VENERIO GIOVANNI FORTUNATO

VENERIO GIOVANNI FORTUNATO (1695 - 1763)

barnabita, filosofo, teologo

Immagine del soggetto

Frontespizio della "Filosofia morale cioè Etica, e Politica" di Giovanni Fortunato Venerio, Roma 1762.

La famiglia Venerio fu una famiglia nobile cittadina di Udine e da essa uscirono diversi importanti personaggi della cultura friulana. G.F., nacque nel 1695, almeno così riporta B. Asquini. Una scritta posta sotto un suo ritratto, conservato presso la casa di S. Antonio M. Zaccaria in Roma, lo dice morto a settant’anni nel 1763, il che anticiperebbe la nascita al 1693. Studiò con zelo nel ginnasio udinese, aperto nel 1679 dai padri barnabiti. Desideroso di entrare in quell’ordine, si recò a Roma. Fu ammesso al collegio dei novizi di Zagarolo e, dopo un anno di prova, fece la professione solenne nel 1711. Completò gli studi prima a Milano, alle Scuole Arcimbolde, poi a Pavia, mostrando ovunque i segni di un ingegno profondo. Laureatosi nell’Università di quella città, venne indirizzato all’insegnamento nel collegio della sua congregazione sempre a Pavia, ove raggiunse la carica di preposito. Le capacità evidenziate lo portarono a Milano come lettore di filosofia. Qui ebbe tra gli allievi il figlio ed il nipote del governatore (1719-25) del ducato (da poco passato agli Asburgo) conte Girolamo di Colloredo, con cui rimase in contatto per sette anni, collaborando in varie materie. Al servizio del Colloredo, che a Milano ebbe vita difficile nel cercare di dare ordine ad un’amministrazione assai corrotta, in qualità di segretario di gabinetto lavorò un altro friulano, Giuseppe Bini. Prova dell’apprezzamento che il V. raccolse è costituita dal fatto che fu predicatore dell’imperatore Carlo VI e venne nominato suo consigliere nelle materie teologiche. ... leggi A lui dedicò la prima opera importante, le Selectiorae Philosophiae Quaestiones, che videro la luce a Milano nel 1728, dopo che dal settembre 1724 era divenuto per atto imperiale docente di teologia dapprima al collegio barnabita di Pavia, indi nuovamente a Milano al collegio S. Alessandro (Scuole Arcimbolde). Nel 1729 il Senato milanese lo nominò professore di logica all’Università pavese. Cattedra di prestigio nella quale, però, non si trattenne a lungo. L’abbandonò, infatti, nel 1731, proponendosi la redazione di un’opera di teologia per la quale necessitava di maggior agio e tranquillità. Si recò perciò a Roma, ove dal 1731 al 1742 insegnò teologia nel collegio barnabita. Qui la fama della sua dottrina lo aveva preceduto e poi l’accompagnò, con la stima di cardinali, vescovi e teologi, divenendo egli punto di riferimento in materia teologica. Tra 1736 e 1741 diede alle stampe l’opera cui mirava: Quaestiones scolastico-dogmaticae in otto volumi. I primi sei dedicati a papa Clemente XII, che non solo gradì la dedica, ma approvò il lavoro con un suo breve e in gran parte ne sostenne le spese di pubblicazione. La benevolenza e la stima papale si rinnovarono con Benedetto XIV, al quale è dedicato l’ultimo volume dell’opera. Nel frattempo era divenuto esaminatore sinodale di Frascati. Non gli mancarono in seguito le più diverse incombenze e cariche. Fu in particolare per tre anni (dal 1747 al 1750) a Costantinopoli, nel quartiere cristiano di Pera, al seguito di Andrea Lezze, ambasciatore di Venezia presso il Sultano. Nel 1752 divenne preposito della collegiata di Udine, nel 1755 prevosto di S. Carlo a Milano, infine nel 1757, 17 agosto, il Papa lo scelse come suo confessore, indubbiamente incarico di notevole importanza. Venuto a morte l’anno successivo Benedetto XIV, il V., su ispirazione del padre generale dell’ordine P. F. Premoli, stese una breve relazione degli ultimi giorni del pontefice, rimasta manoscritta: Succinta e vera descrizione dell’ultima malattia del nostro signore Benedetto XIV. Fu inoltre esaminatore dei benefici della curia romana e visitatore apostolico. Tra 1756 e 1760 pubblicò una serie di volumi (dieci) di spiegazione puntuale di passi dei libri della Genesi, dei Re e dell’Esodo, rivolta a chi giornalmente s’esercitava in qualche lezione spirituale. I primi quattro uscirono a Venezia, gli altri a Roma. Scritti in italiano, per favorirne la fruizione da un vasto pubblico, furono ristampati dopo la sua morte. Se vasta fu la sua dottrina in campo teologico, non meno solida appare quella filosofica. Oltre le Selectiores Philosophiae Quaestiones, che parlano di alcuni aspetti della filosofia aristotelica e sono tratte dalle lezioni che egli impartiva al figlio del governatore Colloredo, sempre a Milano, nel 1730, pubblicò poi un altro libro di argomento aristotelico che andava a completare il precedente: In libros Aristotelis de mundo et coelo: nec non Ethicorum, Politicorum et Oeconomicorum selectiores quaestiones. Il volume dedicato a Clelia del Grillo Borromeo – la dotta nobildonna fondatrice a Milano, nel 1720, dell’Accademia dei Vigilanti, istituzione volta soprattutto agli studi scientifici – rappresenta una spia dell’inserimento del V. nella vivace società culturale milanese del tempo. L’ultima sua fatica fu Filosofia morale cioè Etica, e Politica secondo il solo lume naturale giusta la dottrina di Platone, ed Aristotile (1762). Opera in cui tratta dapprima dei principi dell’etica dei due grandi filosofi, che per il V., benché naturali, non sono in contrasto con il pensiero cristiano e, proprio perché basati su quella che è la natura umana, sempre validi. Non così è per il loro pensiero in campo politico: troppo è cambiato da allora. Infatti il V., tra l’altro decisamente antimachiavellico, propende, in linea con buona parte della riflessione politica del pieno Settecento, per la monarchia assoluta, che certo non rientra nelle motivazioni platoniche od aristoteliche. La superiorità di tale forma di governo starebbe soprattutto nella sua naturalità, nel suo essere svincolato dai diversi e contrastanti interessi particolari e nella continuità data dalla successione dinastica. Il V. morì in Roma il 26 settembre 1763. Filosoficamente era ancora legato alla scolastica, emergendo nel suo pensiero in particolare un orientamento scotista dichiarato: «Scotum sequor iuxta eius litteram». Ciò senza rigidi preconcetti né mancando di confrontarsi con i sistemi dei moderni. Lo scotismo è presente anche nella sua teologia, ove, però, esistono pure influssi di teologia positiva.

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Bibliografia

B. ASQUINI, Cent’ottanta e più uomini illustri del Friuli, Venezia, Pasinello, 1740 (= Bologna, Forni, 1990), 97-98; G. COLOMBO, Profili biografici d’insigni barnabiti, Lodi, Wilmant, 1871, 175-176; O.M. PREMOLI, Storia dei Barnabiti dal 1700 al 1825, Roma, Manuzio, 1925, 520-525; L. LEVATI - G. CALZA, Menologio dei Barnabiti, V, Genova, Derelitti, 1935, 280-281; G. BOFFITO, Scrittori barnabiti, IV, Firenze, Olschki, 1937, 130-135; Enciclopedia filosofica, 12, Milano, Bompiani, 2006, 12038.

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