TREVISANATO GIUSEPPE LUIGI

TREVISANATO GIUSEPPE LUIGI (1801 - 1877)

arcivescovo

Immagine del soggetto

Ritratto dell'arcivescovo Giuseppe Luigi Trevisanato (Udine, Museo diocesano e gallerie del Tiepolo).

Nacque a Venezia il 15 febbraio 1801 nella parrocchia di S. Eufemia alla Giudecca, ma quand’era ancora fanciullo la famiglia si trasferì nella parrocchia di S. Stefano. Dopo gli studi filosofici e teologici nel Seminario patriarcale, riaperto da poco alla Salute, il 19 marzo 1824 venne ordinato sacerdote dal patriarca Pyrker. Nel 1825 divenne catechista presso il convitto imperiale S. Caterina. Due anni dopo il patriarca Iacopo Monico, di cui divenne uno tra i più stimati collaboratori, lo chiamò ad insegnare filologia greca nel Seminario patriarcale di Venezia e nel 1831 gli fu affidato anche l’insegnamento di lingue orientali ed ermeneutica sacra. Affiancò a tale attività quella pastorale nella parrocchia di S. Stefano e nel 1841 venne nominato canonico teologo di S. Marco. T. restò fondamentalmente estraneo al clima di entusiasmo determinatosi con l’elezione di Pio IX e con la liberazione di Venezia dalla dominazione austriaca e, dopo la caduta della Repubblica democratica di Venezia, ingaggiò una dura polemica nei confronti del razionalismo illuminista e del sovvertimento rivoluzionario della tradizione, sia in ambito religioso che politico. Il 15 marzo 1852 T. venne preconizzato vescovo di Verona, ma non prese possesso della diocesi in quanto, essendosi resa vacante la sede di Udine dopo la morte dell’arcivescovo Zaccaria Bricito, l’imperatore ritenne opportuno, il 26 maggio dello stesso anno, nominarlo alla guida della Chiesa udinese. La Santa Sede ratificò tale nomina nel concistoro del 27 settembre, e il 16 gennaio del 1853 T. ricevette in Roma la consacrazione episcopale dal friulano card. Fabio Maria Asquini. Sin dalla prima lettera pastorale al clero e al popolo della diocesi di Udine – in occasione della consacrazione episcopale – T. sottolineò con fermezza che il «bastone dell’uffizio pastorale» gli fu consegnato «per mano del vescovo consecrante» affinché «sia piamente rigido nel correggere i vizii», applicando inoltre «una censura anche severa». Egli volle, in tempi giudicati «infelicissimi», un clero pienamente sottomesso all’autorità vescovile e non compromesso in alcun modo con le aspirazioni e le iniziative dei liberali. ... leggi Si adoperò peraltro affinché fossero reintegrati i parroci e i professori del Seminario arcivescovile allontanati dal governo austriaco dall’insegnamento e dalla cura d’anime. Ottenne la liberazione di parecchi prigionieri politici e, in particolare, quella di don Natale Talamini, detenuto nella fortezza di Palmanova, che poté ritornare in Cadore. La prima preoccupazione di T. fu quella di compiere la visita pastorale alla vasta arcidiocesi, che venne indetta con la lettera pastorale del primo luglio 1853 e da cui si attendeva il ritorno sulla retta strada delle «sbrancate pecorelle». Il lealismo di T. nei confronti del governo austriaco e le espressioni di ossequio riservate all’imperatore furono costanti e senza riserve, tanto da meritargli accuse di austriacantismo nella Cronaca umoristica dei Misométori udinesi, attribuita al canonico del Capitolo udinese mons. Gianfrancesco Banchieri. Il suo atteggiamento nei confronti del processo di unificazione nazionale fu di netta chiusura, soprattutto in relazione alla concomitante sottrazione di territori appartenuti da secoli allo Stato della Chiesa. Ai sacerdoti concorrenti ai benefici ecclesiastici T. impose, a partire dall’anno 1861, di sottoscrivere una dichiarazione (Doctrina tenenda circa Temporale Romani Pontificis Dominium) in cui si sosteneva la necessità del potere temporale per il libero esercizio del supremo ministero apostolico e il carattere sacrilego di ogni attentato alla sua esistenza. La difesa del potere temporale dei papi venne intesa da T. come strumento efficace volto al ricompattamento del clero e dei fedeli friulani attorno ad un programma di integrale difesa della funzione direttiva della religione cattolica e della gerarchia ecclesiastica nei confronti della società civile, e di condanna senza compromessi delle libertà moderne che potevano minacciare l’antico ordine paternalistico, fondato sul principio legittimistico. Nella lettera pastorale del 14 gennaio 1860, l’arcivescovo di Udine mise in guardia il clero e i fedeli da coloro che «impugnano con tanto furore il dominio temporale dei papi»: nonostante essi affermino di essere buoni cattolici, sono in realtà «lupi rapaci» che si preparano ad «impugnare un altro giorno la spirituale autorità» del papa; si servono del nome di cattolici per sferrare il più formidabile attacco al papato e alla Chiesa di Roma, privandoli della libertà nell’esercizio del ministero apostolico e di quell’«esteriore decoro» che li rende venerandi agli occhi di duecento milioni di fedeli. Nella lettera T. condannò inoltre le tesi dell’autore dell’opuscolo Le Pape et le Congrès che, redatto dal visconte de La Guéronnière, esprimeva il voto favorevole di Napoleone III intorno al restringimento dei confini dello Stato pontificio, così che al papa restassero solo Roma e dintorni. Un evento di grande rilevanza durante i nove anni della permanenza di T. in Friuli (1853-1862) – prima che fosse chiamato alla sede patriarcale di Venezia il 17 gennaio 1862 – fu il concordato del 18 agosto 1855 della Santa Sede con l’Austria, che il papato romano considerò esemplare sia per il superamento del giuseppinismo sia per «il riconoscimento del primato di giurisdizione pontificio su tutta la Chiesa». T. l’annunziò al clero con traboccante letizia, giungendo persino a vedere nell’imperatore Francesco Giuseppe I una figura che la storia avrebbe accostato a Costantino e a Carlo Magno. La conseguenza più rilevante del concordato nella vita religiosa della provincia veneta, che includeva anche la diocesi di Udine e quella di Concordia, dal 1855 affidata alle cure del friulano mons. Andrea Casasola, fu il concilio provinciale veneto che, convocato dal patriarca di Venezia Angelo Ramazzotti, iniziò il 18 ottobre 1859 e si concluse il 4 novembre. La visione generale che ispirò i principi teologici e le norme disciplinari che vennero stabiliti dal concilio veneto fu quella dell’intransigentismo, che stava assumendo un ruolo centrale nella stampa cattolica, nell’azione pastorale dei vescovi eletti negli anni Cinquanta e nell’insegnamento delle discipline teologiche nei seminari e nella facoltà teologica dell’Università di Padova. Si comprende facilmente che, sulla base di questi indirizzi politico-religiosi, un compromesso con le richieste dell’opinione pubblica liberale e degli stessi cattolici orientati verso soluzioni riformistiche non fosse neppure ipotizzabile. T. era peraltro persuaso che il progetto di una «conciliazione tra il Papato e l’Italia nell’interesse della Religione come della Patria» fosse «utopistico, poste le attuali condizioni: questi interessi non potevano mai conciliarsi» e in alcun modo poteva raccordarsi «la luce colle tenebre, la giustizia con l’ingiustizia, il diritto con l’usurpazione». Si promossero, invece, indirizzi di piena sottomissione al magistero del papa e alla tesi dell’intangibilità del suo dominio temporale. Particolare risalto assunse quello che fu sottoscritto dal clero friulano, in occasione degli esercizi spirituali del settembre 1862, proprio nel periodo in cui scoppiò il caso Volpe, l’abate patriota bellunese che aveva pubblicato a Faenza nel giugno 1862 l’opuscolo La questione romana e il clero veneto, in cui motivava teologicamente la sua posizione antitemporalista. T. – che venne preconizzato patriarca di Venezia nel concistoro del 7 aprile 1862 e fece il suo ingresso a Venezia l’8 settembre 1862 – su invito del card. Costantino Patrizi richiese ai vescovi delle diocesi venete di far sottoscrivere individualmente ai sacerdoti una protesta antivolpiana, e le adesioni accordate o negate funsero da criterio distintivo della fedeltà senza incrinature alla prospettiva politico-religiosa di Pio IX. Il 16 marzo 1863 il nuovo patriarca – punta di diamante del cattolicesimo intransigente veneto – venne creato cardinale da Pio IX, che riconobbe in lui uno dei più tenaci assertori dell’ortodossia. Il 28 giugno del 1863 indisse il sinodo diocesano, che – non più convocato da oltre un secolo – si tenne il 4, 5, 6 settembre in S. Marco. Il sinodo condannò gli errori moderni, dal liberalismo al socialismo, mise in guardia i fedeli dalla stampa dannosa, richiamò i laici all’obbedienza nei confronti dell’autorità costituita, deplorò l’allentamento dei costumi e impose ai sacerdoti di colpire severamente l’abuso allora in vigore di scegliere le spose ancor giovanette. Potenziò la stampa cattolica sostenendo in particolare Pietro Balan nella fondazione nel marzo 1865 del primo giornale cattolico della regione veneta, «La Libertà cattolica», e promosse la nascita del primo quotidiano cattolico, «Il Veneto cattolico», sorto il 4 marzo 1867. Nel 1866, con l’annessione di Venezia al Regno d’Italia, la legislazione in materia ecclesiastica venne estesa anche alla città lagunare e si assistette a nuove soppressioni di congregazioni religiose. Il capitale della mensa patriarcale passò quasi interamente allo Stato e T. fu costretto a lasciare il palazzo di piazza S. Marco per essere accolto in Seminario, dove riassunse l’insegnamento delle lingue orientali nei corsi teologici. Nel 1869 partecipò ai lavori del Concilio Vaticano I, accompagnato dal suo teologo mons. Berengo. Fu tra i più strenui sostenitori della infallibilità pontificia, assieme al confratello veneziano mons. Zinelli, vescovo di Treviso. Dopo il ritorno in diocesi, sostenne le nuove organizzazioni sociali dei cattolici. Tra il 12 e il 16 giugno 1874 presiedette alla Madonna dell’Orto la prima assemblea dell’Opera dei congressi, di cui aveva intravisto le potenzialità. Tre anni dopo curò il pellegrinaggio diocesano del 3 giugno a Roma per il giubileo di Pio IX, senza poterlo tuttavia guidare, in quanto si spense il 28 aprile 1877.

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Bibliografia

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