STRASSOLDO (DI) MARZIO

STRASSOLDO (DI) MARZIO

letterato

Immagine del soggetto

Frontespizio delle "Poesie piacevoli, satiriche, e morali" di Marzio di Strassoldo, Gorizia 1783.

In un volume di versi edito a Gorizia dalla pluriqualificata stamperia di Giacomo Tommasini nel 1779, omaggio a Giovanni Filippo di Cobenzl, M. S. è indicato come «del S. R. I. cont di Strasoldo, cavalir della claf d’aur, tenent colonnel dellis LL. MM. II. e R. Ap.», a segnalare blasone e onorificenze, con una pratica delle armi che poi cede all’esercizio della penna, intenso e mondanamente implicato. Ma torna opportuno, a definire una cornice non generica, un indugio su quel volume, riducendo peraltro a un segmento il frontespizio frondoso di lussi encomiastici: Raccolta di composizioni e poesie italiane, latine, francesi, friulane, tedesche, cragnoline, inglesi, greche ed ebraiche […], dove importa la straordinaria ricchezza delle lingue coinvolte. La prospettiva dell’evento celebrato, «lo stabilimento della pace tra le armi austriache e prussiane», giustifica tale ricchezza, ma sarà pertinente, o quantomeno non improprio, evocare anche la realtà multietnica dell’impero. E articolato risulta l’impegno dello S. (1736-1800), esponente di spicco della locale colonia arcadica. Il poeta scrive versi italiani e friulani, con una estemporanea escursione francese, ma scrive anche (e variamente) per il teatro, con una spiccata sensibilità per le ragioni dell’intrattenimento, della socievolezza, per le risorse suasive (e insieme persuasive) della parola: uno svago che non esclude obiettivi ideologicamente risentiti. Lo S. è autore di commedie indirizzate tutte a far valere la logica di un amore che trionfa su ostacoli e pregiudizi nelle peripezie più macchinose e contorte: Il giuoco della fortuna, L’apparenza inganna e Le bizzarrie d’amore, riunite in un primo tomo, Lo spirito familiare, Lo sposo deluso e Il bel ripiego, riunite in un secondo tomo. Pur in difetto di un’analisi minuta, qualche appunto servirà a individuare strategie e argomenti. ... leggi Ha caratura programmatica L’apparenza inganna, che riprova la recitazione enfatica e ha alcune notazioni sulla funzionalità della scena, scuola di modi disinvolti, di gesti tenuti sotto controllo: va da sé, non per attori professionisti. Dove comunque si avverte la censura della vanità dei titoli, dei pregiudizi, della grettezza provinciale, a vantaggio della tolleranza e di spiriti cosmopoliti (incisiva e non fortuita è l’azione del francesismo: «falbalà», «partèr», «toppè» e «tuppè»). Anche Lo sposo deluso fornisce una battuta che può essere assunta come manifesto degli scopi perseguiti, un paradigma: «Ma sappiate di più, che il mio modo di pensare è affatto differente dal vostro: col mio danaro voglio godere gli onesti piaceri della vita: a me piace la società, il ballo, il teatro, e molti altri ‘utili e dilettevoli passatempi’», dove è il tratto finale a rilevare. Così la giovane Carolina, affettivamente già vincolata, respinge le trame del tutore, che pretenderebbe di darla in moglie a un lercio suo pari. Ma si osservi che personaggio negativo è un mercante: sordido, incivile, tutto assorbito nell’accumulo del denaro, e il contesto autorizza una equazione di mercante e prestatore di denaro, usuraio, luogo comune della comicità. Negli stessi anni a Udine Antonio Zanon, tra i promotori della Società di agricoltura pratica, si produce in un elogio appassionato del mercante, figura di un mondo nuovo, di una nuova concezione della vita, di una filosofia che esalta il primato delle “cose” sulle “parole”, del commercio sulla retorica. Di impianto farsesco Lo spirito familiare, dove una vedova si espone al rischio di un raggiro (un avventuriero e un notaio coalizzati), ma dove la stessa vedova sollecita al convento una nipote: l’ovvio lieto fine sana gli imbrogli, ma non cancella il nodo sensibile delle monacazioni forzate. Il nodo filtra anche in un altro intrigo che ha ancora al suo centro un vecchio avaro, in conclusione neppure punito o mortificato: Le bizzarrie d’amore. Il garbo evasivo della distrazione, la leggerezza briosa del rito profano non esorcizzano i problemi, pur sciogliendoli felicemente, sfiorandoli soltanto. Le bizzarrie d’amore offrono uno scampolo di dispositivi collaudati, come l’italiano caricaturale in bocca tedesca: «Io non ho chefesti puntigli; e fra noi che siamo per leccare una stretta barentella, non facciamo complimenti», dove «chefesti» sta per questi, «leccare» per legare, «barentella» per parentela, con lo scambio della sonora con la sorda (e, ipercorrettivamente, viceversa). Si aggiungano «karpato» garbato, «pene» bene, «pona» buona, «prutto» brutto, «chiofane» (e «giofane») giovane, «fero» vero, «folefano» volevano, «gherra» guerra, «reghina» regina, a rincalzare l’artificio scherzoso. Una burla che a Gorizia poteva pungere: un ammicco non innocente. Risultano ancora redditizi espedienti come l’onomastica “motivata”: Asdrubale Grattacoscie, Leonardo Pizzaborse e Girolamo Strizzaforte sono frequentatori di caffè, nomi palpabilmente ridicolosi, ma il veleno si riversa sul “caffè”, cifra per gli illuminati lombardi delle nuove idee (Il bel ripiego). L’edonismo verbale non è gratuito e postula di norma, quando non esibisce, la volontà di mordere nel costume. Come Il giuoco della fortuna, che azzarda un saggio di affettazione linguistica, con non sottintesa condanna, dove le s si trasformano sistematicamente in z: «Zerva umilizzima del garbatizzimo zignor Papa»: così la presunta contadina al vero padre, su suggerimento di Pasquetta, una serva che ha avuto – o millanta di avere avuto – rapporti con i piani alti della società. Ma Il giuoco della fortuna, allestito per la prima volta nel 1784, pretende altra glossa. Questa la vicenda: una contessina e una contadinella sono scambiate in culla dalla balia che solo in punto di morte rivela la frode. Le virtuose giovani accettano il disagio della propria condizione e il viluppo nell’epilogo si districa radiosamente: il conte sposa la presunta contessina e fin lì ritenuta figlia, mentre la presunta contadinella sposa il contadino che ama e: «prevedo che saremo tutti felici». Le leggi dell’amore spazzano le differenze. Dice Rondò, il conte: «L’orgo – gliosa preferenza che hanno stabilito i più potenti sulla loro nascita non è alfine che un pregiudizio, e gli uomini in se stessi sono tutti eguali, specialmente poi se si tratta di amore». E con effetto di eco Clarice, la supposta contadina: «Ha ragione il signor conte padre: la nascita non è alfine che un pregiudizio, e gli uomini sono eguali, specialmente in amore». Certo non manca qualche uscita più cauta, più incline alla conservazione dello “statu quo”: «La più grand’arte consiste nel saper approfittare del bene con moderazione e nel saper evitare il male peggiore, e ciò sempre rispettivamente al nostro stato». E Falco, il padre contadino: «sono accostumato alla mia maniera di vivere e non la cambierei con nessuno». La rivoluzione francese cancella bruscamente questo principio di uguaglianza, rivelandone nel contempo la labilità. È ancora il teatro a farsi tramite privilegiato con due opere: La Cordè, «azione eroica» «da rappresentarsi per la prima volta nel teatro del nob. sig. Filippo de Bandeu in Gorizia l’anno 1793», e Robespierre, «tragicommedia» del 1795. La Cordè esalta la limpidezza intrepida, senza dubbi e senza perplessità, senza esitazioni, della nuova Giuditta. Di contro il profilo truffaldino di Marat e degli altri. Un quadro livido della rivoluzione: «Ovunque io mi rivolgo, non vedo che orrore». Un quadro livido nelle sue ricadute (disonestà, desolazione, terrore) e nei suoi assiomi: «L’uguaglianza è infallibile, ma colla differenza che i gonzi e poltroni devono ubbidire e pagare, e gli arditi ed astuti devono godere e comandare». Libertà e uguaglianza «sono nomi vaghi, che in sostanza nulla significano e che non cagionano altro che disordine e confusione; credo ben che gli uomini in sé siano tutti uguali, ma mi pare che non vi possa esistere ordine nella società se uno non dipende dall’altro. Mi figuro una nave di guerra, senza dipendenza e subordinazione come potrebbe navigare?» (in bocca a un servo: la saggezza del buonsenso con la sua capacità di orientamento, con il suo imperativo categorico). Animato da vettori identici Robespierre, che chiude i suoi giorni sul patibolo (e guizza perciò di luce sinistra l’etichetta «tragicommedia»). Anche qui sfacelo economico, corruzione, massacri: «Per prevenire la fame, bisogna diminuire le bocche». Un frammento basterà a compendiarne l’assunto: «Che significa dunque libertà ed uguaglianza?» «Significa fame ed oppressione». I disvalori già fatti agire nella Cordè sono richiamati nella dedica a don Carlo Della Porta e nell’avviso A chi legge: «[…] vedere in una viva rappresentazione a qual eccesso di orrore e di fatalità possino giugnere coloro che, secondando i principi di una falsa filosofia, trasgrediscono i precetti della propria religione e mancano di fedeltà al loro sovrano». Sono palesi le direttive pedagogiche ed è evidente l’archiviazione delle blande istanze illuministiche, archiviazione che affiora anche da un racconto del 1796, Il missionario, ossia la conversione di un maomettano, un “pamphlet” contro il fanatismo, propagato in particolare dal culto del Cuore di Gesù. La religione cristiana si “dimostra” depositaria della «perfetta morale», ma si guardi come, alla resa dei conti dell’illuminismo, «i misteri non sono spiegabili: noi dobbiamo abbassare la fronte e crederci ciecamente». Per il teatro lo S. ricorre anche al friulano in due testi inediti (irreperibile il secondo): L’avar e Il patriotisim (Gallarotti). Con chiara divaricazione tra uno spunto di comicità canonica (L’avar) e più pressanti ansie pragmatiche (Il patriotisim). I versi ribadiscono l’iter tracciato: riflessioni non troppo caustiche sulla moda e in calce a piccoli fatti di cronaca, condiscendenza per l’aneddoto, ma anche acuminate iniziative polemiche in concomitanza con l’incombere della minaccia francese. Si guardino le Poesie piacevoli, satiriche e morali, edite a Gorizia nel 1783, dove già il titolo definisce una poetica, con la postilla che nel “piacevole” confluiscono, smussando le giunzioni più aspre, anche il “satirico” e il “morale”: un uso della poesia come dovere mondano, come esplicitazione di un galateo sociale, da parte di questo «ciamberlano e tenente colonnello di sua maestà imperiale, fra gli arcadi Everisco Plateo, uno de’ fondatori e provicecustode della colonia sonziaca», come si premura di enunciare il frontespizio. È però la seconda parte del volume, con le Poesiis in dialet gurizan, a dare voce alle novità più corpose. I versi friulani si direbbero dislocati in appendice, “a latere” delle prove in lingua, e invece si constata “parità” e non subordinazione. Come in italiano, anche in friulano (e senza incremento di sali burleschi) si fa saggio di imitazioni da Boileau: L’onor ad imitazion dell’undecime satire di Boileau, La nobiltat ad imitazion della quinte satire di Boileau. E mette conto riferire un estratto generoso, a provare l’apertura mentale, l’agilità di una saggezza sorridente e, insieme, risaputa, lieve e, insieme, cristallizzata, che non graffia in profondità, che non mette in discussione la gerarchia, ma la corregge appena, in un dispositivo metrico che batte senza fatica sulla rima baciata nei suoi fluidi versi martelliani: «Se disin che jo soi d’antiga nobiltat, / laffè m’impuarta poc: baste che sei stimat, / chè fra la nobiltat si chiatin di chei maz / che stan in vite so grattansi i deputaz / e, cumi i lors antichs jarin plens di prudenze / e famos pel valor, chei son par l’insolenze. / Ce i zove che i lor viei si ebbin fat onor, / che un fos fat general e un governador, / un altri cardinal, un altri ambassador, / uei metti mo che fos anchie un imperator? / S’altri no jan par sè che cheste vaneglorie, / pardia, dei lors antichs chei sporchin la memorie. / Al mond impuarte poc di chestis collezions: / chest altri no cognos che lis nestris azions, / e poc nus zovarà di avè lis cassis plenis / di cronichis, sigii e vielis bergamenis […]» [Se dicono che io sono di antica nobiltà, davvero mi importa poco: basta che sia stimato, ché tra la nobiltà si trovano di quei matti che in vita loro si grattano solo i deputati e, come i loro antenati erano pieni di prudenza e famosi per il valore, quelli lo sono per l’insolenza. Che giova che i loro vecchi si siano fatti onore, che uno fosse nominato generale e uno governatore, un altro cardinale, un altro ambasciatore, voglio perfino supporre che fosse anche un imperatore? Se per sé non hanno altro che questa vanagloria, perdio, dei loro antenati quelli sporcano la memoria. Al mondo importa poco di queste collezioni: questo non conosce altro che le nostre azioni, e poco ci servirà avere le casse piene di cronache, sigilli e vecchie pergamene (…)]. L’osservazione del costume procede amabile, come nella critica dei capricci della moda (dove è pertinente il francesismo: “partèr”), specie delle cuffie pittoresche e stravaganti: «[…] talvolte une flotte presentais, / del volatil talvolte la fameje, / e par che alla nature invidie fais: / a si viod il pavon culla gran code, / un zardin, un partèr dut alla mode. // Se qualchidun par cas aves vidut / sot d’un biel sterp di floridis rosis / cucà fur d’une tane un cuninut / che ’l sta uat uat spietà lis sos morosis, / ma juste l’è cussì chel mostazut / sot di chel turrion di biellis robis, / robis che dan al mond sicur indizi / del femminin inzen, del grand judizi […]» [(…) a volte presentate una flotta, a volte la famiglia del volatile, e sembra che facciate invidia alla natura: si vede il pavone con la gran coda, un giardino, un insieme di aiuole tutto alla moda. Se qualcuno per caso avesse visto sotto un bel cespo di rose fiorite occhieggiare da una tana un coniglietto che sta quatto quatto in attesa delle sue innamorate, ma proprio così è quel visino sotto quel torrione di belle cose, cose che danno al mondo indizio sicuro dell’ingegno femminile, del gran giudizio (…)]. Una indulgenza garbata, salottiera, non corrosiva. Un medaglione più articolato deve per contro attingere al manoscritto 52 del fondo Joppi della Biblioteca civica di Udine, che ripete il titolo del volume a stampa: dai sonetti di varia compunzione (Per la morte dell’imperatrice Maria Teresa, Per la morte di Metastasio, Al padre Gaspare Gioppi predicator quaresimale l’anno 1795) all’esplicazione dei doveri mondani (epitalami, scambi di auguri, versi destinati alle adunanze arcadiche, complimenti per le varie pastorelle). Vi ha ripetuta parte la donna “intellettuale”, come la canzonetta Ad una bella donna che dilettavasi di studiare l’astronomia, pur se Le donne benché coltivino le scienze non devono disprezzar l’amore. Novella, la cui ottava finale – la 65 – non a caso batte: «Belle donne, che sol avete boria / il tempo di passar nello studiare, / tenete fisso ormai nella memoria / che presto o tardi Amor ve la vuol fare. / Se non prestate fede a questa storia, / potete da voi stesse penetrare / che, se prendiamo ben le cose a fondo, / voi siete qui per popolare il mondo». La donna è ingrediente irrinunciabile della socievolezza, ma in ultima istanza è destinata alla procreazione. Si oscilla tra tonalità “serie” (l’acrimonia nella riprovazione dei frati corrotti, per dire, un coerente filogiuseppismo: «chel sovran» «che alla religion / jà rindut puritat / e, cul so biel candor, / la so simplicitat» [quel sovrano che ha restituito alla religione purezza e, con il suo candore, la sua semplicità], in Par l’elezion dell’Arcivescul di Lubiana) e larghe concessioni alla malizia (francamente osceno un dialogo tra una penitente e un confessore, che poi subisce la coda di una “morale”: una “morale” antifrastica, tutt’altro che castigata), con il gusto della espansione narrativa a partire dal piccolo spunto di cronaca (Il parto improvviso, per dire), dove gli endecasillabi sciolti si alternano con i ritmi agilissimi della canzonetta. Le riprese da Boileau convivono con In lode del buon piccolitto del conte Delmestri. Canzonetta mandata mediante l’abate Serafini. Non si dà antitesi tra italiano e friulano. Anche in friulano (dove prevale l’uscita in –a, più specifica del goriziano, mentre nella stampa è quasi sistematico l’esito -e) si esprime l’analisi bonariamente caustica dei costumi e si rispettano i doveri accademici (le varie adunanze, le pastorelle). Anche i versi d’occasione trovano il loro spazio, come trova spazio l’interesse per la novità (Par l’invenzion del ballon areostatic, pretesto per riflettere sul senso del progresso). E poi il racconto ispirato all’episodio trito: non senza gli ammicchi del doppiosenso. Ma importa la polemica antifrancese, che si rifrange in componimenti italiani, uno francese e uno, violento, friulano. La Chianzoneta in dialet gurizan par illuminà il popul riguard a che libertat ed eguaglianza culla qual i frances ai nestris dis pretindin di sovertì dutta l’Europa riprende la cifra della Cordè e del Robespierre. Lo stralcio largo è di rigore: «L’uguaglianza, chiars amis, / fissait ben nella memoria, / no jè nanchia in paradis / che 1’è il centro della gloria. // Son i prims i Serafins / e i ultims son i Agnui, / e fra miez son Cherubins, / e son anchia i Arcagnui. // […] // Se la roba jè cusì, / che l’un devi comandà / e chel altri po ubbidì, / mo ce dianbar si ha di fà? // Ma laffè mo che 1’è miei / se un sol a nus comanda, / contentasi che chel sei / il sovran che Dio nus manda. // […] // Sei pittoc o pur sei sior, / sol quand un ven a murì, / sei stat mus o pur dottor, / sulla barra, là, sior sì // là si dà vera uguaglianza, / cusì ca, com’anchia in Franza: / resta sol di rindi cont / del so vivi all’altri mond» [L’uguaglianza, cari amici, fissatelo bene nella memoria, non si trova neppure in paradiso che è il centro della gloria. Sono primi i Serafini e ultimi sono gli Angeli, e in mezzo sono i Cherubini e anche gli Arcangeli. (…) Se le cose stanno così, che l’uno debba comandare e l’altro obbedire, che cosa si deve dunque fare? Ma certo che è meglio se uno solo ci comanda, stare contenti che questo sia il sovrano che Dio ci manda. (…) Sia miserabile o sia signore, solo quando uno muore, sia stato somaro o dottore, nella bara, là, signor sì, si dà vera uguaglianza, così qui, come pure in Francia: resta solo da rendere conto della propria vita all’altro mondo]. «Maledetta rimembranza / della libertat di Franza!»: accanto alle richieste più svagate dell’intrattenimento, il friulano risponde anche all’oltranza della più intransigente e accanita battaglia politica. È un fatto inconsueto e dirompente per il ventaglio delle sue funzioni.

Chiudi

Bibliografia

Ms BCU, Joppi, 52, Poesie piacevoli, satiriche e morali.

Commedie, Trieste, Höchenberger, 1792; tomo secondo, Trieste, Wage, Fleis, e Comp., 1793; La Cordè. Azione eroica, Gorizia, Tommasini, 1793; Robespierre. Tragicommedia in tre atti, s.i.t., 1795; Il missionario, ossia la conversione di un maomettano, s.i.t., 1796; Poesie piacevoli, satiriche, e morali, Gorizia, Tommasini, 1783; Chianzonetta in dialet gurizan […], a cura di F. FURLAN, «Forum Iulii», 4/2 (marzo-aprile 1914), 98-103, poi anche in fascicolo autonomo.

R. PELLEGRINI, Il Goriziano tra Cinque e Settecento, in PELLEGRINI, Ancora tra lingua e letteratura, 297-324; A. GALLAROTTI, Letteratura goriziana in friulano, Gorizia, Stampa Goriziana, 2002, 46, 54-60, con ulteriori indicazioni.

Nessun commento

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *