PORCIA (DI) GIROLAMO IL GIOVANE

PORCIA (DI) GIROLAMO IL GIOVANE (1559 - 1612)

ecclesiastico, nunzio apostolico

Figlio di Alfonso e della prima moglie di quest’ultimo, Susanna della Torre, nacque il 22 ottobre 1559 in seno alla nobile famiglia dei conti di Porcia-Brugnera del ramo di sotto. Tra i suoi parenti più stretti figurano il fratello Fortunato Alfonso, trasferitosi ben presto in Germania alla corte di Massimiliano, duca ed elettore di Baviera, e lo zio paterno Girolamo, detto “il Vecchio”, nunzio e delegato papale per diversi anni nei territori germanici. G. compì molto probabilmente i primi studi in Friuli per poi lasciare la Patria alla volta di Roma, dove poté completare la sua formazione e sotto il pontificato di Gregorio XIV (1590-91), poco più che trentenne, vi assunse l’incarico di referendario di segnatura. Nell’aprile del 1592, mentre deteneva l’incarico di protonotario apostolico, Clemente VIII lo nominò nunzio papale presso la corte di Graz – una nunziatura permanente creata pochi anni prima da Gregorio XIII – definendolo «dilectum filium Hieronymum Porciam utriusque nostrae signaturae referendarium nuncium nostrum virum prudentem atque integerrimum». I compiti che il mandato gli assegnava erano ampi e vari e lo impegnavano a provvedere all’attuazione della riforma nelle varie diocesi dell’Austria centrale; a favorire la fondazione di seminari e scuole religiose, in particolare dei gesuiti, per la formazione del clero; ad esaminare l’opportunità dell’erezione di nuove diocesi, soprattutto in Carinzia e a Gorizia; ad occuparsi dell’organizzazione di una visita generale per la quale vennero richiesti anche l’appoggio e la collaborazione del potere civile. In questi frangenti il nunzio seppe lavorare in stretta consonanza, pur con qualche inevitabile attrito, con l’autorità arciducale e con i vescovi locali per il pieno ristabilimento del cattolicesimo, in contrapposizione ed in risposta al preoccupante dilagare delle idee protestanti. ... leggi In questo contesto s’inserisce, per esempio, il processo d’introduzione dell’Indice nei territori arciducali (con particolare riferimento alle città di Graz, Monaco e Salisburgo). Secondo quanto il P. avrebbe scritto pur con qualche enfasi al cardinale Agostino Valier alcuni anni dopo, nell’aprile del 1602, il controllo era stato avviato in modo celere e sistematico e mostrava la sua efficacia se è vero che «subito che si principiò la espulsione delli eretici, furono […] visitate le publiche librarie con abbruciare gran quantità de libri che si trovarono infetti». Coadiuvato nel corso degli anni nello svolgimento del suo incarico da diversi collaboratori, tra i quali il futuro vescovo di Capodistria, Baldassarre Bonifacio, originario di Rodi, il P. si occupò sia di vertenze strettamente ecclesiastiche sia di questioni civili, entrando in contatto in più occasioni con le corti arciducale ed imperiale. Partecipò nel 1594 alla dieta di Ratisbona insieme con Ottavio Mirto Frangipane, nunzio a Colonia, e con il cardinale Ludovico Madruzzo. Attorno al 1594-95 dovette risolvere alcune pendenze relative al vescovado di Eichstädt dove l’arcivescovo Gaspare von Seckendorf, tutt’altro che brillante nel suo operato, venne dapprima affiancato e poi sostituito dal ben più zelante e dotato Giovanni Corrado von Gemmingen; nel 1599 si recò presso il vescovado di Bamberga per raccogliere a nome del pontefice informazioni sul nuovo vescovo Filippo von Gebsattel, già decano della cattedrale, il quale, pur avendo creato perplessità circa la sua gestione di quella diocesi, espresse a G. la sua devozione verso la Sede Apostolica e la completa sottomissione ad essa, rinnovando la professione di fede tridentina e accettando di soddisfare tutte le richieste avanzate dal nunzio (promessa che peraltro non rispettò negli anni successivi). Una serie di impegni – quelli appena ricordati – che mette ben in luce l’intento della Chiesa di Roma di migliorare le condizioni religiose dell’Austria centrale e di rafforzare la risposta cattolica alla diffusione delle idee protestanti; rafforzamento di cui si videro i primi esiti a partire dalla fine del 1598, grazie all’azione congiunta del P., dei vescovi dell’Austria centrale e dell’arciduca Ferdinando. Negli stessi anni e, più precisamente, in data 7 agosto 1598, il nunzio venne nominato da papa Clemente VIII vescovo di Adria, diocesi della quale prese possesso mediante procuratore il 15 settembre seguente. Al momento della sua elezione alla cattedra vescovile era già provveduto di benefici ecclesiastici, avendo quello di S. Maria di Palazzolo nella diocesi di Brescia e quello di S. Angelo e S. Maria a Porcia quale patronato della sua famiglia, già ottenuto quest’ultimo nel 1585. Una serie cospicua di lettere conservate in alcuni archivi italiani e stranieri e solo in parte pubblicate, scritte tra il 1592 e il 1602, ma risalenti soprattutto al periodo della nunziatura di Graz, testimoniano l’intensa attività religiosa e diplomatica sostenuta dal prelato friulano e il suo costante impegno per un rinnovamento del culto e delle istituzioni ecclesiastiche sia nei territori germanici sia in ambito veneto e friulano. Il frenetico impegno non gli impediva tuttavia di seguire personalmente gli interessi familiari e personali, visto che dimostrò una costante attenzione per la posizione sociale della sua Casa e per la rete di relazioni in cui era inserita, coinvolgendo, in più occasioni, le influenti e potenti amicizie sulle quali poteva contare. Nel 1605 dal pontefice Leone XI fu inviato in qualità di nunzio apostolico presso i principi della Germania superiore con le facoltà di legato “a latere”; qui entrò in stretto contatto con Massimiliano I, duca di Baviera, e cercò di spingerlo a mettersi alla guida di una lega per la difesa degli interessi cattolici. Nel maggio dello stesso anno, eletto al soglio di Pietro Camillo Borghese, col nome di Paolo V, il P. si congratulò con lui per lettera, ricevendo risposta dal cardinal Erminio Valenti, il quale lo rassicurò circa la benevolenza di cui godeva presso la curia romana e lo informò che il papa «ha veduto […] con molta benignità il reverente affetto col quale Vostra Signoria si rallegra della sua esaltazione, et poi che lei lo ha rapresentato così vivamente, non deve credere che avesse potuto meritar più con la sua presenza. Sua Santità ama Vostra Signoria et ha causa d’amarla, sapendo il servitio che lei ha fatto a questa Santa Sede, et se verrà l’occasione, le mostrarà veri segni dell’amore che le porta». Pur assumendo il vescovado di Adria, G. P. continuò a mantenere il suo incarico di nunzio in Germania presumibilmente fino a tutto il 1606. Verso la fine dello stesso anno venne nominato dal pontefice Leone XI prelato domestico ed assistente al soglio pontificio, ma rientrò a Roma solo nel maggio dell’anno seguente. Nell’agosto del 1607 lo ritroviamo a Porcia per il battesimo di Enrico Ottavio Porcia (1607-1673), figlio di Fulvio il Vecchio, insieme con gli ambasciatori di Enrico IV re di Francia, convocati in veste di padrini, e con il vescovo Rangone di Piacenza. Lo stesso Fulvio con il quale, alcuni anni dopo, secondo una relazione redatta nell’aprile del 1612 dal provveditore Ottaviano Bon, G. e suo fratello Alfonso entrarono in conflitto «per occasione particolarmente di alcune fabriche, onde si erano posti in armi». Successivamente, circa dal 1608, dovette risiedere abbastanza stabilmente presso il suo vescovato, spostandosi solamente per avvenimenti particolari, come la consacrazione di alcune chiese (si ricorda la chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta di Villanova Marchesana, nel ducato di Ferrara), e per soggiorni estivi presso il castello di Porcia. In questo stesso torno d’anni compì vari restauri sia nel palazzo di Rovigo, luogo di residenza dei vescovi d’Adria, che in quello di Porcia. Morì all’età di cinquantadue anni presso il castello di famiglia il 23 agosto 1612 e fu sepolto nel presbiterio della locale chiesa di S. Giorgio.

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Bibliografia

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