PERCOTO GIOVANNI MARIA (PIETRO PAOLO) (1729-1776)

PERCOTO GIOVANNI MARIA (PIETRO PAOLO) (1729-1776)

barnabita, missionario

Immagine del soggetto

Giovanni Maria Percoto nell'antiporta del volume di M. Griffini, Della vita di mons. Gio.Maria Percoto..., 1781 (Udine, Biblioteca civica Joppi).

Nacque a Udine nel 1729 da Variente ed Elisabetta Caimo. Battezzato con il nome di Pietro Paolo, quando entrò nell’ordine barnabita assunse il nome di Giovanni Maria. Settimo di diciassette fratelli, non fu il solo a intraprendere la carriera ecclesiastica. Antonio fu barnabita e poi canonico della cattedrale di Udine, Francesco gesuita e missionario in Oriente, altri due fratelli serviti, Giacomo sacerdote secolare e professore a Padova, mentre Costantino ebbe il compito di garantire la successione della famiglia. Il figlio di Costantino, Antonio, fu il padre della scrittrice Caterina. P. a Udine frequentò l’oratorio di San Filippo Neri, studiò dapprima a Udine nel collegio dei barnabiti dove il rettore, padre Francesco Curioni, ebbe un ruolo importante nella sua decisione di entrare nell’ordine di San Paolo. Nel 1746 si portò a Monza dove fece il noviziato e prese i voti nel 1747. Studiò poi filosofia e matematica a Milano nel collegio di Sant’Alessandro, teologia a Bologna nel collegio di San Paolo. Nel 1753 fu lettore di filosofia e teologia per i novizi dei collegi barnabiti di Macerata, incarico che continuò a svolgere nel 1757 a Bologna dove ebbe per alunno Pio Gallizia iunior che ritrovò anni dopo in Birmania. Intanto, maturato in lui il desiderio di una vita nelle missioni, chiese di essere assegnato alle Indie orientali, ottenendo il consenso del preposito generale padre Filippo Premoli e l’idoneità dopo l’esame sostenuto a Roma davanti al cardinale Malvezzi di Propaganda Fide. I barnabiti, dopo un tentativo fallito di stabilirsi in Cina, indirizzarono la loro attività verso la Birmania, nei regni di Ava e Pegù. La loro prima spedizione risale al 1722 e, ottenuto il permesso di predicazione dal re di Ava, essi iniziarono a costruire regolari missioni che nel 1740 furono approvate e affidate esclusivamente a loro per i regni di Ava e Pegù da papa Benedetto XIV. Sconvolgimenti politici resero difficile e misero in pericolo la vita dei barnabiti, tre dei quali (il vescovo Pio Gallizia senior, i padri Giovanni Del Conte e Alessandro Mondelli) furono assassinati nel 1745, mentre per sfuggire a un assalto avevano cercato rifugio con altri europei in una foresta. ... leggi Ristabilita la missione, era necessario darle nuova forza soprattutto con l’invio di barnabiti giovani che avrebbero potuto con maggiore facilità imparare le lingue del luogo. Il 14 maggio 1760, a trentun’anni, P. iniziò il difficile e lungo viaggio per la Birmania dal porto di Livorno insieme con il padre Benigno Avenati. Sulla rotta di Smirne essi si fermarono a Sira dove P. incontrò il fratello Francesco che non vedeva da vent’anni. Da Smirne raggiusero Cipro e il porto di Laodicea in Siria, da cui con una carovana arrivarono ad Aleppo e a Damasco, dove furono imprigionati dai turchi e rilasciati dietro riscatto. Toccarono Bagdad, Bassora e Calcutta da dove si imbarcarono per il Pegù. Entrarono nel porto di Rangoon nell’ottobre del 1761, dopo circa un anno e mezzo di viaggio. Avenati si fermò a Rangoon, mentre P. si stabilì dapprima a Nebek, poi a Sabauroa per insegnare a giovani affidatigli dal padre Pio Gallizia iunior, già suo scolaro e già arrivato in Birmania. La regione viveva un periodo di stabilità; i missionari erano favoriti dalle autorità, ma ciò che meggiormente pereoccupava P. era l’essere solo, dopo la morte nel 1763 di Gallizia e di Avenati, senza altri sacerdoti, senza un vescovo che potesse sostenere i religiosi. Intanto egli si dedicava  al suo apostolato, all’evangelizzazione della missione, ad assicurare la presenza di una chiesa a tutti i villaggi, a insegnare il latino e il portoghese ai giovani, a conoscere la lingua e le culture della penisola. In precedenza si erano occupati della lingua barmana i padri barnabiti Sigismondo Calchi, Giovanni Del Conte, Alessandro Mondelli, Paolo Nerini, ma il loro lavoro era andato perduto. P. tradusse in barmano passi della Bibbia, i Vangeli, le epistole di san Paolo, le orazioni della messa; compose due catechismi delle cose necessarie alla salute, una grammatica del barmano, un dizionario latino-portoghese-barmano, un epistolario contenente i dogmi della fede, un trattato sulla religione cristiana di confutazione della barmana, raccolse gli alfabeti delle lingue della penisola. I suoi lavori nel 1773 furono portati a Roma e depositati presso la Congregazione di Propaganda Fide da padre Melchiorre Carpani che, scampato a un attentato da parte di un padre francescano portoghese, lasciò la Birmania. L’Alphabetum Barnamum fu pubblicato a Roma nel 1776 a cura del Carpani che fino a tempi recenti ne fu considerato l’autore. Nel 1766 P. ebbe modo di vedere soddisfatte le sue richieste con l’arrivo di nuovi missionari: Antonio Re, Gherardo Cortenovis, Melchiorre Carpani, Ambrogio Miconi, a cui seguirono altre spedizioni. Nel 1768 P. fu nominato vescovo di Massullo e vicario apostolico per i regni di Ava e Pegù. Continuò nella sua missione fino alla morte nel 1776. A pochi anni dalla sua scomparsa su incarico dell’ordine dei barnabiti padre Michelangelo Griffini, che lo aveva conosciuto, redasse un volume in sua memoria, pubblicato a Udine nel 1781. L’opera, per cui l’autore si servì della collaborazione di Angelo Cortenovis per la ricostruzione della giovinezza e utilizzò molte lettere di P. rivolte ai fratelli o depositate presso l’ordine insieme con le memorie di Melchiorre Carpani, è importante non soltanto per definirne la biografia, ma anche per delineare un quadro complessivo delle caratteristiche geografiche, politiche, etnografiche, culturali, religiose, linguistiche di un paese di cui all’epoca si avevano soltanto notizie sparse dei grandi viaggiatori. Nello stesso tempo la biografia di una personalità come quella di P., attivamente e totalmente dedito alla fede e alla sopportazione delle avversità, diventava un importamte esempio edificante – come sottolinea Cortenovis – e pertanto doveva essere scritta in italiano e non in latino, per il popolo e non per i dotti.

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Bibliografia

BCUd, Genealogie del Torso, fasc. Percoto.
G.M. PERCOTO, Alphabetum Barmanum seu Bomanum regni Avae finitimorumque regionum, Romae, Typis Sacrae Congregationis de Propaganda Fide, 1776. M. GRIFFINI, Della vita di monsignor Gio.Maria Percoto della congregazione di S. Paolo, Udine, Gallici, 1781 (riedito in ID., Vita di mons. Giovanni M. Percoto della Congregazione di S. Palo, missionaio ne’ regni di Ava e Pegù, vicario apostolico e vescovo massulense, Cremona, Tip. Leoni, 1898, II edizione corretta); L. GALLO, Storia del cristianesimo nell’impero barmano, Milano, Boniardi-Pogliani, 1862; E. PATRIARCA, Il vicario apostolico Giovanni Maria Percoto: barnabita esemplare e grande missionario, San Daniele (Udine), Arti grafiche sandanielesi, 1944: F. LOVISON, La missione dei chierici regolari di S. Paolo (barnabiti) nei regni di Ava e Pegù (1722-1832), Roma, Pontificia Universitas Gregoriana, 2000.
 

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