TAVOSCHI EGIDIO GUSTAVO

TAVOSCHI EGIDIO GUSTAVO (1865 - 1927)

poeta

Immagine del soggetto

Il poeta Gustavo Tavoschi in un ritratto dello studio Malignani, s.d. (collezione privata).

Nacque a Clavais di Ovaro, in Carnia, nel 1865 da Fedele Daniele e Anna Gortani. Il benessere, pur misurato, consentì al padre di affidare i figli al maestro Lenna di Socchieve. Segretario comunale, T. esercitò la professione a Raccolana, Rigolato, Prato Carnico, Ovaro, Colloredo di Montalbano, Buia, di nuovo a Colloredo, dove nel 1927 morì improvvisamente. La scrittura per T. è esperienza privata, condivisa nel cerchio breve. Tre componimenti compaiono nello «Strolic furlan», un quarto, ormai postumo, nel «Ce fastu?», con a rincalzo un profilo dell’autore, «uno dei più fattivi soci della Filologica». Al 1931 risale, con l’eleganza garantita dalle edizioni de «La Panarie», un «grazioso opuscoletto» per nozze Tavoschi-Tarantola dal quale, per l’omonima rivista, Enrico Fruch, amico partecipe, estrasse tre testi, corredandoli di una postilla. Solo nel 1979, su iniziativa del figlio Aldo (e con dedica «A Paola e Giovanni / in memoria del Nonno», a saldare il perimetro), esce Sfueis di lunari [Fogli di calendario], a fornire una più compiuta dimensione. Pur registrando la passione culturale (da Carducci a Pascoli, da Ermes di Colloredo a Zorutti), la consonanza con Leopardi, è sul temperamento dell’uomo, sulla sua caratura etica, che insistono le prime note. ... leggi Così il «Ce fastu?» nel 1928: «Il suo carattere sensibilissimo e foggiato di squisita bontà non era forse il più adatto a vivere nei nostri tempi; egli non sapeva fingere, né si sentiva la forza di rompere certi lacci fatali a sé d’intorno, perciò era suo costume in questi casi tacere e soffrire». Così Fruch nel 1931: «Tipica figura di galantuomo e di studioso, condusse una vita appartata, fra le pratiche del suo ufficio e gli affetti della famiglia…», «noi, però, sappiamo quale anima di poeta Egli fosse e quale onesta e schietta figura di carnico antico sia scomparsa con Lui». Dove si coglie il velo di una peraltro necessitata reticenza sul contesto, sul fascismo ostile a un T. «pascoliano e socialista». Sono infatti i suoi avversari politici a precipitarne la morte: «morì di ‘angina pectoris’, dopo un colloquio con uno dei suoi vessatori»; e ancora, con più inquietante prospettiva: «Venivano di notte sotto casa, i fascisti, e gridavano: ‘Il segretario ruba i pennini…’. Lui portava a casa dal Municipio i pennini sì, ma ‘quei schincai che el doveva butar via, perché bisognava risparmiar…’» (Raimondi). Qualche perplessità sui versi ha manifestato Giancarlo Ricci nella sua recensione: sulla grafia, sul vezzo di trascurare i pronomi clitici soggetto, sulla ospitalità concessa a italianismi e venetismi. E in sintesi: «Par ordenari a’ son puisiis fàcilis e lameùtis; sintiments plui fonts si cjàtiju nome tal ricuart de sô Cjargne e dulà ch’al pant il so afiet pai siêi di famee» [Di solito sono poesie facili e insipidette, sentimenti più profondi si trovano solo nel ricordo della sua Carnia e dove manifesta il suo affetto per i suoi di famiglia]. Il titolo del volume richiama la sezione in avvio, una corona calendariale che si interrompe ad agosto, ma come filo conduttore si può assumere il bestiario, che accampa alcuni medaglioni (Il cuc [Il cuculo], Il gri [Il grillo], Nid di cisilis [Nido di rondini], Il ragn [Il ragno]), per diramarsi fitto nell’intera sequenza: il legame più limpido con Pascoli (si aggiungano le onomatopee: «Lui frrr… mi s’ciampe vie» [Lui frrr… mi scappa via], «Sint a piulà un trâf / Cicì, cicì, cicì» [Sento pigolare una trave / Cicì, cicì, cicì]). Al motivo della natura si affiancano, non in antitesi, i componimenti d’occasione, nel segno di una affabilità garbata: per nozze, per culle fiorite, con una escursione geografica che va dalla Carnia all’area collinare, a Udine. Il friulano rispetta la varietà messa a punto dalla tradizione, non senza indulgenze per il prestito («fede», «filosofo», «silenzio», «telegrafo»), a volte adattato («fenil», «flaut», «petegolezz»), con sintagmi che tradiscono un ordito non nativo («floride primevere» [fiorita primavera], «nêfs spendints» [nevi splendenti], «un ideâl lontan» [un ideale lontano]). Ma anche con tessere genuine: «bicoce» [qui la bisaccia del postino], «senze tante nise» [senza tanta gramigna]. Importa però la varietà metrica, dalla ragnatela più delicata e cantabile a ritmi più sostenuti: dalla quartina che ricalca la villotta alla strofetta di senari, dai sonetti alle terzine. Con esiti di ariosa fluidità, come in questo endecasillabo di soli monosillabi: «Vert cuell e plàn, e vert dutt quant in zîr» [Verde collina e pianura, e verde tutto intorno], con un tocco di colore che ricorda Carducci. La memoria letteraria è tuttavia sfumata, pur se si citano Colloredo (in dittico con Nievo, a evocare il castello) e Leopardi («Ta’l mont no l’è mai câs / Che sei feliz nissùn» [Nel mondo non si dà mai caso / che sia felice nessuno]). La plovisine [La pioggerellina] di Zorutti affiora per contro netta in Ploe di mai [Pioggia di maggio], nella alterazione suffissale («Ploiute cuiete…» [Pioggerellina quieta…]), nei meccanismi iterativi («cole, cole» [cade, cade], «T’un lamp ié sparide / T’un lamp ‘a va sott» [In un baleno è scomparsa / in un baleno è assorbita]) e nelle stesse immagini («La razze si spache / La jù tal fossâl…» [L’anatra si scuote / laggiù nel fosso…]). Una poesia che si muove tra piega malinconica («malincunie», «l’asei de nostalgie» [il pungiglione della nostalgia]) e lepidezza, come ha avuto modo di osservare Enrico Fruch: «pochi canti» «ha lasciato», e in questi «si rispecchiano, su un fondo vagamente pascoliano, un’anima schiva e malinconica di sognatore e, insieme, il sorriso di uno spirito arguto».

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Bibliografia

G. TAVOSCHI, Sfueis di lunari, Udine, Tarantola-Tavoschi, 1979.

DBF, 778; «Ce fastu?», 4 (1928), 72; Sfuèjs di lunari, «La Panarie», 7/43 (1931), 37-39 (con la nota di e.f. [Enrico Fruch]); Mezzo secolo di cultura, 264; G. RICCI, Recensione a Sfueis di lunari, «La Panarie», n.s., 12/45 (1979), 65-66; D’ARONCO, Nuova antologia, II, 219; M. TORE BARBINA, Voci e trame della poesia, in Guart, 507-508; L. RAIMONDI COMINESI, Aldo Tavoschi, libraio in Udine (1906-1985), «M&R», 26/1 (2007), 95; ID., Giovanni Daniele Tavoschi - Fedele detto «Neto» (Clavais 1861-1936), ibid., 27/2 (2008), 234-236.

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