PAVONA FRANCESCO

PAVONA FRANCESCO (1692 - 1777)

pittore

Immagine del soggetto

Pala della Madonna del Rosario di Francesco Pavona, 1730 (Bertiolo, chiesa parrocchiale).

Appartenente ad una nobile famiglia, nacque a Udine, in borgo di Aquileia, nel 1692, l’anno stesso nel quale moriva Antonio Carneo e giungeva a Udine Giulio Quaglio. Allievo dapprima di Giacomo Carneo, come rilevano i biografi, “praticò” in seguito con Ludovico Dorigny, all’epoca in cui questi affrescava la volta del coro del duomo di Udine. Raccomandato dalla famiglia Caprara, passò in seguito a Bologna, dove fu alla scuola di Gian Gioseffo del Sole e dove si diede ad imitare la maniera di Guido Reni. Le fonti ricordano un suo dipinto, eseguito per commissione della famiglia Caprara, raffigurante S. Luigi, per la chiesa gesuitica di S. Lucia che non fu gradito dai committenti ed è perduto, mentre si conserva ancora la pala della basilica di S. Luca a Bologna (Assunta e i SS. Pietro, Paolo e Giovanni Battista) che risale probabilmente al 1714 ed è fortemente caratterizzata in senso emiliano. A Bologna dipinse quadri di vario genere ma raggiunse la fama soprattutto come ritrattista, qualità che affinò negli anni seguenti quando si trasferì a Venezia dove frequentò Rosalba Carriera la cui pittura a pastello fece propria e dove, oltre a studiare le opere dei maestri locali, eseguì alcuni dipinti per il conte Girolamo Savorgnan ed altri nobili. Nella fitta corrispondenza tra Giuseppe Bini, che era da poco rientrato da Vienna ed era allora vicario di Flambro (paese sotto il giuspatronato della famiglia Savorgnan) e Girolamo Savorgnan, viene spesso nominato il P., come pittore “nuovo” a Venezia, ma già in vista sia per le sue capacità (lodato è un quadro raffigurante la Maddalena) sia per il suo spirito bizzarro. ... leggi Scrive il Savorgnan il 6 gennaio 1730 che «il Pavona è un buonissimo huomo, matto quanto basta per essere un buon pittore, ma non ha molta voglia da lavorare». Si datano al 1729 due dipinti nella chiesa di Flambro, l’uno raffigurante il Martirio dei SS. Felice e Fortunato, l’altro il Transito di S. Giuseppe. Nel 1730 dipinse pale d’altare per la parrocchiale di Bertiolo (Madonna del Rosario) e per la chiesa di Campomolle di Teor (Madonna del Rosario e i SS. Domenico e Caterina da Siena). Ritornato a Udine, eseguì dipinti in casa Antonini (perduti), due quadretti per la chiesa dei filippini (Ecce homo e Madonna ora presso i musei cittadini) ed un modello di pala per il re di Polonia (S. Ignazio ai piedi della Vergine, perduto) che poi donò al conte Valvason di Maniago per sdebitarsi di favori ricevuti. Su invito dell’amico Carlo Innocenzo Carloni, che aveva probabilmente conosciuto a Udine (il Carloni era stato allievo di Giulio Quaglio, con il quale aveva operato nella decorazione a fresco della cattedrale di Lubiana nel 1703-06) si recò poi a Milano. A tale periodo si fa risalire il ritratto del conte Girolamo di Colloredo-Walsee che conosciamo attraverso un’incisione di Francesco Maria Francia. Trasferitosi a Genova, di lì probabilmente, su iniziativa di Pietro Guarienti, nel 1735 partì per il Portogallo e la Spagna. Nei viaggi portava con sé, come scrive Girolamo de Renaldis, «quadri che regalava a persone affinché lo presentassero alle Corti». Si specializzò nei ritratti di regnanti: ebbe commissioni da parte della casa reale del Portogallo (ritratto della principessa D. Vitòria Mariana, da lei inviato in dono alla madre Isabella di Spagna e al padre Filippo V, e ritratti delle due figlie della principessa, D. Maria I e D. Maria Anna); pare anche che abbia più volte fatto il ritratto della regina e del re di Spagna. A Lisbona scrive il «critico d’arte» Pietro Guarienti, suo grande estimatore, «dallo estensore di queste memorie essendo stato introdotto nelle case de’ grandi, ebbe occasione di mostrare il suo spirito e sapere, dipingendo a oglio nelle principali chiese di quella città. Ma piacendo universalmente i suoi ritratti a pastello, fu obbligato a farne molti per varie dame, e per principi e principesse di quella real corte». Purtroppo di quell’imponente produzione, è stato fino ad ora rintracciato solo il ritratto di D. Maria I. Nel 1741-42 il P. soggiornò a Napoli. Intorno al 1745 giunse in Sassonia, a Dresda, probabilmente su raccomandazione del Guarienti, ispettore della Galleria reale e di Felicita Sartori, goriziana che aveva conosciuto nel periodo del comune apprendistato alla bottega di Rosalba Carriera. La Sartori nel 1741 aveva sposato il consigliere segreto di Dresda Franz Joseph von Hoffman e da Venezia si era trasferita appunto nella città tedesca, all’epoca vivace centro di cultura artistica. A Dresda il P. conobbe una cantante reale, Maria Rosa Negri (circa 1715-1760) e la sposò il 17 dicembre 1747. Nella Matricola matrimoniorum della Hofkirche di Dresda si legge che si sposarono «Franciscus Germanicus Pavona Utinensis, pictor regius. Et Maria Rosa Negri Bononiensis königl. Sängerin». Dal matrimonio nacquero due figli, Maria Giuseppina Innocentia (1748) e Federico Antonio (1750). A dimostrare il ruolo che il pittore e la consorte ricoprivano nella città, basti ricordare che la bambina ebbe per padrini di battesimo il re e la regina, il bambino il principe ereditario. Poiché la guerra dei sette anni rendeva difficile la condizione degli artisti stranieri che vivevano a Dresda e mancavano commissioni di lavoro, alcuni di essi, tra i quali Bernardo Bellotto e Stefano Torelli, abbandonarono Dresda: così fece anche il P., che nel viaggio verso nuove mete si fermò a Bayreuth dove eseguì a pastello su pergamena i ritratti del margravio Federico (se ne conoscono tre edizioni, due delle quali esistenti a Bayreuth e a Erlangen, la terza bruciata durante la seconda guerra mondiale) e di sua figlia, la duchessa Elisabetta Federica Sofia di Württemberg (dipinto perduto). Nel 1760 Dresda fu bombardata su comando di Federico II: una bomba distrusse la casa del P. e causò la morte della moglie; il pittore mandò a prendere i figli e li portò dalla sorella a Bologna. Nello stesso anno fu a Parma, a Reggio e forse a Modena; si trasferì quindi a Venezia, dove abitò nelle Procuratie nuove di piazza San Marco e dove nel 1763 fu accolto nell’Accademia di pittura e disegno, preferito ad Antonio Canal; nello stesso anno eseguì il ritratto del doge regnante Alvise IV Mocenigo (Venezia, palazzo Mocenigo a S. Stae). Eseguì anche, forse in questo stesso periodo, il ritratto della madre di Rosalba Carriera, Alba Foresti (ora al Museo Correr). Sulla base di un’annotazione del Gradenigo, la Precerutti Garberi ritiene che il P. sia morto a Venezia nel 1773: pagamenti effettuati al pittore nel 1777 per dipinti commissionati dalla fraternita di S. Monica di Udine e dalla chiesa di Remanzacco fanno spostare la data di morte a quest’ultima data, come del resto scritto da de Renaldis e di Maniago. In Friuli non molte sono le opere che di lui rimangono: i due quadretti del museo di Udine, alcuni interessanti e piacevoli busti a pastello dei Musei provinciali e della collezione Levetzow-Lantieri di Gorizia, cinque oli di domenicani del convento francescano di Cormòns ed alcune pale d’altare tra le quali spiccano quelle di Flambro, Bertiolo, Campomolle di Teor e Romans, che mettono in luce le notevoli capacità del pittore ed i suoi diversi prestiti culturali.

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Bibliografia

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