SIGHARDINGER (DI) SIGEARDO

SIGHARDINGER (DI) SIGEARDO (? - 1077)

patriarca di Aquileia

Patriarca di Aquileia dal 1068 al 1077. Apparteneva ad una delle famiglie più importanti dell’alta nobiltà bavarese, quella dei Sigardinghi, e portava un nome che caratterizzò per secoli tale casata. La sua famiglia era di origine franca, tuttavia dalla fine del IX secolo aveva attestato la sua autorità, acquisendo una serie di possedimenti, soprattutto nel vasto territorio di Salisburgo, dove i suoi membri, fra il 1035 e il 1218, ricoprirono anche la carica di avvocati ereditari della Chiesa salisburghese. Per due secoli, i Sigardinghi furono conti di Chiemgau, successivamente di Salisburgo, di Pongau, di Pinzgau, nonché in territori nelle Valli dell’Inn, dell’Isarco e nella Val Pusteria. Dalla seconda metà dell’XI secolo alcuni membri (rami) della famiglia presero il nome dai relativi castelli. Ne derivarono i rami dei conti di Tengling, di Burghausen, di Schala, di Mörle, di Kleeberg e di Peilstein. La casata aveva inoltre possedimenti in Carinzia e nel margraviato d’Austria e si estinse poi per linea maschile nel 1218 con la morte del conte Friderico VI (IX) di Peilstein. Il patriarca di Aquileia S., citato nelle fonti anche come Syrius, era figlio di Sigeardo IV (Sizo), conte di Pongau, e di Pilihilde, discendente di un’altrettanto importante famiglia dell’alta nobiltà bavarese, quella degli Andechs. Viene menzionato per la prima volta nel 1048, cioè dopo la morte del padre che, nel 1044, era caduto nella battaglia di Menfö, presso il fiume Rába, durante la spedizione militare di re Enrico III contro gli Ungheresi. Allora, nel 1048, Enrico III, con il consenso della vedova Pilihilde e dei due figli S. e Friderico, donò alla Chiesa di Salisburgo una vasta selva ad est del fiume Traun. Il fatto che in quel documento S. venisse indicato prima del fratello maggiore Friderico fa pensare che a quel tempo egli fosse già stato consacrato sacerdote. ... leggi Si può supporre inoltre che la sua posizione di sacerdote, nonché la lealtà dei Sigardinghi nei confronti della dinastia salica (il padre di Sigeardo era morto al servizio di Enrico III) gli avessero aperto le porte della cappella di corte del re e di conseguenza gli avessero consentito di entrare a far parte della cerchia di persone vicine al sovrano. Il successore Enrico IV lo nominò cancelliere, incarico che gli permise di guidare effettivamente la cancelleria reale. Le fonti attestano che S. ricoprì tale importante ruolo dal 24 febbraio 1064 fino all’agosto 1067, quando Enrico IV, dopo la morte del patriarca Rabenger († 18 febbraio 1068), lo nominò patriarca di Aquileia. La sua nomina avvenne secondo la tradizione della “chiesa di stato ottonico-salica”, quando il sovrano, alla vigilia della lotta per le investiture, poteva ancora vantare il diritto di nominare i vescovi che, nella maggior parte dei casi, reclutava direttamente dalla sua cappella di corte e che rappresentavano una della colonne portanti della sua autorità. S. entrò in carica probabilmente già nell’aprile 1068, ma dell’attività dei suoi primi anni di patriarcato si hanno solo poche informazioni. Nell’estate 1072, assistito dall’arcivescovo di Salisburgo Ghepardo e dal vescovo di Concordia Dietvino, consacrò a Michaelbeuern (a nord di Salisburgo) la chiesa conventuale di S. Michele che faceva parte del neocostituito convento benedettino “di famiglia” dei Sigardinghi. In quell’occasione S., con il consenso della madre Pilihilde, donò al convento tutti i possedimenti ereditari che aveva a Michaelbeuern. Alla cerimonia di consacrazione del nuovo convento, che fu evidentemente un evento sociale e politico di grande risonanza, partecipò tutta una schiera di personalità appartenenti all’alta nobiltà che governava allora l’area alpino-adriatica tra cui, per menzionarne solo alcuni, figuravano: Sigeardo, il nipote del patriarca nominato successivamente come conte di Tengling e avvocato di Michaelbeuern, il margravio Leopoldo (II d’Austria), il conte del Friuli Ludovico, l’avvocato della Chiesa aquileiese Marquardo IV di Eppenstein con il figlio suo omonimo, il conte Cacellino (Kadaloch), membro della famiglia degli Ariboni e fondatore del convento benedettino di Moggio, nel Canal del Ferro, nonché Mainardo III (Albus), conte del Lurn superiore vicino a Lienz, il cui figlio Mainardo, nato dal matrimonio con Diemuta di Spanheim, fu il capostipite della casata dei conti di Gorizia. Vi presero parte inoltre Bernardo, figlio del conte Ottone di Scheyern-Wittelsbach, il conte Guglielmo che, primo della sua stirpe, avrebbe successivamente preso il nome da Heunburg in Carinzia, e il conte Rapoto IV di Cham in Baviera, discendente della famiglia Vohburg nonché avvocato del convento di S. Emmerammo a Ratisbona, che aveva a sud, nella Carniola, un vasto possedimento nei dintorni di Lubiana. Pressappoco nello stesso periodo, S. consacrò badessa dell’importante convento femminile benedettino di S. Maria ad Aquileia la sorella Fredegonda e, per la sua anima, donò al convento i tre paesi friulani di Zompicchia, Pantianicco e Beano, vicino a Codroipo. Egli disponeva poi di ulteriori possedimenti in altre zone del Friuli, tra cui il paese di Rive che, non si sa con esattezza in quale periodo, donò al capitolo della sua chiesa insieme alle rendite e ai relativi diritti di amministrazione della giustizia; possedeva inoltre dieci poderi presso Flaibano e il diritto alle decime in Carnia, a Lauco, a Prences (Preone?) e a Mione. I suoi rapporti con i monaci del convento benedettino di Sesto non dovevano essere molto buoni: egli infatti, secondo l’usanza del convento, avrebbe fatto rinchiudere in prigione il suo abate e lasciandovelo morire probabilmente perché questi, in occasione di una controversia con il patriarca, aveva cercato giustizia presso l’imperatore. Il 15 giugno 1074 il patriarca S., affiancato dal suo avvocato Marquardo IV di Eppenstein, concluse ad Aquileia un accordo con il vescovo di Frisinga Ellenardo, con lo scopo di regolare alcune questioni di natura amministrativa che interessavano il territorio della Carniola. La prima riguardava la questione delle decime dei possedimenti terrieri di Frisinga che, secondo l’amministrazione ecclesiastica, spettavano ad Aquileia; la seconda questione riguardava invece la nomina dei sacerdoti delle varie parrocchie presenti nel territorio di Frisinga, nonché la costruzione di alcune chiese. Questo accordo, conservato in originale, rientra nella tradizione di un altro accordo di natura simile che il patriarca Rabenger, predecessore di S., e Altuino, vescovo di Bressanone, avevano stipulato tra il 1063 e il 1068 a Tolmino per regolamentare, allo stesso modo, la questione delle decime dei possedimenti che Bressanone aveva all’interno della diocesi aquileiese. S. si adoperò quindi per tutelare e, se possibile, per ampliare i diritti della sua Chiesa, attuando diverse mosse strategiche: nel 1074, per esempio, concluse con Giovanni, vescovo di Ceneda, un accordo secondo cui questi riconosceva i diritti del patriarca su alcune parrocchie e luoghi situati all’interno della diocesi di Ceneda. All’inizio del 1074 è inoltre documentata una lettera con cui il papa riformista Gregorio VII esprimeva l’intenzione di convocare, durante il periodo di quaresima del medesimo anno, un sinodo straordinario di natura riformista, al quale era invitato a partecipare anche S. Come si evince dal mandato papale della primavera del 1075, S. non prese parte al sinodo, in cui si metteva sotto processo la simonia, e Gregorio VII ordinò allora al patriarca di Aquileia di agire con decisione, nella sua diocesi, contro i simoniaci. Fra le questioni urgenti che premevano alla Chiesa riformata, quella riguardante la simonia era strettamente legata al problema delle investiture (laiche dei vescovi) che sarebbe molto presto culminato in un conflitto epocale fra Impero e papato. La lotta per le investiture si scatenò nel 1075, quando il re Enrico IV nominò arcivescovo di Milano il cappellano reale Tedaldo e venne perciò scomunicato da papa Gregorio VII durante il sinodo quaresimale del 14 febbraio 1076. Il patriarca di Aquileia S., a dispetto della tradizione politica della sua famiglia, strettamente legata alla dinastia salica, e della sua lealtà verso il sovrano e contrariamente a quanto fece la maggioranza degli episcopati tedeschi, si schierò dalla parte di Gregorio VII. In qualità di legato pontificio prese parte alla dieta dei principi tedeschi, che si riunì a Tribur nell’ottobre 1076, in cui questi decisero che si sarebbero rifiutati di riconoscere Enrico IV come loro re se egli, entro il febbraio dell’anno successivo, non si fosse riconciliato con il papa, ottenendo la revoca della scomunica. A ciò seguì quindi la drammatica spedizione di Enrico IV in Italia, dove egli, alla fine di gennaio 1077, ottenne a Canossa la revoca della scomunica, ribaltando quindi la situazione. Il sovrano riuscì non solo a sopravvivere politicamente, ma anche a portare dalla sua parte il patriarca aquileiese S. che, nella primavera dello stesso anno, accompagnò Enrico IV nel suo viaggio di ritorno in Germania. Molto probabilmente all’inizio di aprile del 1077, S. ricevette a Pavia un privilegio di Enrico IV con il quale il re, per ringraziarlo del suo “leale servigio”, donava a lui e alla Chiesa aquileiese la contea del Friuli (“comitatus Fori Iulii)”, assieme al relativo feudo (“beneficium quod Ludovicus comes habebat”), alle regalie (“regalia”), ai diritti e alle rendite della contea (“ducatus”). La donazione della contea del Friuli non solo fu il compenso che S. aveva ricevuto per essere tornato nuovamente al fianco del re, ma significò anche la conclusione di un lungo processo di ridefinizione della posizione di autorità della Chiesa aquileiese in Friuli che era stato avviato e agevolato da una serie di documenti emessi dal sovrano, a partire da Carlo Magno in poi. La Chiesa aquileiese, grazie agli atti di donazione e ai privilegi reali, rappresentava allora il maggiore proprietario terriero del Friuli, godendo inoltre di diritti di immunità e di altro genere; tutte le sue proprietà inoltre, secondo la sentenza pronunciata nel 1027 dall’imperatore Corrado II a Verona, erano state totalmente sottratte all’autorità del duca della Carinzia che, in quel territorio, rappresentava l’autorità statale. Nonostante ciò, la donazione del Friuli dell’anno 1077 significava anche che la Chiesa aquileiese e quindi il suo patriarca godevano ora dei diritti di conte e di autorità (soprattutto di tipo giudiziario, militare e fiscale) sui possedimenti degli altri proprietari terrieri del Friuli. La donazione del 1077 fu quindi di importanza cruciale per l’affermazione del potere dei patriarchi di Aquileia in Friuli e quindi per la costituzione del Friuli come stato dei patriarchi di Aquileia, la cosiddetta “Patria”. Dopo la donazione del Friuli, S. accompagnò Enrico IV nel suo viaggio di ritorno in Germania. Il re, dopo aver attraversato il territorio della diocesi di Aquileia, dove, il 16 aprile 1077 festeggiò la pasqua assieme a S., poi quello della Carinzia, che in quel periodo donò al suo fedele seguace Liutoldo di Eppenstein, giunse nel mese di maggio a Ratisbona in Baviera. Lì convocò un’assemblea alla quale parteciparono, oltre a S., i principi della Baviera, della Carinzia e della Boemia. Sempre accompagnato dal patriarca, proseguì il viaggio verso Ulma dove alla fine di maggio del 1077, riunito il Reichstag, fece condannare per alto tradimento il duca svevo Rodolfo di Rheinfelden, reo di essersi schierato contro il sovrano, e i suoi seguaci. In questo processo S. ebbe un ruolo importante. Dopodiché Enrico IV proseguì il viaggio verso Norimberga dove, l’11 giugno, concesse altri due importantissimi privilegi alla Chiesa aquileiese e al suo patriarca. Analogamente a quanto era accaduto con il Friuli, donò al patriarca e alla Chiesa aquileiese anche la contea dell’Istria (“comitatus Histria”) e il margraviato della Carniola (“marcha Carniola”). Nelle mani di Sigeardo si riunirono quindi le tre contee che, ad oriente, controllavano tutte le vie d’accesso all’Italia; la loro unione formava un unico vasto territorio che ricordava molto la grande marca friulana carolingia dell’inizio del IX secolo. S. tuttavia non riuscì a godere molto a lungo questo successo. Il 12 agosto 1077 infatti, durante il viaggio di ritorno dalla Germania, morì improvvisamente nei pressi di Ratisbona. La sua salma fu trasportata ad Aquileia dove fu tumulata nel duomo, vicino al Santo Sepolcro. La data della sua morte è registrata nei necrologi di Aquileia, di Rosazzo, di Salisburgo, di Frisinga e in quello del convento di famiglia di Michaelbeuern. Come successore di S., Enrico IV nominò patriarca di Aquileia il suo cappellano, nonché canonico di Augusta, Enrico.

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Bibliografia

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