SCALA ANDREA

SCALA ANDREA (1820 - 1892)

architetto

Immagine del soggetto

L'architetto Andrea Scala (Udine, Biblioteca civica, Album fotografici).

Immagine del soggetto

Progetto di Andrea Scala per il duomo di Mortegliano in una fotografia di Giuseppe Malignani, 1858.

Architetto, saggista e teorico di statura nazionale, nacque a Udine il 15 marzo 1820 da Giovanni Battista, facoltoso commerciante originario di Cividale del Friuli, e Anna Morelli. Nel 1829 si iscrisse al Ginnasio ed imperial regio Liceo udinese, il cui iter didattico, aperto al tempo all’insegnamento delle discipline tecnico-scientifiche, assunse un ruolo determinante nella formazione di S. Non solo la passione per il mondo antico, ma la stessa propensione per le scienze applicate e l’architettura, ritrovarono infatti i propri referenti ideativi nell’esperienza ginnasio-liceale e, nello specifico, nella figura di Giovambattista Bassi, matematico e architetto, docente di matematica, fisica e meccanica nel biennio liceale. Conclusi gli studi nel 1839, S. si iscrisse al corso triennale degli studi matematici per gli ingegneri architetti presso la Facoltà di matematica e fisica dell’Università di Padova, ove acquisì competenze nel campo delle costruzioni civili e rurali, alle quali avrebbe dedicato due importanti Compendi. Laureatosi a pieni voti nel 1842, seguì il corso biennale di perfezionamento per architetti e ingegneri presso l’Accademia di belle arti di Venezia, che allora abilitava all’esercizio della professione di architetto. Dell’esperienza accademica fece propria la sollecitazione del docente di estetica, Antonio Diedo, a coniugare i principi vitruviani con i fondamenti statici e compositivi dell’architettura. Terminato il corso di perfezionamento, nel 1845 vinse il concorso per l’alunnato triennale a Roma riservato ai migliori allievi dell’Accademia. La conoscenza, in presa diretta, non solo dell’architettura classica, ma anche delle testimonianze medievali, rinascimentali e barocche, favorì un’autentica apertura verso lo storicismo che, così come maturato in questi anni, avrebbe supportato S. nella ricerca linguistica condotta in seno all’eclettismo. ... leggi Rientrato in patria nei primi anni Cinquanta, dopo aver preso parte in Lombardia ai moti risorgimentali del 1848, S. avviò una intensa attività professionale che lo vide presente con continuità in Friuli sino alla soglia dell’unità d’Italia. Le competenze nel campo delle costruzioni rurali e civili, agilmente estese all’ambito della progettazione della casa padronale e della villa di campagna, gli valsero i primi incarichi professionali, grazie anche all’appoggio della Società agraria friulana. Alla progettazione delle case padronali Bertuzzi a Modeano, Tomadoni a Cormons, Pecile a Fagagna, Rieppi a San Daniele, Scrinzi a Trieste associò la realizzazione delle ville di campagna Giacomelli a Pradamano (1851), Caiselli a Percoto (1853) e, in seguito, villa Tellini a Buttrio (1862-1869), ove sperimentò neolombardo e neogotico. Nell’ambito della revisione critica del giardino paesistico, tematizzata in un saggio del 1872, progettò i giardini di palazzo del Torso a Udine (1851), villa Caiselli sopraddetta Rubini a Trivignano, Prandi a Trieste nonché, in ambito pubblico, il giardino di Castelfranco Veneto. Passando al contesto urbano, affrontò il tema della “casa condominiale” approdando a soluzioni tipologiche innovative in casa Braidotti (1853) e Aghina a Udine, Michieli ad Aquileia. Con grande versatilità si dedicò alla progettazione di ambito sacro, sperimentando con accezioni diverse il neolombardo nel duomo di Mortegliano (1858), negli interni delle chiese di Fauglis (1851), Pozzuolo (1853) e Castions (1856); negli altari realizzati per le parrocchiali di Castions, Codroipo, Chiusaforte e Venzone, nella chiesa del Redentore a Udine (1853) e, successivamente, nel tempietto Gasperi a Latisana (1864). Scelse invece il neogotico per la parrocchiale di Rizzolo (1855), richiamato in formule più mature nella cappella Rossetti a Latisana (1864). A partire dalla metà degli anni Sessanta, S. fu proiettato sulla scena nazionale, ove prese parte alle vicende salienti dell’architettura postunitaria. Lo attendevano la guida della sezione italiana di architettura all’Esposizione di Parigi del 1867 e la partecipazione al giurì artistico per il progetto della facciata di S. Maria del Fiore a Firenze; successivamente, la nomina nelle commissioni reali per la costruzione del palazzo di Giustizia e del monumento a Vittorio Emanuele a Roma; la presenza nelle commissioni giudicatrici il restauro del fondaco dei Turchi a Venezia, i progetti del cimitero monumentale di Milano e di quello municipale di Padova; la partecipazione ai giurì per il progetto del palazzo delle Esposizioni delle belle arti a Roma, la guida all’Esposizione artistica di Torino del 1880. Agli incarichi istituzionali inerenti la promozione delle grandi opere pubbliche, S. affiancò l’esperienza progettuale, mai disgiunta dalla riflessione teorica e dall’impegno divulgativo. Nell’ambito dei programmi postunitari, spaziò dall’ambientazione urbanistica dei monumenti a Cavour a Torino, a Dante a Firenze, a Pio IX a Roma, all’ideazione del cimitero monumentale di Padova, delle carceri cellulari di Genova e criminali di Udine, del municipio di Bastia nonché di una galleria vetrata per la città di Firenze. Si confrontò altresì con le problematiche del restauro architettonico, proponendo un progetto per il completamento della facciata di S. Maria del Fiore a Firenze (1864), corredato di un saggio, e realizzando il ripristino della loggia del Lionello a Udine (1876), esperienza esemplare nella storia del restauro friulano. Ma il settore congeniale all’architetto, lo stesso che lo rese noto all’epoca in Italia e all’estero, è stata la progettazione teatrale. Incline sul fronte linguistico al neolombardo, S. mirò a correggere «i difetti del teatro moderno», come titola il saggio del 1861, intervenendo non solo su acustica, illuminazione e conformazione della sala (ellissoidale), ma anche sull’assetto distributivo del tradizionale impianto a palchetti del teatro all’italiana. Tra i progetti attuati, concernenti realizzazioni ex novo e restauri, si ricordano: il Teatro Sociale di Udine (1852); il Teatro di Società Goldoni, già Armonia a Trieste (1855); il cinema-teatro Verdi, già Sociale già Bandeu a Gorizia (1857); l’Accademia musicale a Conegliano (1859); il Teatro Sociale di Spilimbergo (1860-1870); il teatro Verdi a Pisa (1864); il teatro Salvini, già Alle Logge a Firenze (1866); il Teatro comunale, già Sociale, già Onigo a Treviso (1968); il teatro Khedivial al Cairo, Egitto (1867); il teatro Cagnoni a Vigevano (1870); il teatro Manzoni a Milano, già della Commedia (1870); il Teatro dell’Opera a Bastia (1872); il teatro Bellini di Catania (1870); il teatro Rossini, già Benedetto a Venezia (1872); il teatro Coccia a Novara (1881). Molti sono i progetti (ex novo e restauri) non sicuramente databili, tra questi: il Teatro Sociale a Ceneda; il Teatro Grande a Brescia; il Teatro dell’Opera di Galatz (Romania); il teatro Massimo a Palermo; il teatro Politeama e il teatro Massimo a Roma; il Teatro Nuovo a Verona; il Teatro Sociale a Capodistria; il teatro Verdi, già Nuovo, già della Nobiltà e il teatro Mauroner a Trieste. Morì a Udine nel 1892.

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Bibliografia

A. SCALA, Difetti del teatro moderno e modo di evitarli, Milano, Salvi e comp., 1861; ID., Compendio delle costruzioni rurali più usitate, Udine, Trombetti-Murero, 1864; ID., Relazione per la facciata del Duomo di Firenze, Firenze, Barbera, 1864; ID., Il Palazzo Comunale di Udine relazione storico illustrata, Milano, Fratelli Richiedei, 1868; ID., Compendio delle costruzioni rurali più usitate, del giardinaggio e dell’agricoltura, Milano, Fratelli Richiedei, 1872 (18782); ID., Compendio delle costruzioni civili o case in città comode […], Milano, Fratelli Richiedei, 1879.

G. BUCCO, Il Duomo di Mortegliano e l’opera di Andrea Scala, Ingegnere Architetto, in Mortean, 343-360; M.I. ALIVERTI, Andrea Scala architetto dei teatri, in Il restauro del teatro Verdi di Pisa, a cura di M. CARMASSI, Pisa, Pacini, 1993, 198-211; A. BIASI, Andrea Scala e il “nuovo modo di costruzione”, in Tra Venezia e Vienna, 103-111.

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