PERUSINI GAETANO

PERUSINI GAETANO (1910 - 1977)

etnologo, collezionista, museografo, agronomo, docente universitario

Immagine del soggetto

L'etnologo Gaetano Perusini.

L’attività scientifica di P. si avviò negli anni Trenta del Novecento. In quel periodo la Società filologica friulana tentava la realizzazione di campagne sistematiche di ricerca sulla cultura popolare e tradizionale del Friuli. Una di esse, con la supervisione di Raffaello Berghinz e Pier Silverio Leicht e in linea con gli sviluppi delle ricerche in ambito europeo sul diritto consuetudinario, riguardava le tradizioni giuridiche. P. si era appena laureato (1934) a Bologna in scienze agrarie e venne coinvolto da Leicht nel progetto, sollecitato ad occuparsi del nesso fra diritto agrario e consuetudini popolari. Maturò lì la metodologia che poi caratterizzerà la sua attività scientifica: lo sforzo di far convergere prospettiva storica, con un’attenta ricognizione della documentazione d’archivio, e rilevamento etnografico. Nello specifico, a quel primo terreno di ricerca fanno riferimento il volumetto sugli Usi e consuetudini agrarie e commerciali della provincia di Udine, predisposto per la Camera di commercio di Udine nel 1950, e soprattutto la serie di saggi che trovò poi collocazione in uno dei suoi lavori più importanti: Vita di popolo in Friuli. Patti agrari e consuetudini tradizionali, con presentazione di C.G. Mor, edito a Firenze da Olschki nel 1961, entro la serie “Biblioteca di Lares”, allora collana prestigiosa che faceva riferimento alla maggiore rivista nazionale di studi folclorici (diretta da Paolo Toschi), di cui P. fu assiduo collaboratore. Introducendo la ristampa dei saggi, P. sintetizzava così il suo programma di lavoro: «Chiarire la genesi e le forme degli usi connessi con la terra, la proprietà e lo sfruttamento della stessa come premessa allo studio delle condizioni di vita in Friuli nei secoli decorsi»; un programma che comportava il netto superamento della prospettiva che aveva fin lì guidato il lavoro dei folcloristi anche in Friuli, ancorati ancora ai paradigmi romantico-positivisti. ... leggi Ora invece il progetto diventava quello di ricerche sistematiche, profondamente ancorate alla dimensione storica, costruite intorno alle forme tradizionali di organizzazione del territorio, attente alle “forme di vita”, come si diceva; molti e originali lavori di P., ancora validi, si inquadrano in questa prospettiva: i numerosi saggi costruiti su documentazione inedita dedicati all’istituto della vicinia, all’evoluzione delle forme contrattuali, agli usi civici e alle forme tradizionali di sfruttamento del territorio (la pastorizia vicinale, la pesca di valle in laguna), alle strutture giuridiche e ai valori simbolici connessi alle pietre di confine, alle consuetudini di devoluzione ereditaria e di politica matrimoniale. A partire da queste ultime questioni, è evidente il legame con l’importante e innovativa (a livello nazionale) ricerca condotta da P. sull’evoluzione delle forme di abbigliamento tradizionale, fondata sull’analisi sistematica dei contratti e degli inventari dotali: tipologia documentaria particolarmente cara allo studioso, perché apriva contemporaneamente sia al piano storico delle strategie di parentela che a quello dei corredi materiali; alle “parole” dei corredi materiali che accompagnavano la vita popolare, a dire il vero; ma comunque documenti prossimi (i più prossimi) a quel livello della cultura materiale che costituì per P. lo sfondo della sua attività di collezionista e museografo. P. era nato a Codognè (Treviso) il 14 luglio 1910 da Giacomo e Giuseppina Antonini. Proprio la gestione del patrimonio familiare lo indirizzò al settore dell’agronomia e della viticoltura; insieme con la madre fu pioniere del rilancio internazionale del “Picolit”, nella Rocca Bernarda restaurata e divenuta nel secondo dopoguerra dimora familiare e azienda prestigiosa, oltre che sede di un archivio che egli seppe costantemente incrementare, così come fece per le collezioni di arte e cultura materiale popolare, per quella di amuleti e gioielli tradizionali, per la biblioteca specializzata. Ai tardi anni Trenta data anche l’avvio della feconda collaborazione scientifica di P. con Lea D’Orlandi. Terreno iniziale di collaborazione fu la ricerca sistematica sulle forme e i processi di trasformazione dei costumi e dell’abbigliamento tradizionale e popolare nelle diverse aree del Friuli. I numerosi contributi dedicati all’area maniaghese, al cividalese, alla Carnia, alla Val d’Arzino, al contesto popolare della città di Udine, ai villaggi della media pianura sono stati poi raccolti e riediti, nel 1983, nel volume Antichi costumi friulani. Anche in quest’ambito la novità metodologica rappresentata da una ricerca che fondeva in maniera sistematica documentazione d’archivio e rilevamento sul campo, fonti scritte, orali, iconografiche e materiali, si impose a livello nazionale. Conta anche sottolineare che proprio a partire dalle ricerche sui costumi e sulla storia dell’abbigliamento, P. e Lea D’Orlandi indirizzarono la loro azione per il completamento delle raccolte etnografiche dei Civici musei di Udine e per l’apertura (lungamente attesa, risultato di battaglie senza fine contro le lentezze della burocrazia e l’insensibilità dei politici, realizzata infine nel 1963) del Museo friulano delle arti e tradizioni popolari. A partire dallo stesso contesto maturò in P. l’interesse sempre più vivo per gli aspetti ornamentali della pratica vestimentaria popolare e tradizionale e per il valore simbolico e magico-terapeutico degli amuleti: ne derivarono innumerevoli saggi e l’imponente collezione di ori tradizionali e popolari e di amuleti (una delle più importanti d’Europa) ora conservata presso la Fondazione CRUP di Udine. Molti i nuovi terreni etnografici indagati da P. Insieme con Lea D’Orlandi progettò e realizzò, ad esempio, una campagna di ricerca sugli usi di coscrizione (Demologia militare. Usi e consuetudini dei coscritti friulani, 1943), rispondendo a una sollecitazione di Giuseppe Vidossi, uno dei suoi maestri e collaboratori. Il lavoro si collocava in un momento particolarmente drammatico della sua vicenda personale. P. era stato richiamato in servizio allo scoppio della guerra, aveva partecipato alla campagna d’Africa, era tornato fortemente minato nella salute e riprendeva faticosamente il suo cammino di riflessione e di ricerca dedicato alle strutture portanti della “vita di popolo” in Friuli. L’anno successivo, al giovane P. (aveva trentaquattro anni) venne affidata la direzione della rivista della Filologica «Ce fastu?». La tenne fino al 1977, anno della sua tragica scomparsa a Trieste, nella cui Università aveva ottenuto la cattedra di storia delle tradizioni popolari. Fu una direzione lunga e feconda: la rivista cambiò volto e natura, si allargò il numero dei collaboratori, la dimensione locale venne abbandonata a favore di un confronto – in dialogo con le «Memorie storiche forogiuliesi» dell’amico C.G. Mor – largo e approfondito sui diversi aspetti della storia, della cultura e della lingua del Friuli; un Friuli a tutto campo. La dimensione comparativa della ricerca è stato un altro merito di P., nello sforzo di rinnovamento degli studi etnografici friulani. Per questo aspetto va richiamata almeno l’esperienza del gruppo di lavoro Alpes Orientales, della cui costituzione egli fu protagonista fra il 1954 e il 1956 insieme a Giuseppe Vidossi, Milko Matičetov e Niko Kuret, sul fronte sloveno. Nei progetti di ricerca e nei convegni annuali di Alpes Orientales vennero coinvolti etnologi sloveni, tedeschi, svizzeri, croati, italiani. Resta esemplare anche l’aspetto etico di quell’operazione di politica culturale. La coscienza viva di quanto fosse necessario liberare gli studi di folclore dalla dimensione localistica e ideologica e di quanto fosse pesante la responsabilità storica dei ricercatori, all’indomani del secondo conflitto e nel momento della costruzione di nuovi muri all’interno dell’Europa, era proclamata a chiare lettere nel manifesto quadrilingue di costituzione del gruppo. Negli anni Cinquanta e Sessanta, in concomitanza con una sorta di ricambio generazionale che vide uscire di scena la generazione dei vecchi folcloristi, si ebbe una sorta di istituzionalizzazione degli studi demoetnoantropologici anche in Friuli. Venivano a maturazione le campagne di ricerca sistematica avviate negli anni precedenti sulla tradizione orale e ora inquadrate nei parametri di una corretta e rigorosa filologia specifica (Gianfranco D’Aronco, Novella Cantarutti), sulle tradizioni del ciclo dell’anno (campagne a guida dello stesso P.; Andreina Nicoloso e Luigi Ciceri), sui sistemi di credenze (D’Orlandi), sulla cultura materiale, in concomitanza al nascere dei primi musei etnografici; si stringevano i nodi con il settore della dialettologia (la collaborazione dello stesso P. con l’ASLEF); l’etnografia incrociava il maturare di nuove indagini etnomusicologiche e iniziava a fare i conti con gli sviluppi dell’antropologia culturale in sede nazionale. Friulani furono i primi titolari di insegnamento demologico nelle Università di Trieste (P., appunto) e Padova (G. D’Aronco), creando la rete di discepoli e collaboratori che contribuirono poi a sviluppare la disciplina in termini quantitativi e qualitativi. Va segnalata anche l’apertura alle nuove correnti di ricerca che negli anni Sessanta movimentavano il panorama degli studi folclorici d’Europa. P. trovò particolarmente congeniale l’indirizzo dell’“Archéocivilisation” sostenuto in Francia da A. Varagnac. Lo interessò soprattutto, anche in rapporto allo studio degli amuleti, lo sguardo attento all’aspetto stratigrafico del folclore. La nozione di “sopravvivenza” trovava modo di liberarsi dall’alone positivistico che l’aveva generata, veniva inquadrata entro rigorosi parametri storico-geografici, obbligava a rinnovare il quadro comparativo. In quest’ambito, si segnalano i saggi dedicati da P., con attenzione sempre viva alla dimensione storica, ai fuochi rituali, alla simbologia connessa con il mobilio e gli arredi domestici, ai mascheramenti rituali, oltre naturalmente ai numerosi interventi sull’ornamentazione preziosa e sugli amuleti.

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Bibliografia

La bibliografia di G. Perusini è in «Lares», 43/3-4 (1977), 463-469, a cura di G.B. BRONZINI - G.P. GRI, e nel numero speciale di «Ce fastu?» a lui dedicato nel 1977, con il profilo di studioso delineato da C.G. MOR e M. MATIČETOV ; un inquadramento più specifico in G.P. GRI, Cultura popolare, ricerca demologica e storiografia in Friuli, in La cultura popolare in Friuli. Atti del convegno di studio (28. X.1989), Udine, Accademia di scienze, lettere e arti, 1990, 9-22; N. CANTARUTTI - G.P. GRI, Ricordo di G. P., «Sot la nape», 39/3 (1987), 71-84; Per lo studio dell’abbigliamento tradizionale. Atti della giornata di studio “G. P. a dieci anni dalla scomparsa” (12 dicembre 1897), a cura di T. RIBEZZI, Udine, Civici musei, 1989. La collezione di amuleti e gioielli è stata illustrata in N. CANTARUTTI - G.P. GRI, La collezione Perusini. Ori, gioielli e amuleti tradizionali, Udine, Casamassima, 1988, e ora anche Ori e Rituali. I preziosi della Collezione Perusini, a cura di T. RIBEZZI, Udine, Museo etnografico del Friuli, 2008 (con una bibliografia analitica relativa al settore specifico). Erede universale del patrimonio anche documentario ed etnografico di P. è il Sovrano militare ordine di Malta; l’istituzione ha poi destinato la biblioteca dello scomparso all’Università di Udine, il fondo archivistico all’Archivio di Stato di Udine, la collezione di gioielli e amuleti alla Fondazione CRUP per un’adeguata conservazione e promozione, il patrimonio dei beni etnografici materiali alla sezione etnografica dei Civici musei di Udine.

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