TORRE VALSASSINA (DELLA) MICHELE

TORRE VALSASSINA (DELLA) MICHELE (? - 1844)

barnabita, poligrafo

Immagine del soggetto

Raccolta di reperti lapidei in una sala del Museo archeologico di Cividale all'inizio del Novecento.

Per origine familiare sembrava predestinato a seguire i destini del Sacro Romano Impero e della monarchia austriaca. Infatti la famiglia Torriani si era schierata dalla parte imperiale fin dal rinascimento, scontrandosi per questo con i filoveneziani Savorgnan. Sarebbe tuttavia certo sbagliato incasellare rigidamente la sua figura e la sua opera in una dimensione politica, come fece Michele Leicht nella temperie antiaustriaca di fine Ottocento, poiché il suo vero mondo fu quello dello studio storico del passato e per questo fu molto vicino a Iacopo Pirona, condividendo in pari modo le istanze del romanticismo italiano e in qualche misura prefigurando un atteggiamento positivistico. Fondamentali per i suoi orientamenti culturali furono la scelta di entrare nell’ordine dei barnabiti e il soggiorno a Milano, dal 1776, ove appena diciannovenne cominciò a occuparsi di antichi documenti, insieme con il canonico di Monza Antonio Francesco Frisi, fratello di uno degli esponenti del movimento illuministico a Milano e animatore del gruppo del “Caffè”, e con l’abate Angelo Fumagalli, fondatore della Scuola di diplomatica e paleografia del monastero di S. Ambrogio a Milano (1783), che aiutò per la pubblicazione delle sue Antichità longobardiche-milanesi, uscite nel 1792-1793, e ancora nel 1802 per le Istituzioni diplomatiche. Ritornato a Cividale, una prima volta nel 1796 e una seconda nel 1801, si occupò dei documenti e dei monumenti di quella città almeno dal 1803 fino alla morte, avvenuta nel 1844. Ricevette grande considerazione sia durante il Regno d’Italia, sia sotto la dominazione austriaca, e ancora nel fiorentino Gabinetto Vieusseux, di sentimenti patriottici. ... leggi Nel 1806 il governo francese gli chiese una notizia storica intorno allo stato del Friuli e dei suoi confini. La sua opera, rimasta quasi completamente manoscritta, è quella vastissima di un poligrafo. Essa, racchiusa in ventiquattro cartolari che si conservano nella biblioteca del Museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli, vanta 138 titoli che spaziano tra i temi più vari: di argomento cividalese sono ben diciassette trattazioni. Insieme si conservano anche le minute di lettere agli eruditi e intellettuali del Friuli, e non solo: si tratta di materiale di straordinario interesse, che attende ancora un’approfondita analisi critica. Lo storico toscano Giuseppe Canestrini, scrivendo il necrologio di d. T., ne ricordava soprattutto l’attività di ricercatore e interprete di documenti. Egli scriveva che «i compilatori dell’Archivio Storico Italiano [che diede avvio alle pubblicazioni nel 1842], il cui intendimento è di pubblicare le cronache e i documenti inediti riguardanti non solo la storia generale d’Italia, ma ancora quelli che rischiarano gli avvenimenti e i fatti più importanti dei municipi nel medio evo; sino dal principio tennero corrispondenza col canonico della Torre, per ottenere notizie e schiarimenti intorno alle storie e memorie inedite che potevano servire ad illustrare la provincia del Friuli nei tempi di mezzo… e profittare dell’erudizione di quell’archivista e dei suoi pregevolissimi lavori storici. E l’egregio canonico, che univa al sapere un animo gentile e patriottico, accoglieva con amore l’istituzione dell’Archivio Storico, e nutriva la speranza che i suoi studi non solamente non rimarrebbero sconosciuti, ma anzi alcuni di essi sarebbero stati presi in esame dai compilatori dell’Archivio; e ciò tanto maggiormente accresceva in lui l’ardore a terminarli, […] vedendosi vicino al termine del suo lungo corso mortale». Lo stesso d. T. scriveva a Firenze, nell’aprile del 1841: «Confesso ingenuamente che mi trovo nell’età di 84 anni e sono in un impegno grandissimo… la illustrazione dell’archivio capitolare di Cividale, la cui esistenza data dall’VIII secolo». Il lavoro fu poi finito nel settembre dello stesso anno e consta di trenta volumi in folio (secondo Brozzi, 1994, nel 1837 furono conclusi ventiquattro volumi di Pergamene capitolari). La sua attività di raccolta seguiva, quindi, di pochi anni il famoso invito di Foscolo a Pavia («Italiani, vi esorto alle storie!») e anticipava di un ventennio l’accorato appello lanciato all’Accademia di Udine nel 1832 da Iacopo Pirona per il censimento e la raccolta sistematica delle testimonianze archeologiche, epigrafiche e documentarie relative alla storia del Friuli. La fama di d. T. è oggi legata agli scavi archeologici di Cividale, che egli svolse ufficialmente dal 1816 al 1827. In realtà «sino dal 1812 fece alcuni saggi nel cortile della casa di sua abitazione, dai quali seppe con molto criterio dedurre, che la Cividale presente è tutta fabbricata sulle rovine della Cividale del tempo de’ patriarchi aquileiesi; questa sulle longobardiche e la longobarda sulle antiche romane» (Brignoli, 1823, 401). Nel 1816 redasse «una memoria, presentata prima alle autorità del luogo, e successivamente all’I. R. governo di Venezia, e per mezzo di questo all’I. R. camera aulica di Vienna… [ove] fissò i punti ove doveano farsi gli scavi, e ciò che in ciascheduno punto ricercare doveasi» (ibid., 403). Furono i primi scavi di archeologia medievale in Italia e incontrarono fin da quel tempo favorevole accoglimento, anche perché portarono all’apertura del Museo di Cividale, voluta dalla monarchia austriaca quasi in contrapposizione ai musei “napoleonici” di Aquileia e di Zuglio. Nel 1831 Carlo d’Ottavio Fontana lo definì «grande amatore d’antichità, alle di cui cure Cividale sua patria deve la creazione del museo d’antichità che ora l’adorna, e che ogni giorno va aumentandosi cogli scavi diretti dal sullodato intelligente sig. canonico… sostenuto dalle munificenze di S. M. l’Imperatore, cui nulla sfugge di quanto può essere di vantaggio e decoro delle province di sua monarchia». Da secoli ferveva in Friuli una disputa tra i sostenitori dell’identità di Zuglio con l’antica Forum Iulii, tra i quali erano in primis Angelo Maria Cortenovis e il suo discepolo Girolamo Asquini – autore ancora nel 1827 di un’opera intolata Del Forogiulio dei Carni, in cui ribadiva le sue idee –, e coloro che vedevano Cividale come erede dell’antica città. Francesco I, quando il 27 aprile 1816 si recò in visita a Cividale, chiese su questo dibattito informazioni al canonico d. T., il quale sostenne che, a suo avviso, l’antica Forum Iulii era da considerarsi Cividale, ma che la questione si sarebbe potuta risolvere solo con l’esecuzione di scavi archeologici. Pertanto l’imperatore, con sovrana risoluzione del 15 luglio successivo, finanziò per un triennio, poi prorogato per altro triennio, le indagini, affidandone a lui la direzione. Esse si svolsero in concomitanza con la prosecuzione degli scavi ad Aquileia, sotto la direzione di Girolamo Moschettini, mentre gli scavi a Zuglio vennero definitivamente abbandonati. Il d. T. si trovò costretto ad affrontare nuovi problemi e soprattutto ad organizzare in maniera sistematica la registrazione dei dati. Lo fece con ottima capacità e soprattutto con una metodicità da archivista, che supera di gran lunga le notizie che ancor oggi possiamo leggere nei manoscritti di Leopoldo Zuccolo e di Moschettini, attivi rispettivamente nel periodo napoleonico e in quello austriaco ad Aquileia. In ciò fu certo favorito dalla vivace tradizione burocratica del Lombardo-Veneto. I magnifici disegni dei suoi album sono stati spesso riprodotti nella moderna letteratura, anche se sorge la domanda se tutte quelle belle “fabbriche” abbiano effettivamente avuto una pianta così regolare come risulta dalle sue annotazioni. Alcune sue idee, mutuate dall’abate Bianconi, come quella che tutte le colonie imitassero urbanisticamente Roma, sono ovviamente oggi abbandonate, anche se “l’imitatio Romae” viene sempre più spesso trovata in alcune parti degli spazi pubblici e degli edifici monumentali di varie città italiane. Di straordinario interesse i disegni degli oggetti da lui rinvenuti in special modo nella necropoli Cella, scoperta tra 1821 e 1822, che è una delle più antiche, se non la più antica in assoluto, del periodo longobardo in Italia. Inizialmente, come è spesso consuetudine, la necropoli fu intesa come relativa a una battaglia: «i monumenti longobardici quivi stesso trovati… comprovano e le battaglie di Totila con Narsete, ed i fatti di Vitige, di Belisario, e parecchi posteriori» (Brignoli, 1823, 410). Ancor oggi i numerosi album di d. T. sono fonte assolutamente indispensabile di informazioni sugli insediamenti antichi nel Cividalese.

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Bibliografia

G. DE BRIGNOLI DI BRUNNHOF, Notizie intorno le scavazioni dell’antica città di Foro-Giulio (Cividale), «Giornale arcadico», 18 (1823), 400-411; M. DELLA TORRE VALSASSINA, Biografia di quattro vescovi che governarono la chiesa di Trieste nel XIII secolo: Corrado, Volrico, Ulvino, Brissa, «Archeografo Triestino», 3 (1831), 329-338; C. D’OTTAVIO FONTANA, Illustrazione d’una serie di monete dei Vescovi di Trieste, «Archeografo Triestino», 3 (1831), 301-328; Scavi di Cividale del Friuli ove credesi esservi stato l’antico Foro Giulio, «Annales de l’Institut de corrispondence archéologique», 7 (1835), 213-220; G. CANESTRINI, Cenni necrologici e biografici, Michele della Torre e Valsassina, «Archivio storico italiano», Appendice 1 (1842-1844), 239-242; M. DELLA TORRE VALSASSINA, Delle vicissitudini della chiesa Aquilejese e del patriarcato, Udine, Tip. Vendrame, 1847 (Monografie friulane); ID., Di Cividale e dei suoi monumenti, Udine, Tip. Vendrame, 1847 (Monografie friulane); M. LEICHT, Monsignore Conte Michele della Torre, Canonico della Collegiata Cividalese, «Pagine friulane», 7/8 (1894), 135-136; G. MARIONI, Mons. Michele co. della Torre Valsassina, Cividale, s.n., 1938; ID., Michele della Torre, «Ce fastu?», 5-6 (1944), 347-348: M. BROZZI, Il sepolcreto “Cella”: una importante scoperta archeologica di M. della Torre alla luce dei suoi manoscritti, «Forum Iulii», 1 (1971), 24-62; D. STRINGHER, Michele della Torre (1757-1844) - Vita e opere, «Quaderni cividalesi», 5 (1977), 23-31; E. ACCORNERO, Michele della Torre archeologo del XIX secolo, «Archeologia veneta», 4 (1981), 151-169; M. VISINTINI, Un archeologo a Cividale: Michele della Torre fondatore del museo, «Quaderni cividalesi», 9 (1981), 33-50; M. BROZZI, Michele della Torre e la sua “storia” degli scavi (1817-1826), «MSF», 62 (1982), 112-113; M. BROZZI, Bibliografia altomedievale cividalese: storia, arte e archeologia, «MSF», 74 (1994), 259-272; S. COLUSSA, La figura di Michele della Torre da alcune lettere dell’epistolario di Girolamo Asquini, «Quaderni cividalesi», 24 (1997), 69-77; R. D’ANDREA, Michele della Torre e Valsassina (1757-1844) erudito “antiquario” a Cividale, «Forum Iulii», 22 (1998), 77-96; S. DELLANTONIO, Michele della Torre Valsassina e Giovanni Gortani, due archeologi dell’Ottocento in Friuli-Venezia Giulia, «Archeografo triestino», 58 (1998), 47-100.

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