PRATA (DI) PILEO

PRATA (DI) PILEO

cardinale

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Monumento funebre di Pileo da Prata (Padova, duomo).

Prelato di assoluto rilievo europeo nella storia della chiesa trecentesca, specie nell’azione di governo e nell’attività diplomatica, P. proveniva da una della più illustri famiglie di castellani del Friuli occidentale, non aliena a guardare anche verso il Veneto, dove gli antenati erano stati nel Duecento una pedina decisiva dello schieramento politico che sostenne Ezzelino da Romano. Dalla città in cui l’avo Guecello era stato vicario imperiale, cioè Padova, era oriunda la madre Isilgarda, figlia di Nicolò da Carrara, andata sposa appunto a Biaquino di Prata. Furono con tutta evidenza la parentela e l’esplicito appoggio della stirpe dominante nella città veneta a schiudergli le porte della carriera ecclesiastica quand’era ancora giovanissimo: canonico della cattedrale di Padova fin dal 12 maggio 1350 e arciprete almeno dal gennaio 1358 (nonostante fosse in possesso dei soli ordini minori), nel luglio 1359, appena ventottenne, vi aveva già assunto la cattedra vescovile, dopo una breve e del tutto platonica esperienza alla guida della diocesi trevigiana. Soprattutto durante gli anni di permanenza a Padova, città di intense e larghe relazioni politiche e culturali nella quale i legami fra Chiesa e signoria si andavano evolvendo al limite di una perfetta osmosi, P. si segnalò nel 1360 anche come autorevole mediatore nelle controversie interne al mondo universitario tra la facoltà dei giuristi e quella degli artisti. A Padova perfezionò la sua crescita culturale (fu tra l’altro in rapporto col Petrarca, che ebbe a definirlo «figlio per età, fratello per affetto, padre per dignità»); maturò conoscenze e abilità non comuni nella gestione di complessi e delicati affari inerenti al governo della chiesa (nel marzo del 1360 volle tra l’altro convocare un sinodo diocesano); acquisì l’esperienza e le astuzie necessarie per destreggiarsi nel raffinato e insidioso mondo delle corti. ... leggi Tale dimensione “mondana” (ebbe sicuramente un figlio naturale, Pietro Francesco) lo avrebbe del resto accompagnato per l’intera esistenza. Salito al soglio pontificio Urbano V nel 1362, P. continuò ad operare attivamente come fiduciario del pontefice nella gestione ordinaria delle provvisioni beneficiarie e delle finanze della sede apostolica in tutta l’Italia nordorientale, compreso il Friuli, dove sono documentate sue fugaci comparse a San Vito, a Cividale e a Udine. Dallo stesso pontefice giunse ad ottenere nel 1365 il privilegio di una remissione plenaria di tutti i suoi peccati “in articulo mortis” da un confessore di sua scelta. All’ambiente padovano, dove lo seguirono e fecero fortuna diversi compatrioti, fra cui il fratello Tolberto, P. rimase particolarmente legato anche in seguito, come ad una seconda patria. Se è solo una fondata ipotesi che vi abbia favorito l’istituzione di una facoltà di teologia nel 1363, è certo che nel 1366 diede le prime costituzioni al collegio universitario Tornacense e più tardi vi creò un collegio universitario per gli studenti friulani, detto in suo onore Pratense. Fors’anche per risarcirlo dei ripetuti insuccessi nella scalata alla carica di patriarca di Aquileia (calorosamente sostenuta dal cugino Francesco da Carrara e dalla repubblica fiorentina nella persona del Boccaccio e da lui stesso perseguita con trame non sempre esemplari), nel 1370 fu nominato arcivescovo di Ravenna, dove tutelò energicamente le temporalità dell’episcopio (memorabile la difesa dei diritti sulla terra e la rocca di Lugo) e fece dono dei suoi libri alla sagrestia della cattedrale. In tale veste sviluppò ancor più il suo ruolo di attivissimo emissario della curia avignonese in Italia (le sue frequentazioni di Avignone datavano almeno dal 1359). La scaltrita conoscenza degli ambienti di curia e la dimestichezza con le corti italiane ed europee gli meritarono la stima e la piena fiducia anche di Gregorio XI, nel frattempo succeduto ad Urbano VI, il quale nel quinquennio 1373-1378 si valse della sua assidua opera per le trattative di pace tra Francia ed Inghilterra, conferendogli ampi spazi di iniziativa politica e larghi poteri in materia di giurisdizione canonica e civile. Di tale indefesso impegno svolto come nunzio oltralpe, specie nelle Fiandre, resta una copiosa documentazione che testimonia le sue non comuni doti di tenacia e abilità nell’azione mediatrice. Coi sovrani Carlo V di Francia ed Edoardo III d’Inghilterra, con principi, ciambellani, ambasciatori, uomini d’arme, vescovi, abati, decani, dottori in legge, dovette trattare spinose questioni politiche, finanziarie, militari, patrimoniali, spostandosi in continuazione fra l’Inghilterra e il continente. Il 4 gennaio 1378 Gregorio XI lo trasferì alla sede vacante di Tournai, con la promessa di tenerlo presente in caso di vacanza di un patriarcato ordinario; ciò nondimeno egli continuò ad essere universalmente designato come “l’arcivescovo di Ravenna”. Le dolorose vicende dello scisma della Chiesa iniziate con la fine del papato avignonese gli offrirono indubbiamente ulteriori opportunità di avanzamento in una carriera già brillante, ma lo esposero fatalmente anche a rischi, cui egli fece fonte barcamenandosi con estrema prudenza e accortezza fra i vari pretendenti al soglio pontificio. Inizialmente prestò i suoi buoni uffici allo scopo di realizzare un accordo fra il successore dell’ultimo papa avignonese, il barese Bartolomeo Frignano, eletto in un clima di irregolarità e di tumulti popolari col nome di Urbano VI, e i cardinali scismatici riuniti a Fondi, risoluti a non riconoscerne la legittima elezione. Mentre la cristianità si divideva fra l’obbedienza al suaccennato pontefice o al rivale Clemente VII, P. scelse di parteggiare per Urbano VI, che lo creò quasi subito cardinale col titolo di Santa Prassede, e lo inviò come nunzio in Germania e in altri paesi del nord Europa per guadagnarli alla propria causa. La profonda conoscenza dei delicati equilibri interni ai vertici della Chiesa e la sagacia con cui seppe muoversi negli ambienti mondani, nelle cancellerie, nelle corti e nelle varie diete dell’impero cui partecipò, furono decisivi per allargare il fronte dei consensi a favore del papa di cui godeva la fiducia. Prima di accingersi alla laboriosa legazione transalpina del 1389-1390 (nella quale girò senza posa tra Vienna, Praga, Norimberga, Würzburg, Spira, Worms, Magonza, Francoforte, Heidelberg, Bamberga, Ratisbona, Aquisgrana e altri centri minori, sempre accordando indulgenze e benefici, deponendo prelati indegni e ribelli, comminando scomuniche, operando incorporazioni di chiese parrocchiali, fondando cappelle e monasteri, fungendo da paciere per comunità cittadine, combinando matrimoni fra dinastie dominanti) per il natale del 1378 passò dal Friuli, dove fu accolto con doni dalle comunità di Udine e di Cividale e fu tra l’altro artefice di un arbitrato fra il patriarca Marquardo e Mattiusso di Uruspergo. Come rappresentante del papa e ambasciatore del re dei Romani Venceslao, P. passò nel 1381 a Londra, per ritornare nuovamente in Germania, e di qui in Moravia, in Austria, in Ungheria e nuovamente in Friuli, dove continuò ad occuparsi del pacifico stato e dei pubblici interessi della Patria e di quelli privati suoi e della famiglia (emancipò, fra l’altro, la servitù rustica delle sue terre affinché ripopolasse il centro di Prata). Da Urbano VI nel 1384 fu nominato anche vescovo di Tuscolo e vicario papale nelle province del Patrimonio e del ducato di Spoleto, sempre al fine di reprimere gli scismatici, e si prodigò nella non facile e spesso ingrata impresa di intermediario nel centro-sud della penisola. Tra il 1385 e il 1386 si consumarono però prima lo sganciamento e poi la piena rottura col pontefice, additato pubblicamente da lui e da altri cardinali come responsabile di tutti i mali che affliggevano la Chiesa e l’Europa. Fuggito da Roma, nell’estate del 1387 riparò col cardinale Galeotto Tarlati di Pietramala ad Avignone, dove il papa Clemente VII lo creò nuovamente cardinale col titolo di Santa Prisca. In un’Europa agitata da guerre e rivolte e divisa nella guida spirituale, P. iniziava così col nuovo referente, che l’avrebbe ricolmato di prebende in Francia e altrove, una intensa fase di collaborazione. Il passaggio dall’una all’altra obbedienza, storicamente comprensibile, peraltro, anche in ragione dell’insostenibile avventatezza e violenza di Urbano VI ma anche assai disinvolto, gli procurò velenose accuse di opportunismo. Come nunzio e plenipotenziario del papa avignonese in Italia, P. non solo si cimentò nel disbrigo di una molteplicità di negozi di natura ecclesiastica, ma dovette anche assumere iniziative politiche contro i seguaci dell’obbedienza urbaniana, esponendosi anche militarmente per guadagnare palmo a palmo alla sua causa principi e intere città. Proclamato spergiuro ed eretico da Urbano VI e braccato dagli avversari, in Italia P. continuò a trovare appoggi, fra gli altri, nel parente Francesco Novello da Carrara. Nello sforzo avventuroso di penetrare a Firenze e di conquistare Orvieto e Viterbo mostrò doti di grande intraprendenza e arditezza (si narra che non abbia esitato a calarsi da una fune giù dalle mura di Viterbo per salvarsi la vita). In progresso di tempo, il perdurare dei disastri dello scisma indusse P. ad una ulteriore scelta che avvalorò le accuse di spregiudicatezza rivoltegli da non pochi contemporanei. Defezionando da Clemente VII, nel febbraio 1391 tentò la consegna a tradimento di Viterbo alle truppe del neoeletto papa Bonifacio IX, votato dai cardinali già fedeli ad Urbano VI nel novembre dell’anno precedente. Fulminato dagli strali del vecchio pontefice cui era stato legato e assunto nel concistoro del nuovo papa, ripeté con quest’ultimo una trafila analoga alle precedenti: in cambio di un servizio politico-diplomatico, ecclesiastico e persino militare ad altissimi livelli, specie nei turbolenti domini pontifici, continuò a stare a galla e si assicurò una valanga di prebende in mezza Europa (tra cui la commenda dell’abbazia di Rosazzo e una pensione di 400 fiorini da prelevarsi sui redditi del monastero di Moggio). In veste di legato pontificio nel regno di Boemia e nelle province ecclesiastiche di Aquileia, Magonza, Colonia, Treviri, Magdeburgo, Salisburgo e Praga, negli anni seguenti strinse nuove leghe coi principi elettori a danno degli scismatici, comportandosi di fatto come “alter ego” del pontefice in tutti i territori dell’Impero. Nel 1394, di ritorno dalla sua legazione, era nuovamente a Padova, dove insieme al signore della città fondò e dotò l’accennato collegio Pratense destinato ad ospitare studenti friulani poveri. Tra il 1395 e il 1396 era ancora in Friuli, dove le maggiori comunità e il parlamento continuarono a trattarlo come una sorta di nume tutelare e dove mancò per un soffio l’elezione alla carica di patriarca. Nel 1398 giunse ad ottenere dal papa l’alto ufficio di suo vicario generale “in temporalibus” per la città di Roma e, poco dopo, la nomina da parte del re dei Romani Venceslao a suo procuratore, difensore e incaricato d’affari presso la curia romana. Riverito, potente e ricco (aveva cumulato benefici oltre che in Friuli anche a Ferrara, a Santa Croce di Sassovivo presso Foligno, a Colonia, a Fritzlar preso Magonza, a Spira, a Breslavia, a Olmütz, a Passau, a Cladrowa presso Praga, a Leibnitz e a Perchtoldsgaden presso Salisburgo, a Wells in Inghilterra, a Erlau in Ungheria; manteneva inoltre proprietà in Friuli e in deposito somme di danaro nella Camera dei imprestiti di Venezia), era ormai al culmine di una strepitosa, quantunque discussa, carriera, quando, il 4 ottobre 1399, da Roma faceva testamento. Dispose la sua sepoltura nella cappella di S. Giovanni della cattedrale di Padova, fatta appositamente costruire e finanziata con una ingente somma e assicurò una congrua rendita al collegio studentesco da lui fondato. Fece inoltre lasciti al monastero di S. Prassede di Roma, all’ospedale dei Gerosolimitani di Prata e al parente Nicoluccio da Prata. Fatto oggetto di giudizi non univoci (fu definito cardinale “tricapelli” per il suo comportamento ondivago, ma anche “savissimo uomo” e “caldissimi ingenii et ad inescandos invescandosque homines acutissimus”), anticipò per molti aspetti la figura del prelato rinascimentale: calcolatore, ambizioso e amante del fasto, ma anche splendido, munifico e sommamente abile nell’arte di trattare gli uomini.

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Bibliografia

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