SPILIMBERGO (DI) ADRIANO

SPILIMBERGO (DI) ADRIANO (1511 - 1541)

umanista

Immagine del soggetto

Stemma della famiglia Spilimbergo nel graduale n. 3 dell'Archivio parrocchiale spilimberghese.

A. della casa di Spilimbergo e Zuccola del ramo di sotto o d’Enrico detto dei Lepidi o di Solimbergo, nacque a Spilimbergo presumibilmente nel 1511 da Ercole e da Susanna di Valvasone. Il padre va identificato con Hercules Albiflorius, autore di una vita latina di san Rocco che fu stampata a Venezia attorno al 1492. Aveva un fratello, Roberto, autore di una brillante cronaca. Dai documenti d’archivio sappiamo che il 22-23 dicembre 1511 i due fratelli ottennero dal luogotenente veneto di Udine l’investitura feudale dei castelli di Spilimbergo, Sequals, Solimbergo e Trusso con i villaggi ad essi soggetti, succedendo al padre appena defunto. Non abbiamo notizie certe sull’infanzia e sulla formazione di A., ma sappiamo che nel 1530 insieme con il fratello acquistò un’abitazione a Padova da Rinaldo Prosdocimi e verosimilmente egli studiò in quella città. Il 16 giugno 1534 i due fratelli chiesero al vescovo di Concordia l’investitura di una parte del castello di Solimbergo, del villaggio di Sequals e di altre località e terreni «sicut et quemadmodum investiti fuerunt sui antecessores». Il 5 luglio 1535 a Venezia, A. sposò Giulia Da Ponte figlia del patrizio veneziano Gian Paolo. Giulia ebbe una dote di 2000 ducati e compare d’anello della sposa fu il senatore Niccolò Zeno. I due ebbero tre figlie: Emilia nata nel 1536, la famosa Irene nata il 17 ottobre 1538 e Isabella nata il 29 giugno 1541. L’autore della biografia di Irene, ricorda nel 1561 A. in questo modo: «gentilhuomo letteratissimo così nella lingua come nelle scienze; il quale negli studi di theologia, delle morali et delle mathematiche passò molto avanti. ... leggi Possedeva la lingua ebrea, la greca e la latina et dimorando in Venetia si tratteneva co’ maggiori letterati della città; et per dire brevemente quanto basti di lui, il carissimo m. Nicolò Zeno, senatore di straordinaria virtù della nostra Repubblica, suol dire molto spesso che egli riconosce dalla familiarità che hebbe col signor Adriano, tutto l’acquisto delle lettere che egli sente haver fatto». A. era senza dubbio un intellettuale: egli aveva interessi teologici, ma anche scientifici e letterari e aveva una buona conoscenza delle lingue classiche. Il fratello Roberto nella sua Cronaca ci fa sapere che: «per carnevale del 1530 fu accordato in Spilimbergo per alcuni de li consorti pifferi cinque e questi furino li primi che mai più fusse sentiti, né visti in la Patria sonar a cinque […] e fu recitato una bellissima commedia sotto la loggia, tradotta de Plauto per Adrian mio fratello». Anche questo passo testimonia la buona conoscenza della lingua latina e il suo interesse per il teatro. I molteplici interessi culturali sono testimoniati anche dalla sua ricca biblioteca, oltre duecento titoli, che conosciamo dall’inventario redatto dal notaio Annibale Baccalario dopo la morte del conte. Nel marzo del 1538 A. decise di trasferirsi con la moglie da Venezia nel feudo avito, creando non poco sconforto al suocero Gian Paolo, il quale decise, nel settembre dello stesso anno, di raggiungerli: «per essere impossibile poter star luntan da Giulia mia fia […] arivai a Spilimbergo in casa de mio zenero et mia fia, luntan da li quali non penso mai far la mia vitta, né haver altra stantia ferma». A. si trasferì a Spilimbergo probabilmente per dar vita ad un’importante istituzione che forse non avrebbe potuto nascere in altro luogo: l’Accademia Parteniana, un’avventura intellettuale e religiosa che rappresentò un unicum in quegli anni e nel territorio veneziano. Essa coinvolse oltre ad A., il responsabile principale di questa scuola, Giulia la moglie, il suocero Gian Paolo, Bernardino Partenio e Francesco Stancaro. In base ai documenti non si può affermare con certezza che la decisione assunta da A. di risiedere a Spilimbergo sia stata direttamente motivata dalla volontà di fondare l’Accademia, ma è certo che questa scuola è strettamente legata a lui e alla sua famiglia. Infatti il nobile garantì ad essa oltre alla sede, il castello “di sopra” in Valbruna, anche l’appoggio e la protezione di cui aveva bisogno. L’istituzione di quest’Accademia rappresentò un fatto singolare perché essa si collega all’umanesimo erasmiano e al dibattito creato in quegli anni dalla Riforma protestante. Nella scuola spilimberghese infatti si leggevano i vangeli in greco, gli studenti commentavano “sine glossa” e “sine magistro” i passi evangelici, studiavano l’ebraico, pratiche che in quegli anni si diffondevano in Europa nelle scuole protestanti. Il programma e le regole dell’Accademia sono chiaramente riportate dall’opuscolo di otto carte stampato a Venezia nel 1540 da Comin da Trino: Instituta Academiae Spilimbergensis sive Partheniae in qua tres linguae exactissime traduntur […]; il riferimento alle tre lingue appare subito sin dal titolo. L’insegnante d’ebraico della scuola era un personaggio assai discusso: il mantovano Francesco Stancaro, autore di una grammatica ebraica, De modo legendi hebraice institutio brevissima, stampata a Strasburgo nel 1525 e ristampata a Venezia nel 1530. Stancaro fu arrestato dalle autorità ecclesiastiche perché professava dottrine eterodosse e, dopo aver trascorso alcuni mesi in carcere a Venezia, abiurò. Naturalmente un personaggio così controverso non avrebbe potuto insegnare a Spilimbergo senza l’approvazione e la protezione del conte. Questi probabilmente aderì alla Riforma protestante durante i suoi soggiorni a Venezia o a Padova e coinvolse anche la moglie Giulia e il suocero nel suo nuovo sentire religioso. Anche la sua ricca biblioteca dimostra, con un nutrito numero di opere orientate in senso riformato, la sua conversione. Il suocero Gian Paolo Da Ponte commentando la morte di A. lo definì: «vero fautor e predicator del santo evangelio», frase che toglie ogni dubbio sull’adesione alle idee riformate e sul suo ruolo attivo nel farle conoscere. Comunque si sa con certezza che alla fine degli anni Trenta, a Spilimbergo, c’era stata una predicazione protestante da parte dello Stancaro e di altri eretici nella pubblica piazza e furono gli stessi abitanti del luogo a denunciarlo alle autorità veneziane alcuni decenni dopo. La visita del cardinale Marino Grimani nel 1539 a Spilimbergo, fu un chiaro segnale che nel borgo era stato individuato un focolaio d’eresia. Il personaggio più ambiguo di questa avventura spilimberghese è senza dubbio Bernardino Partenio: notaio, maestro di scuola, intellettuale tout court, rettore dell’Accademia e forse anche autore degli Instituta. Il testo degli Instituta si presenta come una lettera dell’udinese Luigi Baldana, studente dell’Accademia, a Francesco Fileto. Il Partenio probabilmente usò quest’espediente per non fare l’encomio in prima persona dell’istituzione che dirigeva. A. morì a trent’anni il 12 settembre 1541 e così il suocero Gian Paolo annotò: «adì 12 settembrio, in Spilimbergo. Notto come el signor Adrian mio zenero delli signori de Spilimbergo in questa notte passata, che fu dominica venendo il luni, a ore 7 in chirca, rese la benedetta anima sua al nostro Idio etterno, come si de sperar per le ottime sue condition et vero fautor et predicator del santto evangellio et ane lassati dolenti et tristi in le miserie de questo mondo et la sua consorte con tre figlie […] non ha fatto testamento. Il mal suo fu idropisia. Fu sepolto adì 13 nelle sue arche in giesa granda». Il conte fu sepolto infatti nella tomba di famiglia nel duomo di Spilimbergo. Alcuni mesi dopo, in assenza di testamento, quando iniziarono le dispute tra i nipoti maschi e le figlie di A. alle quali le costituzioni della Patria non riconoscevano alcun diritto, venne compilato dal notaio Annibale Baccalario l’inventario completo dei beni del defunto. L’Accademia non sopravvisse al suo fondatore-protettore e in poco tempo gli altri protagonisti della vicenda lasciarono Spilimbergo e si chiuse definitivamente la portata del progetto culturale e religioso che la caratterizzava.

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Bibliografia

ASU, Fondo famiglia Spilimbergo di sopra, 91, Nobiles de Spilimbergo ministeriales ecclesiae Aquileiensis, qui dicuntur pincerne, canipari et habent custodie canipam cum pertinentiis et cetera; Archivio parrocchiale di Spilimbergo, Cartolare II/B, 29, 38, 40; Ibid., NA, 5578; ASV, Archivio Spilimbergo-Spanio, Gian Paolo Da Ponte, Memorial C; ms BCU, Joppi, 452 (6).

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