SIMEONI GEREMIA

SIMEONI GEREMIA (1400 - 1475)

medico

Immagine del soggetto

Pagina iniziale del "Consilium ad convalescentes" di Geremia Simeoni (San Daniele, Biblioteca guarneriana, 43, f. 92r).

Nacque a Raspano, in comune di Cassacco, nei primi anni del Quattrocento. La famiglia era forse originaria di Cividale, il nonno Iacopo detto «fradel» veniva di là. Il padre, Simeone, si era laureato in arti a Padova nel 1410, avendo come correlatori illustri studiosi, quali Galeazzo Santa Sofia e Iacopo della Torre. L’anno dopo si laureò anche in medicina e nel 1420 pare che si sia persino iscritto alla facoltà di medicina dell’Università di Vienna, senza tuttavia proseguire gli studi. G. seguì le orme del padre: dopo una prima formazione, probabilmente in casa e poi a Tricesimo, studiò medicina a Padova, laureandosi il 30 aprile 1439, anche lui sotto la guida di valenti maestri, quali Bartolomeo di Santa Sofia, fratello di Galeazzo, il correlatore della tesi del padre, Antonio Cermisone, Bartolomeo da Montagna, Stefano de’ Dottori e Sigismondo Pollastri. Alla cerimonia di conferimento della laurea era presente anche il padre, quasi a testimoniare la conclusione di un ciclo formativo cui anch’egli, con ambizione, aveva partecipato. Dopo la laurea e il rientro in Friuli, G. è documentato in un primo tempo nella condotta di Cividale, ma già nel 1441, il 9 dicembre, venne assunto come “physicus” nella città di Udine, con stipendio annuale di 50 ducati d’oro, mentre a un certo Bartolomeo di Spilimbergo veniva conferito l’incarico di “ciroicus”, ossia di chirurgo, con il compenso di 40 ducati. Come Ippocrate insegnava, il medico non doveva percepire compensi dai pazienti in quanto stipendiato dal comune e non doveva, senza il permesso delle autorità, uscire dalla città per curare eventualmente altri malati che non ne avevano il diritto. L’operato di G. dovette essere apprezzato se nel luglio del 1444 ottenne dal Maggior consiglio udinese il premio di 25 lire «pro famoso viro domino magistro Ieremia» e il 29 aprile 1445 venne riconfermato nella condotta. ... leggi Nel 1447, però, lo stesso Maggior consiglio sollevò G. dal suo incarico in quanto, in occasione di un’epidemia di peste, si era rifiutato di visitare alcune persone che erano state contagiate, rifugiandosi a Spilimbergo, città che non era stata toccata dall’epidemia. Bisogna ricordare che il medico, ciò facendo, esercitava un suo diritto che lo obbligava a visitare tutti gli ammalati della città, recandosi nelle loro abitazioni, esclusi però gli appestati. Nel 1450 G. venne richiamato a ricoprire l’incarico di medico a Udine. Accettò, ma in questo caso il contratto, pur prevedendo anche la cura dei malati di peste, non lo obbligava a recarsi personalmente nelle loro abitazioni, mentre, saggiamente, stabiliva che il medico non doveva avere alcun interesse comune con «l’apothecario seu spetiario publico» ossia con il farmacista. Con la considerazione e la fama crebbe anche lo stipendio che nel 1456 ammontava alla bella somma di lire 1000 annue. Gli ultimi documenti che si riferiscono al S. come medico a Udine sono del 1457, ma, da alcune lettere di Lodovico Foscarini a Guarnerio d’Artegna, si deduce che il medico si trovava ancora a Udine almeno fino al 1464. Sappiamo poi che morì, verosimilmente nel 1475, a Portogruaro dove risulta iscritto fra i cittadini nobili della città. Venne sepolto nella chiesa di S. Cristoforo retta dall’ordine dei Crociferi di Venezia ora chiesa di S. Luigi. Di G. S. ci restano alcune opere di medicina: De conservanda sanitate; De fructuum herbarumque proprietatibus; Consilium ad convalescentes; Consilium ad ducem Albertum; Principium pestis; Regimen ad pestilentiam, tutte tramandate dai testimoni unici Guarmeriani 43 e 44. Quest’ultimo scritto, nel Guarneriano 43 tra i f. 137r e 146v, reca la sottoscrizione: «Completum et sic compillatum est opusculum hoc per me Ieremiam, artium et medicine doctorem, Spegnimbergi, ubi pestem aufugi, anno Domini 1446 die 17 novembris». La ragione di questa fortunata circostanza, ossia che solo a San Daniele siano rimaste tali opere, sta forse nel rapporto di amicizia che legava il medico udinese all’umanista bibliofilo Guarnerio d’Artegna, che intorno alla metà del Quattrocento andava costituendo a San Daniele una pregevole biblioteca, giunta pressoché intatta fino a noi. Guarnerio, che dal 1446 al 1454 era stato vicario patriarcale e dal 1455 pievano di San Daniele, entrò in contatto con il patrizio veneziano Lodovico Foscarini, luogotenente del Friuli tra il 1461 e il 1462, uomo politico, ma anche umanista di grandi meriti, interessato alla Biblioteca di San Daniele dove trovava, lontano da Venezia, il modo di recuperare «intermissa studia» grazie alla ricca scelta di letture, soprattutto di opere storiche. Tra i tanti meriti il Foscarini nascondeva però un difetto: era un ipocondriaco e non si sentiva sicuro senza la presenza costante e il consiglio di un medico, il nostro G. nella fattispecie, il quale così rafforzava i suoi rapporti con Guarnerio che probabilmente già conosceva fin dal 1446. Ora, nell’epistolario inedito del patrizio veneziano, conservato nel manoscritto 441 della Nationalbibliothek di Vienna, e precisamente nel gruppo di lettere rivolte a Guarnerio, è più volte citato il S. Nella lettera proemiale dell’intero epistolario, spedita da Roma il primo febbraio 1464, si descrive una ambasceria del Foscarini presso papa Pio II, nel quadro delle trattative per costituire una lega contro i Turchi e promuovere una nuova crociata. Alla fine della lettera, con le consuete espressioni di saluto, un cenno ironico al comune amico medico: «[…] Vale et has litteras Hieremie nostro phisico saluberrimo communes facies, quando ipsum otiosum et a dignissimarum matronarum cura, cui tantopere incumbit, liberum esse cognosces […]». Guarnerio rispondeva dicendo che l’aveva fatta leggere, la lettera, a G. e anzi aveva faticato a farsela restituire, tanto egli la voleva mostrare a tutti e poi, circa le matrone, voleva aggiungere qualche aneddoto «iocandi gratia», ma si tratteneva per rispetto verso il dolore del Foscarini che aveva appena perso il padre. Da un’altra lettera, databile al 1461, sappiamo qualcosa di più sul carattere e la formazione culturale di G. Il Foscarini, come si è detto, si faceva prestare manoscritti da Guarnerio, soprattutto di storici greci in traduzione latina. G. critica queste letture di autori pagani, ma lo fa superando un po’ i limiti della correttezza: «Quos omnes [i pagani] ilico restituemus ut eis christianos substituas. Aliter enim Ieremiam ferre non valeo». Il medico critica i testi, tenta interpretazioni bizzarre e alla fine, siccome alla presenza del luogotenente non si è potuto sfogare, «[…] urbe volitat, apprehendit euntes, operas audientium conducit, in circulis clamat, in plateis detestatur quecumque ex tuis suavissimis fontibus oriuntur […] sed, quod minus ferendum est, inter aromatarios de te [Guarnerio] gloriatur […]». Tenendo conto del contesto giocoso risulta tuttavia un personaggio intransigente, un po’ fuori tempo sulla polemica scrittori pagani-cristiani, ma con le doti di un simpatico e fedele amico. Ancora da un’altra lettera risulta quanto il Foscarini tenesse conto dei pareri espressi da G. Il luogotenente progettava una sua visita, insieme ad alcuni amici, alla Biblioteca di San Daniele. Si era stabilito tempo e luogo, ma G. intervenne sostenendo che la luna, il sole e le stelle non erano favorevoli e la visita non si doveva fare. Aveva dunque G. anche nozioni di astrologia, ma questo non stupisce in quel secolo di recupero della filosofia platonica. Dati più interessanti si possono invece ricavare dalla lettura delle sue opere per buona parte, anche recentemente, edite: la fonte principale delle nozioni mediche è Avicenna, spesso in trascrizioni integrali, sulla base della teoria umorale secondo la quale la salute dell’uomo sta nell’equilibrio fra il caldo e il freddo, il secco e l’umido, per cui il prevalere dell’uno si cura con il suo contrario; così, per esempio, la cannella, calda e secca, giova al fegato che è freddo e umido, mentre la lattuga, fredda e umida, estingue nello stomaco la bile rossa che è calda e secca. Le opere del S. rappresentano tuttavia una preziosa testimonianza sull’arte medica nel Quattrocento, fondata sulle antiche autorità, ma attualizzata in casi concreti, come si conviene a un medico in ogni tempo.

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Bibliografia

LIRUTI, Notizie delle vite, I, 369-371; SOMEDA DE MARCO P., Medici, 35-36; P. UIBLEIN, Bezieungen der Wiener Medizin zur Universitat Padua im Mittelalter, «Römische historische Mitteilungen», 23 (1981), 271-301; Geremia Simeoni, “De conservanda sanitate”. I consigli di un medico del Quattrocento, a cura di M. D’ANGELO, Udine/Cassacco, Libraria, 1993; A. VIDON, Geremia Simeoni. Un medico umanista friulano, ivi, 3-14; M. D’ANGELO, Geremia Simeoni e Guarnerio d’Artegna. La storia di un’amicizia, ivi, 15-24; A. CUNA, De conservanda sanitate, De fructuum herbarumque proprietatibus. Criteri per una interpretazione, ivi, 25-35; SCALON, Produzione, 487, no380.

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