STELLINI IACOPO

STELLINI IACOPO (1699 - 1770)

somasco, filosofo

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Ritratto di Iacopo Stellini, in 'Galleria dei letterati ed artisti illustri' di Bartolomeo Gamba, Venezia 1824.

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Frontespizio del primo volume dell'"Opera omnia" di Iacopo Stellini, Padova 1778.

Nacque il 27 aprile 1699 a Cividale, da famiglia di modeste possibilità economiche. Il padre, Mattia Rodaro detto Stellino, era un sarto. La madre fu Adriana Piccini. Così almeno risulta negli atti di battesimo della parrocchia di S. Maria Assunta. Alcuni però contestano data e luogo. Fin dal 1856 Giuseppe Leonida Podrecca, seguito poi da altri, sostenne che il futuro filosofo ebbe i natali a Tribil di Sopra, in comune di Stregna, nel 1688. A supporto portò un documento battesimale, dove risulta che I., figlio di Canciano Stelin o Stulin e di Margherita era stato ivi battezzato in quell’anno. Le fonti coeve allo S. lo ricordano, in verità, come cividalese. L’Evangeli lo chiama «concittadino», mentre l’atto di morte esistente presso l’archivio dei somaschi lo dice deceduto a settantuno anni. Essendo la morte avvenuta nel  1770, la nascita sarebbe da collocarsi al 1699. L’atto di professione riporta, poi, che era «filius qu. Mathiae», il che rimanderebbe al Mattia Rodaro sopra ricordato. Resterebbe comunque da spiegare perché mai sia conosciuto con quello che era il soprannome di famiglia e non con il vero cognome. Il giovane, mostrando spiccate doti intellettuali, fu avviato agli studi nella scuola cividalese tenuta dai padri somaschi in Santo Spirito. Venne attratto dalla vita e dagli ideali di quell’ordine, così che decise di entrarvi: nel 1718 ne vestì l’abito, trasferendosi poi a Venezia, ove nel 1719 fece la professione. Nel frattempo proseguì gli studi nel seminario patriarcale di Murano, legato ai somaschi in quanto essi ne curarono l’apertura nel 1579. Nel 1722 fu ordinato sacerdote, iniziando subito l’attività di insegnamento, dapprima nel seminario, poi dal 1724 al collegio dei nobili alla Giudecca. La fama di ottimo e preparato docente gli aprì le porte della prestigiosa casa dei patrizi Emo: Giovanni Emo, procuratore di S. Marco, lo volle nel 1727 come precettore dei figli Alvise, Pietro e poi anche di Angelo. ... leggi Questa attività lo impegnò per più di un decennio, guadagnandogli grande stima nonché l’amicizia ed il favore del patrizio. Ebbe allora tempo e modo di coltivare gli studi e di porre le solide basi del suo successivo operare intellettuale. Resasi vacante nel 1738 la cattedra di filosofia morale all’Università di Padova, l’anno seguente, anche grazie ai buoni uffici degli Emo, ne ottenne la nomina ed il 6 marzo 1739 iniziò a tenere i corsi accademici. Nel 1740 diede alle stampe in Venezia l’opera De ortu et progressu morum atque opinionum ad mores pertinentium specimen, che attrasse subito su di lui l’interesse del mondo culturale italiano e non solo, interesse che, almeno nel secolo XVIII, non sarebbe venuto mai meno. Da allora la sua vita fu segnata da un metodico ritmo, diviso tra le lezioni (che ebbero, secondo alcuni, largo seguito), la loro preparazione, lo studio e le riflessioni filosofiche. In corrispondenza con molti, coltivò l’amicizia, su cui avrebbe scritto anche belle pagine nella sua opera maggiore. Il medico Simone Stratico lo descrisse come «modesto, di cuore eccellente, severo nella condotta, senza arroganza, di mente casta e integra, dilettantissimo di musica, di festiva conversazione; solo gli piaceva di sconcertare talvolta con socratiche interrogazioni la presuntuosa sicurezza»: una vita apparentemente serena, trascorsa nel convento padovano di Santa Croce. Dall’epistolario sembra trasparire invece in lui una certa inquietudine, sorta forse dall’insoddisfazione per le sue opere, cui pose continuamente mano, dal desiderio di viaggiare o da problemi di salute, che ebbe sempre malferma. Raggiunse in ogni modo quasi i settantuno anni, morendo il 27 marzo 1770. Fu sepolto nella chiesa di Santa Croce, ove una lapide tombale lo ricorda. Un’altra lapide a lui dedicata è posta all’ingresso del convento omonimo. Fu uomo di molteplici interessi: letterari, musicali (fu amico di Giuseppe Tartini), scientifici, giuridici, ma indubbiamente deve la sua fama (non poca in vita, minore in seguito, quasi nulla oggi) agli studi filosofici ed in particolare a quelli di morale. In questo campo la sua scienza è condensata nell’opera Ethicae seu moralium disputationum libri VII, pubblicata postuma nel 1778, ma emerge pure profonda nelle Lucubrationes ethicae, anch’esse apparse postume nella medesima occasione, come testo creato dagli editori con passi espunti dall’Ethica. Nel discorso etico il suo punto di riferimento è Aristotele (la spiegazione delle cui opere, tra l’altro, era d’obbligo nelle lezioni universitarie). Certo però non può dirsi un vero aristotelico, in quanto lo Stagirita per lui è un ispiratore, non un auctor. Di Aristotele accetta il tema della felicità come fine dell’uomo, un uomo che, inoltre, deve essere colto nella dimensione sociale che gli è propria e non come essere “assoluto”. L’impalcatura aristotelica serve allo S. per polemizzare con l’etica stoica e la sua rigidità, che è forse degna di ammirazione teorica, ma ben lontana dalla realtà, nella quale spirito e corpo sono intimamente connessi e, tolto o ridotto all’apatia il secondo, si taglierebbero le radici stesse della vita umana sia individuale sia sociale. Il piacere non deve essere rifiutato a priori: talora è da ricercarsi talora non lo è, e quanto alle passioni, queste devono essere incanalate dalla ragione, ma non rifiutate, perchè esse sono utili collaboratrici (se giustamente trattate) nel costruire l’uomo privato e quello sociale. Una passione si vince con un altra passione, ma temperata e guidata dalla razionalità. È da sottolinare che questa analisi si dipana nello S. al di fuori della rivelazione (anche se non certo contro), che egli ritiene materia del teologo e non del filosofo: ciò di cui bisogna tener conto è che i principi mondani non siano in contrasto con quelli ultraterreni. Non pertanto egli fu da alcuni accusato, con superficialità, di ateismo; quel che è certo è che il suo discorso etico, libero dai vincoli di una data religione, nasce da un’analisi a livello naturale e storico, condotta, come egli stesso dice, alla maniera newtoniana, partendo dalle nozioni di psicologia rilevate, nello spirito empiristico (il che lo avvicina al pensiero illuminista), tramite osservazione ed esperienza. Queste ci dicono che il fondamento della morale è l’amor proprio, l’amor di sé, ma altrettanto naturale è lo sviluppo di sentimenti non strettamente egoistici. La simpatia si fonda sull’analogia esistente tra il proprio stato d’animo e quello di altra persona. Così alla benevolenza l’uomo è naturalmente disposto. Dall’egoismo originario si sviluppa in tal modo un sentimento altruistico, che può giungere fino al sacrificio di sé, ove esso, per l’onore che ne deriva alla propria reputazione, sia considerato più importante del continuare a vivere. Si cerca insomma la conservazione degli altri per ottenere quel vantaggio comune che ricade positivamente sul singolo. Il bene, la buona condotta degli uomini, si ottiene nell’armonia di egoismo e altruismo: conservare sé e giovare agli altri. Il richiamo all’armonia, all’equilibrio rimanda indubbiamente al «giusto mezzo» aristotelico. In ogni caso, il fondamento della morale è dunque dentro di noi. Da ciò deriva che essa non è arbitraria costruzione, ma poggia su solide basi. La sua naturalità la fa rientrare in quell’ordine che è stato creato dal divino artefice e quindi per questo mezzo lo S. può farla risalire a Dio, pur avendola ritrovata per via d’indagine fattuale. Non si deve credere però che essa sia infusa e che naturalmente possa esser seguita. La conoscenza della retta via non può venire senza l’esperienza degli errori, senza l’uso di ragione ed intelletto, che valutino ciò che i sensi confusamente presentano, paragonando i fatti conosciuti e deducendone regole universali che siano di guida nello scegliere ciò che è giovevole a raggiungere il bene e ad evitare il male. Non sempre e non in tutti però così accade. Se da un lato lo S. appare ispirato da Aristotele, ciò non deve far credere che il cividalese sia stato un filosofo alieno alle novità; nelle sue opere, al contrario, risalta fortemente la lettura di autori «moderni» e i richiami hobbesiani, spinoziani e vichiani non sono certo pochi, così come gli spunti humiani in materia di associazionismo, i riferimenti ai moralisti inglesi e le citazioni di Locke, Smith, Cartesio o Gassendi, anche se spesso in polemica con costoro, senza contare l’interesse (critico) per Condillac o la polemica con Mandeville. Indubbiamente nel Settecento parte del suo successo fu quello di essere considerato mediatore tra antico e nuovo, pur se in seguito qualcuno (come Carlo Cantoni) ha invece sottolineato che questo incontro era in lui fallito. Presenze spinoziane, hobbesiane e vichiane ritornano poi decisamente in quella operetta, edita già nel 1740, quando s’era da poco insediato sulla cattedra patavina, che s’intitola De ortu et progressu morum e che certo di lui, fin dai tempi suoi, è la più famosa e non ha mancato di suscitare interesse pure tra gli studiosi più recenti, anche se non tanto per riguardo allo S. quanto al Vico, la cui influenza (notata tra gli altri da Benedetto Croce) sembra esservi ben presente, anche se mai apertamente ricordata. Strano destino: nel secolo XVIII era certo più letto lo S. che il Vico, ma non così è stato poi. In effetti alla sua uscita l’operetta fu tacciata di spinozismo e di influenze hobbesiane, non d’altro. Essa voleva essere una specie d’introduzione allo sviluppo delle problematiche etiche, ripercorrendo le fasi dello sviluppo dell’umanità dal primitivo stato ferino fino al trionfo della ragione. L’evoluzione storica delle facoltà dell’uomo è simile a quella che avviene, in breve tempo e in limitato modo, in ogni singola esistenza. All’inizio dominava il senso, l’uomo era come un ottuso bestione, in un’età di inerzia e di tranquillità, che, grazie al vitto parco e sano, portò all’irrobustirsi dei corpi. Si scatenarono allora le passioni, la lotta per l’esistenza di tutti contro tutti, di chiara ispirazione hobbesiana. I più deboli, per sopravvivere, in risposta alla forza bruta svilupparono l’astuzia e dove nulla poteva un’esile muscolatura tendevano trappole ingegnose. È questo l’inizio dell’uso della ragione: Ulisse si contrapponeva ad Aiace. Gradualmente essa avrebbe avuto il sopravvento, portando gli uomini all’età della società, delle città, degli stati, del completo dispiegarsi della razionalità. Lo S. è quindi un filosofo del progresso, ma crede pure che ci possano essere delle cadute: l’eccesso di ricchezza e di lusso tende a far rinascere interessi e desideri sfrenati, a causa dei quali è possibile il ritorno alla barbarie. Gli influssi vichiani dunque si sentono, ma l’ispiratore non viene mai citato, forse perché non gradito alla Chiesa e del resto nel De ortu lo S. si guarda bene dall’introdurre l’argomento del sorgere del sentimento religioso. In ogni caso, il discorso dello S. si discosta più volte da quello del filosofo napoletano (del quale proprio a Padova, pochi anni prima, aveva parlato in due opuscoli un altro filosofo friulano, Paolo Daniele Concina, lodandolo apertamente). Ad esempio sul ruolo della Provvidenza. Anche l’interpretazione di Omero è uno di questi momenti. Vico vedeva nel poeta greco l’espressione della forza poetica dell’età primitiva, lo S. invece rileva nella sua opera una “summa” di tutte le età, con la presentazione dei “tipi” umani propri di ognuna di esse: Aiace il violento, Ulisse l’astuto, Paride il vizioso e così via. Il discorso etico lo porta a toccare anche tematiche giuridiche e politiche. Su quale sia l’origine delle società il filosofo sostiene che gli uomini si riuniscono per inclinazione naturale, contemperando l’utile per sé e quello per gli altri. Nei suoi studi vi sono pure richiami a Locke, anche se egli non crede al contrattualismo o meglio, ritiene che esso possa nascere, appunto, solo da una disposizione naturale degli uomini al vivere in società, senza la quale non sarebbe pensabile un accettabile rispetto dei patti sottoscritti. Nonostante ciò, spesso gli uomini poco attenti sono deviati da cose che falsamente sono buone, perciò bisogna frenarli e con l’educazione e con le leggi, le quali devono fondarsi sul diritto naturale, che a sua volta è posto da Dio. L’universo fisico stesso suggerisce l’idea di giustizia, di equilibrio e di armonia. Contrario all’utopismo, lo S. rifiuta l’uguaglianza completa degli uomini come innaturale. Tutti gli uomini sono per natura liberi, ma hanno attitudini diverse. La diseguaglianza forma il fondamento più sicuro della società, nella quale ognuno interviene con le sue capacità. L’umanità, partita dalla comunità dei beni si è evoluta nella proprietà privata, che con le sue differenziazioni e con il gioco degli interessi porta allo sviluppo della vita sociale. Sono importanti, quindi, l’impegno ed il lavoro. La legge regola nel diritto queste materie, impedendo però l’usura, arricchimento senza fatica e rovina dei meno abbienti. Interessante anche la riflessione stelliniana su temi pedagogici, temi naturali in un uomo dedito per tutta la vita all’insegnamento e appartenente a un ordine che aveva sempre avuto come missione prioritaria l’educazione dei giovani. Era appena ventenne quando egli era stato invitato ad espimere un parere riguardo alla riforma della “ratio studiorum” somasca. Lo S. si espresse per una scuola che fornisse a tutti (un’apertura che precorre i tempi nuovi) un’informazione basilare delle più universali conoscenze scientifiche. Poi i più dotati si sarebbero specializzati nei vari campi, ma senza mai perdere di vista una visione globale. Infine una più ristretta cerchia di ingegni superiori avrebbe potuto raggiungere la sintesi vera di tutte le varie parti dello scibile. Il problema pedagogico torna nel libro VI dell’Etica, essendo questo a tale disciplina strettamente collegato. Compito dell’educazione è sviluppare l’esercizio di tutte le facoltà, che nel loro ordinato uso devono portare all’equilibrio della personalità. A tal fine bisogna puntare più sullo studio delle scienze naturali, della fisica e della storia che non su quello delle lettere, compito non certo secondario, che l’educazione pubblica può compiere molto meglio di quella privata. L’opera stelliniana è vasta e spaziante in campi diversi, affrontati in modo mai superficiale, in quanto in tutti le conoscenze dello S. erano profonde. Come ebbe a dire l’Algarotti, che fu suo estimatore, «non c’è arte, né scienza ne’ cui segreti penetrato non abbia. Avrebbe potuto leggere, nel corso dell’anno scolastico, su qualunque cattedra, come quel pantomimo di Luciano, che in un balletto contraffaceva tutti gli dei». Ottimo conoscitore del latino e del greco, di lui ci resta la traduzione di ventidue odi di Pindaro, che hanno ancora una loro validità. Ebbe vivaci interessi fisici e matematici, dissertando del calcolo infinitesimale con Paolo Frisi, e tradusse dall’inglese i Nuovi principi della prospettiva lineare di Brook Taylor. Compilò lo schema per un’enciclopedia universale, idea che poi abbandonò all’apparire di opere similari. Scrisse saggi di critica filologica e si cimentò nella poesia (anche in greco e latino) con componimenti d’occasione, d’attualità (ancor diciottenne, contro l’esercito turco e per le vittorie di Eugenio di Savoia) e di argomento religioso. Al passo con i suoi interessi e tutto sommato nuovo per l’epoca si rileva il fatto che in esse spesso egli crei similitudini tratte da fenomeni fisici, ma ciò che gli manca è un vero sentimento poetico, l’emozione. Si tratta, quindi, di un filosofo forse non propriamente originale nella soluzione prospettata, talvolta vittima della sua vastissima erudizione, con lo sguardo al passato classico, ove trova già prospettate molte “novità” del moderno, che pur non rifiuta certo, e nel contempo avverte il richiamo della filosofia inglese. Scrisse (alle volte con un periodare oscuro) in latino, ma del resto ciò era pratica ancora tradizionale in tutto il mondo accademico del tempo. Ebbe in ogni modo, nel metodo adoperato e nei molti spunti che offriva, un influsso non secondario sulla contemporanea e successiva riflessione filosofica italiana, in un panorama che non presentava, poi, tanti altri punti di riferimento di valore. Ad esempio G.D. Romagnosi, ammiratore dello S., si dice sinceramente debitore nei suoi confronti. Gli stimoli provenienti dall’opera stelliniana si mantennero vitali fin verso la metà del secolo XIX, e vi furono anche traduzioni parziali dei suoi testi in italiano. Oltre che dal già citato Algarotti (che paragonava per grandezza il De ortu stelliniano al Discorso sul metodo di Cartesio), ricevette lodi da Cesare Beccaria, da Pietro Giordani, da Ugo Foscolo e da Carlo Cattaneo. Critici, invece, furono Nicolò Tommaseo, Giuseppe Ferrari e Carlo Cantoni. Poi il suo pensiero non suscitò molta curiosità (gli ultimi a prestargli attenzione furono alcuni positivisti, che lo videro come un lontano precursore) e nei suoi confronti l’interesse s’inaridì. Ritorna, a livello storico, in occasione dei vari anniversari centenari e in pochi altri casi, per lo più legati a studiosi somaschi o a collegamenti col Vico. In vita lo S. non pubblicò molto: il discorso inaugurale del corso di etica (1739), il già ricordato De ortu (Venezia, 1740), le Dissertationes IV (Padova, 1764) e pochi Prospectus, schemi di lezioni. Una sua lettera apparve pubblicata nella Dissertatio physiologica di S. Sebenico nel 1765. Forse questo fu dovuto alla continua insoddisfazione per l’opera sua, che lo induceva a continue precisazioni ed aggiunte a quanto già scritto, forse alla prudenza nel non divulgare pubblicamente opinioni che già sapeva criticate dai più tradizionalisti. Dopo la sua morte, grazie al sostegno finanziario degli Emo, vide la luce l’Opera Omnia, in quattro volumi (Padova 1778-79). Ad essa si aggiunsero poi le Opere varie, in sei volumi (Padova 1781-84), l’una e le altre curate dal discepolo Antonio Evangeli. La prima anche da Girolamo Barbarigo. Seguirono diverse traduzioni italiane di parte delle opere in latino. Il Liceo classico di Udine, a lui intitolato, possiede, oltre alle opere a stampa, un’ampia raccolta di manoscritti (non di pugno dello S.). La raccolta è giunta alla biblioteca della scuola, tramite il dott. Venanzio Pirona, per un liberale atto di donazione della signora Angela Nardo Cibele di Venezia.

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Bibliografia

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