PIANI PIETRO

PIANI PIETRO (1856 - 1930)

verseggiatore

Immagine del soggetto

Il verseggiatore Pietro Piani, da «Archivi de leterature furlane antighe e moderne», 1930 (Udine, Biblioteca civica).

Nacque a Sant’Andrat dello Judrio, presso Corno di Rosazzo (Udine), il 26 ottobre 1856 (per altri il 25) da Giovanni e Maria del Conte. Frequentò a Lubiana le scuole commerciali e il 16 aprile 1877 sposò la nobile Teresa Vanni degli Onesti di Fagagna. Ritenuto da Bindo Chiurlo un rappresentante della «vecchia guardia», P. è autore di una cospicua produzione poetica in friulano, pubblicata su «Pagine friulane» di Udine e su «Le nuove pagine» di Gorizia, nonché in quattro raffinati volumetti allestiti nell’occasione delle nozze dei tre figli e della nipote; non è più possibile riconoscere gli scritti da lui pubblicati, per necessità politica, sotto pseudonimi. Merita innanzitutto una menzione il ciclo di sedici sonetti ispirati all’Esposizione udinese del 1903, i cui padiglioni erano stati progettati dall’architetto Raimondo D’Aronco: la scrittura si dimostra non soltanto vivace e curiosa sul piano descrittivo e cronachistico, ma anche efficace nella resa del gusto dell’epoca. Una prima raccolta di versi, per la maggior parte friulani, venne pubblicata nel 1903, sotto il titolo Il gno pais [Il mio paese]; vi prevalgono i sonetti, sovente radunati a due o a tre sotto lo stesso titolo (sintomo di una ispirazione che fatica a contenersi). Oltre al rimpianto per i bei tempi andati, al vagheggiamento di una dimensione paesana protettiva e appagante, all’esaltazione delle bellezze della propria terra, la tematica ricorrente è quella patriottica, con punte di asprezza inattesa: «E la rason pulitiche di chell / Iudri si çhar a fat un assassin / che al spache in doi chest gno Friul tant biell» [E la ragione politica di quello / Judrio così caro ha fatto un assassino / che spacca in due questo mio Friuli così bello] (Il puint di Brazzan [Il ponte di Brazzano], III). Con la presenza di questi temi è coerente la frequentazione (con declamazione di versi) della sala dell’Unione dei giovani friulani, associazione irredentistica di Gorizia. ... leggi Nel successivo opuscolo per nozze (A Leni) compaiono un polimetro (La liende di Sandenel [La leggenda di San Daniele]) e altri cicli di sonetti (Ars italica, Il teatro furlan [Il teatro friulano]). Più interessanti quelli comparsi nel 1908: dodici sonetti dedicati ai mestieri tradizionali e altri quattro sulle stagioni. Anche in questo caso l’interesse documentario dei quadretti supera il valore dell’esercizio poetico, ma è quantomeno originale il risultato dell’osservazione di un soggetto quotidiano da parte di una sensibilità colta, seppure con uno sguardo talora fin troppo cerebrale. Per ogni professione P. coglie analogie e offre spunti per parlare di altro: della vita e della morte, dello scorrere del tempo, della maldicenza, del progresso procurato dall’invenzione della stampa; quadretti naturalistici tanto piacevoli quanto superficiali, pur essendo aperti (spesso per antitesi) anche alla stanchezza del contadino che non può godere del risveglio primaverile del creato, alla disumanità dell’usuraio, «settime plae di che pùare anade» [settima piaga di quella povera annata] in un’estate di siccità, alle illusioni celate nel cuore del poeta, all’assenza di speranze, a una giovinezza che non può tornare, alla vicinanza della morte, al contrasto tra la sorte del ricco sdraiato in un caffè e quella del ragazzo che suona l’organetto in strada. Dopo sei sonetti sul mese di maggio (La sçharnete [La fiorita]), l’aura filantropica si spegne in un libretto del 1925 (A Jela), nel quale compaiono due sonetti sugli zingari, che nel 1909 erano stati espulsi dal Regno d’Italia perché «forastieri non muniti di documenti»: «Chèi pezotôs distùrbin la ligrie / che còr su-i lavris da l’agricoltor […] vàit vie di cà […] ‘par uàltris no l’è fat il biel Païs’» [Quegli straccioni disturbano la spensieratezza / che corre sulle labbra dell’agricoltore […] andatevene di qui […] “non è fatto per voi il bel Paese”]. Non soddisfano, nello stesso opuscolo, neppure i sonetti dedicati a macchiette e ad aneddoti della giovinezza, così come delude, altrove, la satira antislovena (La urìgin di un popul [L’origine di un popolo]), quasi un complemento dell’acceso nazionalismo di molti scritti. A P. si deve anche la stesura dei testi del prologo e delle villotte per Il cialciùt [L’incubo], una “azione fantastica” mimodanzante in dieci quadri ideata da Giovanni Cossar e musicata da Alfonso Deperis, rappresentata presso il salone del ristorante Centrale di corso Verdi a Gorizia la sera del 17 maggio 1902. Sue quartine di ottonari sono state musicate da Alfonso Deperis, Rodolfo Kubik, Ezio Stabile. Dopo lunga malattia, P. morì a Gorizia il 5 gennaio 1930 e venne sepolto a Brazzano.

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Bibliografia

P. PIANI, 1903. L’esposizion di Udin. Impressions, «Pagine friulane», 16 (1903-1904), 10-12; Il gno pais. Per nozze Piani-Strazzolini. 7 ottobre 1903, Gorizia, Paternolli, 1903; A Leni. Per le fauste nozze del suo Ettore colla gentile Leni Blasco. Aprile 1906, Gorizia, Paternolli, 1906; I mistîrs. Lis quatri stagions. Nozze Berghinz-Piani, Gorizia, Tip. G. Seitz succ. Musig & Piani, 1908; La sçharnete. Sei sonetti friulani, nella raccolta R. BERGHINZ, Maggio d’amore, Udine, Del Bianco, 1912; A Jela. Nozze Battocletti-Piani. Gorizia-Cividale 19 settembre 1925, Gorizia, Tip. Sociale, 1925.

DBF, 633; CHIURLO, Antologia, 372-373; R.M. COSSAR, Gorizia d’altri tempi, Gorizia, Amministrazione provinciale, 1934, 93-94; D. CARRARA, Gorizia nelle sue canzoni. Antologia di canti popolari del Friuli orientale (testi poetici), «Studi Goriziani», 25 (1959), 9-69; Mezzo secolo di cultura, 210; GALLAROTTI, 125-128; FAGGIN, Letteratura, 143-144, 149.

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