è segnalato per l’ultima volta il 26 novembre a Portogruaro e in seguito non si hanno più notizie di lui nel patriarcato. Durante il suo decennale governo la conflittualità interna del Friuli, eredità del XIV secolo, raggiunse livelli ancora più alti, nonostante le attese di pace che un patriarca di origine locale aveva suscitato. Il 5 marzo il P. era a Roma in curia. Il suo giuramento e il conferimento del titolo cardinalizio di S. Susanna avvennero il 6 aprile. Da allora rimase sempre in curia, soprannominato volgarmente “cardinalis Aquilegiensis”. Assieme a Giovanni XXIII nel giugno 1413 sfuggì all’attacco di re Ladislao di Napoli riparando a Firenze e a Bologna; nell’ottobre del 1414 accompagnò il papa sulla via di Costanza per il concilio. Qui il P. rimase per l’intera durata, dalla solenne apertura del 5 novembre alla seduta di chiusura del 22 aprile 1418 nella quale celebrò la messa pontificale. Al concilio non si distinse per iniziative personali. Il 16 maggio 1415 rese testimonianza contro Giovanni XXIII, nel processo che si concluse con la sua destituzione. Dall’8 novembre 1417 prese parte al conclave. In entrambi gli scrutini non ottenne alcun voto dai 53 elettori ma partecipò alla designazione dei candidati: il vescovo di Penne Giacomo Turchi da Camplo e i cardinali Giordano Orsini, Francesco Lando e Oddo Colonna, che in effetti fu eletto papa l’11 novembre. Nei mesi seguenti egli portò a conclusione un’imponente raccolta di documenti, il cosiddetto Codice diplomatico, nel quale sono contenuti gli atti che testimoniano la sua battaglia per la difesa del patriarcato (1406-1411) e i suoi interventi nella politica generale della Chiesa. Papa Martino V e la Curia lasciarono Costanza il 16 maggio 1418 e, dopo lunghi soggiorni a Ginevra, Mantova e Firenze, raggiunsero Roma il 28 settembre 1420. Lì il P. prese dimora presso il convento di S. Biagio della Pagnotta, che Martino V gli lasciò in commenda nel 1424. Un segno di stima e fiducia fu la nomina a tesoriere del collegio cardinalizio all’inizio del 1428. Dopo la morte di Martino V il P. partecipò al conclave dal quale due giorni dopo uscì papa Eugenio IV, che lo nominò il 14 marzo cardinale vescovo di Tuscolo. Il P. morì a Roma il 3 luglio 1431. Della sua tomba si conservano solo resti nelle grotte vaticane. Martino V nel 1418 aveva anche accordato al P. la facoltà di testare. Nonostante non ci sia pervenuto alcun testamento da parte sua, si sa che suoi eredi furono i fratelli Natale e Franceschino. Si conoscono cinque manoscritti della biblioteca, due dei quali ornati con lo stemma cardinalizio (San Daniele del Friuli, Biblioteca guarneriana, ms 42, 75, 138, 220, 231).

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Bibliografia

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