ZAFFONATO GIUSEPPE

ZAFFONATO GIUSEPPE (1899 - 1988)

arcivescovo

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L'arcivescovo Giuseppe Zaffonato.

Nacque a Magré di Schio (Vicenza) il 29 agosto 1899. Compiuti gli studi nel Seminario di Vicenza, venne ordinato sacerdote nel 1922. Iniziò il suo apostolato di giovane prete nella parrocchia dei Carmini a Vicenza, poi della Ss. Trinità a Montecchio Maggiore, quindi come parroco all’Ara Pacis di Vicenza ed arciprete a Valdagno. Il 6 febbraio 1944 fu nominato vescovo di Elatea, con l’incarico di amministratore apostolico di Vittorio Veneto. Consacrato vescovo a Valdagno il 23 aprile 1944, divenne vescovo residenziale di Vittorio Veneto il 27 settembre 1945, rimanendovi per dodici anni. Compì due visite pastorali, fu sollecito nelle iniziative e in disparati programmi edificatori (il seminario, la casa degli assistenti diocesani, la casa esercizi, la casa dell’Azione cattolica e i vari collegi vescovili, le colonie montane), favorì la crescita delle vocazioni, aumentò il numero delle parrocchie. Insomma, Z. si mostrò un formidabile organizzatore e promotore infaticabile della crescita spirituale della diocesi. Gli interessava altresì ogni aspetto che potesse migliorare le infrastrutture sociali, per questo si fece interlocutore presso ministri e ministeri. Sarebbero state queste le caratteristiche e le qualità costanti e vivaci anche lungo tutto il suo ministero nell’arcidiocesi udinese. Z. succedeva al lungo episcopato di mons. Giuseppe Nogara; il suo apostolato, iniziato il 19 maggio 1956, durò sedici anni (1956-1972). Si trovò a reggere la diocesi udinese nel guado tra il prima e il dopo Concilio, un periodo segnato da radicali e rapide trasformazioni. ... leggi Indirizzò il 25 marzo 1956 la prima delle sue lettere pastorali, che si sarebbero succedute numerose fino al 1972, caratterizzate da attenzioni essenzialmente etico-morali, sacramentali, con uno speciale riguardo per i fanciulli e la famiglia. Il suo episcopato fu improntato essenzialmente all’attenzione pastorale e all’incremento per la vita cristiana a tutti i livelli, soprattutto parrocchiale. Perseguì con decisione il progetto di dare alla diocesi strutture adeguate, come la curia e il palazzo arcivescovile, di cui si avvertiva la necessità, mentre inaugurò la rinnovata ed ampliata sede del Seminario di Udine (1956), progettato da Nogara, quindi la sua Biblioteca con il Gabinetto scientifico (1963), il Museo diocesano, l’Istituto magistrale, e rinnovò la sede per l’Azione cattolica, movimento che particolarmente sostenne e incoraggiò. Nessun periodo anteriore può documentare uno sviluppo di opere così intenso: dalle chiese nuove, alle chiese restaurate, alle case della gioventù, alle scuole per la dottrina cristiana. Fece, inoltre, completare i lavori del santuario mariano di Tricesimo e della casa di esercizi. Nel decennale della “Peregrinatio Mariae”, attento alla risonanza che tale iniziativa aveva avuto nell’immediato dopoguerra, Z. organizzò una nuova visita dell’effigie della Madonna missionaria nei centri foraniali. Celebrò anche un particolare congresso mariano, che conobbe largo consenso. Durante il suo episcopato le parrocchie furono incrementate fino a 438 unità. Le vocazioni erano in aumento: il numero dei preti, pur ritenuto ancora inadeguato, salì a 785. Dal 26 al 28 settembre 1961 celebrò il IV sinodo diocesano, articolato in tre aspetti: quello comunionale tra clero e fedeli; quello disciplinare, in relazione soprattutto ai parroci e ai cooperatori; quello soprannaturale, relativo allo sconfortante orizzonte di un rilevato crescente formalismo devozionale fatto di tiepide convenzioni religiose, le cui cause furono ravvisate nel razionalismo, nel positivismo, nel marxismo. Tra il 1956 e il 1968, con le due visite pastorali, Z. aveva visitato tutti i paesi della vasta arcidiocesi. Grazie alla sua generosità, all’intelligenza pratica, ad un’eccezionale dose di comunicativa e di dialogo, alla parola calda e vibrante, era a suo agio con ogni espressione sociale. Oltre alle settimane sociali e agli incontri con gli amministratori della cosa pubblica, Z. compì numerosi viaggi tra il 1956 e il 1963 per visitare gli emigrati friulani in Europa e in Argentina. Aveva una predilezione soprattutto per i sacerdoti, cui seppe stare vicino in svariati modi e con concrete sovvenzioni. Z. partecipò al Concilio Vaticano II, contribuendo con alcuni interventi al dibattito redazionale di documenti, in particolare della Presbyterorum ordinis. Con l’intento di stimolare ad ogni livello la recezione del Concilio, numerosi esponenti furono da lui invitati in Udine alla Scuola diocesana di cultura. Gli anni Sessanta furono caratterizzati dal risveglio dell’identità friulana a livello sociale e anche ecclesiale. Mons. Francesco Placereani ne fu l’anima e il promotore: nel 1958 aveva iniziato a tradurre in friulano i Vangeli, che presentò ad Aquileia nel 1970, mentre l’anno dopo fu la volta del messale, cui l’arcivescovo di Gorizia mons. Pietro Cocolin concesse l’imprimatur. Nel 1972 furono editi I faz, Lis letaris dai apuestui e L’Apocalisse, da Placerani tradotti in collaborazione con don Pietro Londero. Tra il 1962 e il 1963, insieme con Pietro Londero, Saverio Beinat, Etelredo Pascolo ed altri, Placereani diede vita all’associazione “Int furlane” e nel marzo 1963 all’omonimo mensile in lingua friulana. Nel 1964 Placereani inaugurò a Udine il primo dei corsi di teologia per laici. Anche per sua iniziativa, il 9 gennaio 1966 nasceva il partito politico Movimento Friuli, verso il quale parte del clero mostrava un’evidente propensione. Il Friuli stava allora iniziando il suo lento decollo industriale ed economico entro il quadro politico democristiano che però pian piano andava spostandosi verso il centro-sinistra. Nel clima postconciliare si formarono anche vari movimenti di rinnovamento cui parteciparono preti e laici: “Proposta”, “Quattrogatti”, mentre stimolanti e propositive erano le personalità e le opere di padre David Maria Turoldo e di don Giuseppe Marchetti. L’attività di Z. subì un arresto quando il 5 dicembre 1966 fu colpito da un grave infarto, da cui si riprese. Al dinamismo stesso delle attività finalizzate alle opere pastorali, che aveva contrassegnato il suo episcopato, possono essere attribuite le cause di quella sovraesposizione finanziaria che gravò sulla diocesi e che portò, nel novembre del 1967, a incrinare l’immagine di Z., non senza ricadute sulla stessa immagine ecclesiale. La sua figura venne, infatti, pregiudicata da un grave dissesto finanziario, in cui fu implicato personalmente un suo stretto collaboratore. La notizia, intercettata dalla stampa, sollevò una tale eco mediatica da indurre il papa Paolo VI ad affidare l’amministrazione degli affari finanziari della diocesi a mons. Emilio Pizzoni, al tempo vescovo di Sezze-Priverno, il quale, nominato ausiliare, da allora si mosse in stretto contatto con il patriarca di Venezia Albino Luciani. Il Vaticano provvedeva, intanto, a ripianare i debiti. Nel 1967 a Z. venne presentata la lettera aperta Mozione del Clero per lo sviluppo sociale del Friuli, sottoscritta dalla grande maggioranza dei preti friulani. Il documento chiedeva interventi concreti da parte dell’autorità politica e, precedendo di un anno le elezioni regionali, faceva il bilancio della prima legislatura a statuto speciale. La Mozione ebbe l’adesione quasi plebiscitaria del clero: 560 sacerdoti su 700. Non vi aderirono le foranie di Latisana, Porpetto e Rivignano, per le quali la Mozione avrebbe dovuto essere ristretta all’ambito religioso e pastorale. Il 23 ottobre Z., riuniti, insieme con i dirigenti democristiani, i promotori della Mozione, diffidava questi ultimi dal dare corso a qualsiasi iniziativa. Il 2 dicembre comunicava il blocco dell’iniziativa, in conseguenza del negativo atteggiamento della CEI. I promotori del documento non si adeguarono alle direttive del vescovo e fecero conoscere il testo alla stampa e alle autorità. Ciò produsse una spaccatura tra l’indirizzo episcopale e il gruppo della Mozione. È in quest’orizzonte che scaturì la corrente detta “Glesie furlane”, che riuniva la parte del clero più regionalistica. Da allora in poi l’incidenza di Z. apparve latitante. Tra gli anni Sessanta e Settanta il Seminario risentì delle formidabili ripercussioni dei radicali sommovimenti culturali, in cui aperture conciliari e tensioni sociali si intrecciavano come espressione di una società cosciente di essere in via di trasformazione. Z. assistette al profondo travaglio che ne agitava e ne scardinava la vita, senza che la sua azione di guida intercettasse efficacemente le attese e promuovesse una condivisa maturazione ecclesiale. Il vescovo si orientò piuttosto verso una compattazione formale, cercando vie di mediazione tra conservatori e progressisti scaturenti dalle virtù di dedizione sacerdotale. Restano memorabili nella sua azione pastorale, oltre al sinodo diocesano, i due congressi eucaristici: quello diocesano, il terzo, dal 7 al 10 settembre 1960, e quello nazionale, dall’11 al 17 settembre 1972, il cui motto «Unus panis, unum corpus» riprendeva quello suo episcopale «In unitate spiritus», e che culminò con la visita a Udine di Paolo VI. Concluso il congresso, Z. presentò le dimissioni, che vennero accolte dalla Santa Sede il 29 settembre. Dal novembre di quell’anno visse ritirato nella Casa S. Raffaele a Monte Berico (Vicenza), dedicandosi alla preghiera, alla predicazione e all’attività pastorale finché le forze lo sostennero. Dopo il terremoto volle essere presente, pellegrino tra pellegrini, l’8 settembre 1979 a Castelmonte per pregare per la rinascita del popolo friulano. Fu la sua ultima visita. Morì ad Arzignano (Vicenza), dove era ricoverato, il 28 agosto 1988 a ottantanove anni. Dopo il rito funebre svolto nella cattedrale di Vicenza, il 31 agosto la sua salma fu trasportata e tumulata, tra un grande concorso di vescovi del Triveneto e di fedeli, nella cattedrale di Udine.

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Bibliografia

ACAU, Zaffonato 879-887: I e II visita pastorale di mons. Zaffonato; ibid., 954-955, mons. Zaffonato: documentazione varia (non completa); ibid., Cartolare Mattiussi.

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