TULLIO ALTAN CARLO

TULLIO ALTAN CARLO (1916 - 2005)

antropologo culturale

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L'antropologo culturale Carlo Tullio Altan.

Fra i primi a introdurre l’antropologia culturale in Italia e a organizzarne la presenza in ambito accademico, T. A. ha lasciato un interessante ed efficace profilo autobiografico nel 1992, al momento di abbandonare l’insegnamento cui aveva dedicato tanta cura. Ha voluto intitolarlo Un processo di pensiero, a richiamare il proprio intenso e coerente viaggio intellettuale iniziato con il primo testo pubblicato nel 1943, «sulla scia di Benedetto Croce» (La filosofia come sintesi esplicativa della storia), e durato un cinquantennio (fin lì; ma proseguito poi ancora fino alla morte, il 15 marzo 2005). Nacque a San Vito al Tagliamento (Pordenone) il 30 marzo 1916: da un lato, la famiglia paterna appartenente alla nobiltà friulana che aveva saputo coniugare l’attività imprenditoriale agricola con una intensa azione anche in campo scientifico, dall’altro la famiglia materna – i Vinaj, piemontesi – legata alla borghesia intellettuale di tradizione risorgimentale e di idee radicali. Pensando alla carriera diplomatica, si laureò, già in servizio di leva (dal 1938), in giurisprudenza a Roma nel 1940 con una tesi di diritto internazionale. In guerra prima e nella Resistenza poi (nella Osoppo, vicecomandante della brigata Giusto Muratti), maturò invece la scelta di una vita di studio, avvicinandosi criticamente all’idealismo crociano e sviluppando quello spiritualismo etico che segnò i contributi del primo dopoguerra (Pensiero d’Umanità, 1949; Parmenide in Eraclito, o della Personalità individuale come Assoluto nello Storicismo moderno, 1951). Il progressivo distacco da Croce maturò nel 1951: la rottura del matrimonio lo spinse a lunghi soggiorni di studio a Vienna, Parigi, Londra. Nacque in questo periodo la sua vocazione antropologica, favorita dalla conoscenza di Ernesto De Martino («fratello maggiore») e soprattutto di Remo Cantoni, caratterizzata dalle sollecitazioni verso un’antropologia orientata non alla e dalla ricerca di campo, ma interessata piuttosto ai rapporti con la fenomenologia religiosa, alla riflessione epistemologica, all’analisi di fenomeni propri delle “società complesse”. Lo spirito religioso del mondo primitivo (1960) segnò il suo ingresso nel mondo accademico: l’appoggio di Remo Cantoni (di cui dal 1958 era assistente volontario), la libera docenza e la vicinanza di Tullio Tentori, con il quale si interessò di antropologia culturale americana, i legami scientifici che strinse con alcuni settori della sociologia e della psichiatria, gli valsero nel 1961 l’incarico all’Università di Pavia. Era il primo insegnamento di antropologia culturale nell’università italiana. ... leggi Vennero poi il trasferimento nel 1968 all’Università di Trento (ancora Istituto superiore di scienze sociali), nel 1970 alla Facoltà di scienze politiche dell’Università di Firenze, l’ordinariato (1972), il trasferimento nel 1978 alla Facoltà di lettere dell’Università di Trieste. Il periodo di insegnamento è caratterizzato da una intensa attività pubblicistica e di ricerca. Da segnalare è innanzitutto la cura di T. A. – anche in questo pioniere nel settore antropologico dell’accademia italiana – nella predisposizione di adeguati (e fortunati) strumenti didattici, editi da Bompiani, sviluppati nel dialogo critico con gli sviluppi internazionali della riflessione e della ricerca antropologica come il funzionalismo critico, lo strutturalismo, l’antropologia linguistica e cognitiva, l’antropologia storica: Antropologia funzionale (1968), Manuale di antropologia culturale (1971), Antropologia. Storia e problemi (1983). I settori di ricerca intanto si diversificarono. Filo rosso restò il tema che aveva segnato il suo distacco dall’idealismo crociano: la messa a fuoco della dimensione simbolica inerente alle dimensioni della “primitività” e della “religiosità”, forme che l’intellettualismo razionalistico occidentale «ha ridotto negativamente ad una pura manifestazione di irrazionalità». Intorno a questo tema, che sarebbe riemerso come oggetto di riflessione dominante nell’ultima fase di lavoro, nei tardi anni Sessanta e negli anni Settanta sono tre gli ambiti di ricerca privilegiati all’interno della società italiana: la soggettività (come sviluppo della riflessione demartiniana sulla “crisi della presenza”, ripensata nel nuovo, difficile e contrastato clima che segnava le trasformazioni della società italiana in quegli anni, alla luce di quanto stava accadendo nell’ambito della riflessione e della pratica psichiatrica); la condizione giovanile (una serie di contributi che trovano sintesi ne I valori difficili. Inchiesta sulle tendenze ideologiche e politiche dei giovani in Italia, 1974); la ricerca, con prospettiva storica, e la riflessione, che continuerà fino agli anni Novanta, sul fondamento degli atteggiamenti e dei valori che caratterizzano ancora oggi la società italiana, ne segnano la vita politica, indebolendo la struttura democratica (trasformismo, familismo, ribellismo eversivo, e così via); numerosi i saggi su questi temi e le monografie, fra le quali si segnalano La nostra Italia. Arretratezza socio-culturale, clientelismo, trasformismo e ribellismo dall’Unità ad oggi (1986; ried. 2000), Populismo e trasformismo. Saggio sulle ideologie politiche italiane (1989), Ethnos e civiltà. Identità etniche e valori democratici (1995), Italia: una nazione senza religione civile. Le ragioni di una democrazia incompiuta (1995), La coscienza civile degli italiani. Valori e disvalori nella storia nazionale (1997), Gli italiani in Europa. Profilo storico comparato delle identità nazionali europee (1999). L’ultimo periodo della riflessione critica di T. A. è segnato da un ritorno alle tematiche antropologiche, in dialogo intenso con la storia delle religioni, relative all’esperienza simbolica e alla funzione delle strutture simbolicorituali nei contesti culturali e sociali. A muovere dai due saggi pubblicati sui numeri 9 e 10 della rivista triestino-udinese «Metodi & Ricerche», nella cui redazione era entrato a far parte attiva dopo il trasferimento all’Università di Trieste (Sullo specifico del simbolico; Sull’ermeneutica dei prodotti simbolici della cultura), numerosi sono stati gli interventi sul tema. La sintesi è nelle ultime monografie: Soggetto, simbolo e valore. Per un’ermeneutica antropologica (1992), Religioni Simboli Società. Sul fondamento umano dell’esperienza religiosa (con Marcello Massenzio, 1998), Le grandi religioni a confronto (2002). Il ritorno ad Aquileia e il trasferimento all’Università di Trieste hanno segnato, per T. A., anche il riavvicinamento alle tematiche storico-sociali e culturali del Friuli. In dialogo con il gruppo di «Metodi & Ricerche», con l’Istituto Gramsci, con giovani ricercatori impegnati nell’analisi dei processi che investivano la regione dopo l’esperienza del terremoto del 1976, sono numerosi gli interventi di riflessione sviluppati nello sforzo di cogliere la specificità friulana e le connessioni nazionali e internazionali delle trasformazioni. Si richiamano Tradizione e modernizzazione. Proposte per un programma di ricerca sulla realtà del Friuli (1982), Udine in Friuli (1982), Cultura contadina e modernizzazione. Il Caso Friuli (introduzione al Quaderno n. 18 della Fondazione Feltrinelli, 1982). Alla morte, il patrimonio librario dello studioso è stato donato dagli eredi alla Biblioteca civica di Udine.

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Bibliografia

La riflessione autobiografica di C. Tullio Altan è in Un processo di pensiero, Milano, Lanfranchi, 1992. Alla sua figura è dedicato il n. 16/1 (2005) di «M&R», n.s., con un Ricordo di Roberto Cartocci e la fondamentale Bibliografia di Carlo Tullio Altan, curata da G. FERIGO. Gli atti del convegno “Storia comparata, antropologia e impegno civile. Una riflessione su Carlo Tullio Altan” (Udine-Aquileia, 17-19 maggio 2006), sono in corso di stampa su «Lares».

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