SAVORGNAN ANTONIO

SAVORGNAN ANTONIO (1458 - 1512)

giurista, capitano delle cernide

Immagine del soggetto

Antonio Savorgnan in un'incisione anonima del XVIII secolo, copia di un ritratto perduto (Venezia, Biblioteca Museo Correr, Correr, 963, f. 24r).

Immagine del soggetto

L'uccisione di Antonio Savorgnan davanti alla chiesa di Villacco, incisione settecentesca anonima (Venezia, Biblioteca del Museo Correr, Correr, 963, f. 31r).

Figlio di Nicolò di Urbano – a sua volta primogenito del grande Tristano – e di Samaritana di Porcia, A. S. nacque nel 1458, quando da pochi anni la divisione tra i figli di Tristano aveva dato vita alle due discendenze dei Savorgnan del Monte e dei Savorgnan del Torre cui A. apparteneva. Mancano informazioni di un qualche rilievo sui suoi anni giovanili e sulla sua formazione che si compì con la laurea in utroque all’Università di Padova. Intorno alla metà degli anni Ottanta del secolo si affacciò alla vita pubblica, intervenendo alle adunanze del parlamento e partecipando ad alcune ambascerie della comunità udinese a Venezia e dal 1489 si può documentare il suo intervento nel consiglio della città di Udine. Tra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento crebbe la sua influenza sulla vita pubblica udinese, in particolare si accentuarono le sue iniziative di natura filopopolare. Tra il 1504 e il 1507 si pronunciò nell’arengo spingendo all’assunzione di provvedimenti che andavano in questa direzione: propose una sorveglianza sulla vendita del pane e un migliore approvvigionamento della legna; perfezionò la regolamentazione delle arti con una legge a favore dei lanaioli; pose attenzione allo sviluppo dell’istruzione, proponendo la nomina di un precettore della comunità. Tra i provvedimenti di quegli anni, appoggiati dal S., non va dimenticata la proposta di riformare gli statuti di Udine per occuparsi della quale vennero eletti nove cittadini con il titolo di “riformatori degli statuti”. La secolare preminenza politica della famiglia sulla comunità udinese risultò aumentata nel momento in cui legami di natura economica l’avevano stretta maggiormente agli elementi democratici e popolari cittadini, allargandone la base del consenso. ... leggi Sempre a partire dagli ultimi decenni del Quattrocento crebbe anche il potere di cui A. godeva nell’intera Patria del Friuli, grazie al rafforzamento del legame con Venezia che lo nominò capitano perpetuo delle cernide, ruolo che a partire dal 1487 era stato anche di suo padre Nicolò. Il compito, di natura estremamente delicata, prevedeva il controllo dei contingenti militari di uomini arruolati nelle campagne, armati e addestrati che, in tempo di guerra, avevano compiti di difesa del territorio al seguito delle genti d’arme: i Savorgnan erano dunque in condizione di indirizzare facilmente il malcontento popolare contro le maggiori famiglie della nobiltà castellana, raccolte nella fazione “strumiera” di orientamento filoimperiale e avversaria di quella “zamberlana” capeggiata dai Savorgnan, filoveneziana. All’inizio del Cinquecento dunque A. ereditò un potere familiare saldamente radicato sia nel territorio sia nella città, costruito sul consenso e con il controllo delle masse popolari urbane e rurali e, al tempo stesso, legittimato da Venezia; un potere che un nipote del S., Luigi da Porto, descriveva in questi termini: «Costui […] è di tanta possanza in quelle parti che verun signore d’Italia non è di maggiore nel suo stato; né così ha questi i propri sudditi obbedienti, come costui i friulani popolari e contadini finora ha avuto» (Lettera ad Antonio Caccialupo, 28 febbraio 1512). Nel 1508, nei primi tempi della guerra di Cambrai, A. si occupò dunque di alcuni aspetti dell’organizzazione militare in Friuli, in particolare del reclutamento, del mantenimento e delle paghe dei soldati. Tra il 1509 e il 1510, sempre a capo delle cernide, combattè partecipando a diverse operazioni militari. Per meriti militari venne investito dalla Repubblica di Venezia del territorio di Castelnuovo che insieme con il cugino Girolamo, del ramo del Monte, aveva strappato agli imperiali. Negli anni del cosidetto “bellum forojuliensium” nei quali il Friuli fu teatro dello scontro militare tra Venezia e Impero si radicalizzò sempre più la contrapposizione tra strumieri e zamberlani – non sanata dai tentativi di riconciliazione tra le parti promossi dalle autorità veneziane – così come crebbe il disagio della popolazione rurale per le difficili condizioni di vita, aggravatesi negli anni della guerra. Il 30 luglio 1509 venne incendiato da un gruppo di contadini il castello di Sterpo, feudo dei Colloredo: una parte delle cronache contemporanee ma anche della storiografia successiva attribuirono la paternità dell’episodio al S., capo indiscusso degli zamberlani e nemico degli strumieri Colloredo. L’instabilità politica del momento, gli odi tra le fazioni e il malcontento popolare sfociarono nella violenta sommossa del 27 febbraio 1511, giorno di giovedì grasso, durante i festeggiamenti che si tenevano a Udine per il carnevale e che, nonostante la guerra in corso tra Venezia e Impero, non erano stati fermati. Partita dalla città dove furono saccheggiati e incendiati i palazzi delle maggiori famiglie patrizie e uccisi alcuni esponenti di esse, la rivolta popolare si estese nei giorni successivi nelle campagne riservando lo stesso destino a molti castelli ed ai loro abitanti. Rimane una questione aperta per la storiografia la definizione della responsabilità del S. nell’episodio e negli eccidi e nelle devastazioni che qualche migliaio di contadini e popolani provocarono ai danni delle maggiori casate aristocratiche della parte avversa ai Savorgnan, animando quella che è ritenuta la rivolta popolare più rilevante dell’Italia tardo rinascimentale. Lo scoppio del tumulto popolare nelle vie di Udine, i saccheggi, i barbari assassinii di molti avversari politici e rappresentanti delle eminenti casate aristocratiche, l’espandersi della violenza nelle campagne e, nei giorni successivi, gli assalti e gli incendi a molti castelli sono stati ampiamente restituiti nel racconto delle cronache e delle storie dei contemporanei che si sono concentrate sulla sommaria condanna di A. S., attribuendogliene la completa responsabilità. La maggior parte delle cronache che trattarono l’episodio fu infatti “strumiera” cioè di parte castellana e filo-imperiale: dall’Historia della crudel zobia grassa di Gregorio Amaseo alle Cronache di Agostino Colloredo, di Giovan Battista Cergneu e di Lapro e Marcantonio Emiliani, per ricordare solo le maggiori, la letteratura coeva si impegnò nel demolire la figura del S., attribuendogli l’interessata regia dell’episodio, e nel risarcire moralmente la nobiltà feudale della strage subita. Si contrapposero in parte la cronaca di Nicolò Monticoli e quella di Antonio Belloni. Fu Pier Silverio Leicht a rinnovare la lettura dell’episodio mettendo in luce il carattere di un moto che trovava la sua ragione in più profonde radici sociali e popolari così come, negli ultimi decenni, l’interpretazione storica di questo complesso e sanguinoso avvenimento ha ricevuto sistemazione in altri studi che ne hanno arricchito la lettura nella prospettiva della faida nobiliare. Nei fatti, le settimane che seguirono l’episodio videro aggiungersi motivi di eccezionalità a quanto già era accaduto: un violento terremoto, la carestia e il diffondersi della peste decimarono la popolazione e segnarono gravemente le condizioni di vita dei sopravvissuti. In questo clima il patrizio veneziano Andrea Loredan, uno dei capi del consiglio dei Dieci, che era stato inviato in Friuli per sedare la rivolta e tentare di arginarne le eventuali ripercussioni sul piano militare e della difesa dei confini dello stato, già nel mese di marzo avviò l’inchiesta, ascoltò i testimoni, raccolse le denunce dei danneggiati, le richieste di risarcimenti e di giustizia. In seguito all’inchiesta avviata dalle magistrature veneziane e al processo che venne istituito, alcuni uomini del seguito di A. vennero ritenuti responsabili dell’eccidio, arrestati e assicurati nelle prigioni veneziane, nonostante la parte savorgnana – anche per le vie ufficiali attraverso ambasciatori inviati dal comune udinese – chiedesse di essere scagionata dalle accuse adducendo la tesi di un complotto dei castellani ai danni del S., proprio mentre gli imperiali erano alle porte. Il S. argomentò le sue posizioni in un lungo memoriale difensivo e venne scagionato da ogni responsabilità nel processo che si chiuse il 30 maggio con una sentenza di assoluzione. Continuò a mantenere infatti nei mesi seguenti il comando delle cernide nella Patria, anche se un concorso di cause tra cui la sempre più pressante minaccia dei nemici, l’incrinarsi inevitabile dei rapporti con Venezia, in un quadro dei rapporti tra Dominante e territorio friulano irrimediabilmente mutato, e le lusinghe dell’imperatore Massimiliano in una fase in cui l’esito della guerra sembrava favorirlo, lo spinsero il 9 settembre di quell’anno a passare dalla parte degli imperiali, ponendo gli interessi della sua casata sotto la protezione degli Asburgo. Nel corso dello stesso mese la Serenissima lo condannò per tradimento, ponendo sulla sua testa una taglia di 5000 ducati e decretando la confisca di tutti i suoi beni. Nonostante si fosse rifugiato con alcuni uomini del suo seguito nella vicina Carinzia, la sua popolarità nella Patria del Friuli rimase ancora salda e testimoniata dalla richiesta di grazia che la comunità udinese portò nell’ottobre davanti al consiglio dei Dieci. Morì il 27 maggio 1512 a Villacco assassinato per mano di alcuni castellani friulani tra cui Gian Enrico Spilimbergo, Girolamo di Colloredo e Gian Giorgio di Zoppola che, muniti di salvacondotto e con la promessa di essere liberati da un bando che pendeva su di loro, gli tesero un agguato sul sagrato del duomo della città carinziana: «ne fu da quel loco levato – scrive con tono di compiacimento Giovanni Battista Cergneu – che per divina permissione fu per un porco bevuto il suo sangue, e le cervella da uno cane magnate». A. S., che non si era mai sposato, ebbe due figli naturali: Paolo e Nicolò. A quest’ultimo, che era rimasto con servitori e famigli a Villacco, venne riservata qualche anno più tardi, nel 1518, la stessa sorte del padre, raggiunto da sicari che alcuni castellani friulani avevano assoldato. L’uccisione del figlio naturale del famigerato A. per mandato di Nicolò Colloredo e dei suoi seguaci non sarebbe stato tuttavia l’atto conclusivo di quella sequenza di episodi criminali che costellarono la faida tra zamberlani e strumieri, né la resa dei conti definitiva nei confronti della discendenza di Antonio. La faida proseguì fino alla metà del secolo con scontri tra le parti, agguati, aggressioni, omicidi e comunque rimase aperto ancora fino al 1530 il problema del risarcimento dei castellani danneggiati dalla rivolta del 1511. In quell’anno la Repubblica che aveva attribuito tutti i beni confiscati al S. al cugino Girolamo del ramo del Monte, ne reintegrò nel possesso Francesco e Bernardino, nipoti di A. e figli di suo fratello Giovanni, che all’epoca dell’episodio erano stati ugualmente banditi come ribelli e che in seguito avevano potuto dimostrare la loro innocenza. Stabilì anche che sia i discendenti di A. sia quelli di Giovanni, morto nel 1529, dovessero nell’arco di quindici anni versare ai castellani la somma di 30.000 ducati.

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Bibliografia

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