PILTRUDE

PILTRUDE

nobile longobarda

Immagine del soggetto

Lastra del '€œsarcofago di Piltrude'€, VIII secolo (Cividale, tempietto longobardo).

P. era la madre dei tre nobili longobardi Erfone, Marco e Anto i quali, alla metà circa dell’VIII secolo, risultano fondare i monasteri gemelli dedicati a santa Maria e ai Beati Giovanni Battista e Pietro Apostolo presso Sesto al Reghena e “in ripa que vocatur Salto”, località comunemente identificata con il paese di Salt di Povoletto, posto sulla riva sinistra del Torre, in prossimità di un’antica strada che portava a Cividale. P., «domina et genitrix nostra», compare nell’atto del 762 con cui vennero dotati i due monasteri e dal quale emerge che la nobildonna avrebbe dovuto continuare la sua vita proprio nel cenobio di Salto assieme alle donne che si erano a lei aggregate in abito monastico. La madre dei tre fratelli “friulani” doveva dunque essere una donna longobarda di stirpe nobile che, secondo una tradizione tramandata dagli eruditi settecenteschi, divenne moglie del duca del Friuli Pietro; pare più improbabile l’altra tradizione che vuole invece identificare la nobildonna con una regina longobarda fondatrice del monastero di S. Maria in Valle di Cividale. Come accadde per i suoi figli, il destino di P. fu comunque quello dell’abbandono della vita “in seculo” e del ritiro a vita monastica, in un convento di famiglia, quello di Salt, ove è plausibile pensare che abbia rivestito il ruolo di badessa. Probabilmente P. passò il resto della sua vita in questo monastero dove morì e fu sepolta: una ricostruzione possibile soprattutto se si da credito alle notizie delle tradizioni rinascimentali che intrecciano la vicenda del cenobio di Salt con quello di S. Maria in Valle di Cividale. Come si legge nel manoscritto di G.D. Guerra: «Berengario III imperatore tra li altri volse che questo monasterio de Salto fosse trasportato nella città di Austria nel Friuli, […] nel luogo che si nominava Valle, ovvero Gastaldaga, […] Questo si conosce da un privilegio antichissimo nel quale Berengario III donò la corte Gastaldaga accioché questo monasterio fusse amplificato, nel quale l’abbadessa e le vergini portarono le ossa di Pertrude in detto monasterio». La fonte è molto controversa ma alcuni tendono a ritenerla basata su un diploma originario del IX secolo, pervenutoci attraverso una copia cinquecentesca. ... leggi Ovviamente non si tratterebbe di un atto di Berengario III, che non è mai esistito. L’errore nella citazione è evidentemente dovuto ad un refuso nella lettura dell’indizione che doveva essere composta secondo la nota formula cancelleresca: «…domini nostri Berengario gloriosissimi regis tertio». Si potrebbe dunque pensare ad documento redatto tra 889 e 890, che appunto corrisponde al terzo anno di regno di Berengario I re d’Italia. Queste considerazioni, unite al fatto che in un altro diploma del 21 marzo 888, questa volta con una tradizione di indubbia autenticità, Berengario enumerava tra i possedimenti sestensi la «curtis de Salto cum cella», senza far alcuna allusione all’esistenza in quel luogo di un monastero, permetterebbero di ricostruire una dinamica interessante. Le monache di Salt, per volere del re – come ricorda il Guerra – e forse a causa di uno stato di difficoltà in cui versava il cenobio, si sarebbero così trasferite a Cividale prima dell’888 – vale a dire tra 886 e 887 – portando con sé le spoglie di P.; immediatamente dopo lo stesso Berengario avrebbe così potuto ricordare tra i beni sestensi anche l’antico possedimento di Salt su cui l’abbazia della Destra Tagliamento vantava un originario diritto di tutela e dove ormai non esisteva più un monastero bensì una semplice cella. La successiva donazione dei beni fiscali della Gastaldaga, prossimi al monastero di S. Maria in Valle, sarebbe dunque una logica conseguenza dell’ampliamento di quella comunità monastica, dovuta all’accorpamento dell’antico cenobio di Salt che conservava ancora la viva memoria della sua origine nella figura di P. e nella considerazione ad essa rivolta. Una devozione che pare aver avuto notevole fortuna anche in seguito, come emerge dalla tradizione che indica l’esistenza del cosiddetto “sarcofago di Piltrude”: un sepolcro composto riutilizzando delle lastre di arredo liturgico altomedievale e collocato nel Trecento, per opera della badessa Margherita della Torre, nella zona presbiteriale dell’oratorio di S. Maria in Valle: il tempietto longobardo.

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Bibliografia

G.D. GUERRA, Edificazione del monastero di S. Maria in Valle, in GUERRA, Otium, I, 548-550.

DE RUBEIS, MEA; I diplomi di Berengario I, a cura di L. SCHIAPPARELLI, Roma, 1903 (Fonti per la storia d’Italia, 35), 424 (doc. 46, diploma perduto), 12 (doc. 2); C.G. MOR, La leggenda di Piltrude e la probabile data di fondazione del Monastero maggiore di Cividale, «Ce fastu?», 29 (1953), 24-37; H. TORP, L’architettura del Tempietto, in H.P. L’ORANGE - H. TORP, Il Tempietto Longobardo di Cividale, Roma, L’Erma di Bretschneider, 1977 (Acta ad Archaeologiam et Artium Historiam Pertinentia, VII 1-4); G. SPINELLI, Origini e primi sviluppi della fondazione monastica sestense (762-967), in L’abbazia di Santa Maria di Sesto fra archeologia e storia, a cura di G. C. MENIS - A. TILATTI, Fiume Veneto (Pn), GEAPprint, 1999, 97-121; M. CASIRANI, La gastaldaga di Cividale: stato delle conoscenze sulle sedi del potere regio nell’Italia Longobarda, in Cividale longobarda. Materiali per una rilettura archeologica, a cura di S. LUSUARDI SIENA, Milano, ISU Università Cattolica, 2002, 61-88.

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