ALTAN ANTONIO

ALTAN ANTONIO (1351 - 1450)

vescovo, nunzio pontificio

Immagine del soggetto

Tipario bronzeo del sigillo di Antonio Altan quale canonico aquileiese, che appare inginocchiato in preghiera sotto la figura della Vergine con Bambino (Udine, Civici musei).

Su A. (o Antonio da San Vito, come spesso viene nominato dalle fonti), possediamo una numerosa messe di notizie, che informano soprattutto sulla sua rilevantissima attività di diplomatico che lo portò in contatto, per specifica volontà e incarico diretto della corte papale, con i principali regnanti europei; ma ragguagliano anche sulla sua frequentazione e amicizia con un entourage di personaggi di spicco, politici prestigiosi e umanisti insigni. Per quanto riguarda più in particolare il Friuli, a lui si deve la committenza dei rilevanti cicli di affreschi per il palazzo di famiglia. Nato in San Vito al Tagliamento probabilmente verso la fine del secolo XIV da Bianchino e da una nobildonna dei conti di Porcia, studiò diritto a Padova dove di laureò in utroque iure. Il primo giugno 1431 lo troviamo a Roma, con l’incarico di cappellano papale, affidato molto verosimilmente all’indomani dell’elevazione al soglio pontificio di Eugenio IV (il veneziano Gabriele Condulmer, 30 marzo 1431). Subito dopo venne nominato uditore di rota. Al maggio 1432 data la prima nunziatura dell’A.: Eugenio IV lo inviò al concilio di Basilea (incominciato nel gennaio 1431 sotto Martino V), insieme con altri tre suoi plenipotenziari. Da Costanza i quattro incaricati papali chiesero un salvacondotto e, giunti a Basilea, intervennero in tre sedute al concilio, protestando per quanto si stava facendo contro il papa. Senza addentraci nel campo dei lavori del concilio, con ricorrenti minacce di rottura da entrambe le parti, basterà ricordare che i padri basileensi, in risposta alla bolla pontificia del dicembre 1431 con la quale si dichiarava sciolto il concilio stesso, avevano rinnovato i decreti di Costanza relativi alla superiorità del concilio sul papa, forti anche del favore dell’imperatore Sigismondo, il quale aveva scritto al pontefice per persuaderlo a ritirare la bolla stessa. ... leggi Il 26 luglio 1434 l’A. ricevette l’arcidiaconato aquileiese, ufficio gerarchico inferiore solo a quello del patriarca e del suo vicario nella diocesi di Aquileia. Nel 1434 il cardinale Giordano Orsini da Firenze concedette che si fregiasse dell’insegna della sua antica e celebre famiglia, a testimonianza della stima e dell’affetto nei suoi confronti. Nel luglio 1435 Eugenio IV nominò una nuova ambasceria nelle persone ancora una volta di A. e del celebre umanista Ambrogio Traversari, generale dei camaldolesi. I due inviati, muniti di particolari istruzioni da parte del pontefice, partirono per Basilea dove giunsero il 21 agosto (il tesoriere papale aveva pagato loro 225 fiorini d’oro «pro expensis per eos fiendis in eundo Basileam»). I due legati, ricevuti solennemente, presero la parola: il Traversari intervenne sull’autorità del papa e la sua superiorità di fronte al concilio, mentre l’A. sostenne punto per punto le ragioni del pontefice. I due discorsi vennero confutati da uno dei più autorevoli cardinali basileensi, il Cesarini. Pur senza ottenere risultati immediati, dalle lettere inviate dal Traversari al papa (che lo avrebbe incaricato subito dopo di recarsi in Ungheria presso l’imperatore Sigismondo), ricaviamo tuttavia che molti membri del concilio avvertivano un senso di stanchezza e smarrimento, non approvando la condotta spesso oltraggiosa della maggioranza e aspirando viceversa alla pace ecclesiastica. Risulta inoltre che dal camerlengo vennero pagati altri 200 fiorini d’oro ai due inviati per le loro spese in Basilea. Di qui l’A. tornò molto probabilmente a Firenze, continuando a godere della fiducia papale, tanto che in data 10 febbraio 1436 lo nominò vescovo di Urbino (sede resasi vacante e ricusata da Bernardino da Siena). Da allora l’A. rinunciò ai suoi uffici di uditore di rota e di arcidiacono aquileiese, ma le missioni per incarico papale continuarono numerose, anno dopo anno: già nel luglio 1436 lo troviamo quale nunzio in Scozia presso Giacomo I Stuart; dall’Inghilterra passò in Borgogna, di qui a Basilea (per la terza volta). Un’altra missione diplomatica presso i principi elettori dell’impero è ricordata con atti del settembre 1437 (salvacondotto a lui e al suo seguito, sino a dodici persone con cavalli e valigie, mentre il tesoriere apostolico gli pagò 400 fiorini d’oro); qui tentò di guadagnare alla parte papale le loro simpatie, contribuendo col prestigio della sua autorità all’incoronazione di Alberto d’Austria (marzo 1438), genero di Sigismondo, nel frattempo defunto. Il 7 aprile 1438 Eugenio IV da Ferrara (dove il concilio si era trasferito), concesse all’A. – dietro sua istanza – di raccogliere reliquie mentre si trovava nunzio in Germania. Nel settembre dello stesso anno il papa lo nominò membro di una solenne ambasciata, sempre nei paesi tedeschi, insieme con altri noti personaggi, quali Niccolò Albergati, Gianfrancesco Capodilista, il domenicano Giovanni di Torquemada, Niccolò Cusano. Dal 1439 al 1443 risedette abitualmente nella sua diocesi, dove sino ad allora non aveva quasi mai messo piede. In Urbino posò la prima pietra della cattedrale e strinse rapporti prima con il conte Guidantonio da Montefeltro e poi con i figli Oddantonio e Federico. Durante una legazione presso il re di Francia (1443-44) riuscì a far stipulare una tregua tra Carlo VII e Enrico VI (che interruppe per quattro anni la guerra dei Cent’anni): è in questa occasione che il re di Francia gli concesse di aggiungere alla sua arma gentilizia un serpente ed una croce d’oro, apponendovi il motto Droit (elementi, questi ultimi, che non compaiono negli affreschi sanvitesi). Nel 1447 il nuovo pontefice Niccolò V lo incaricò di condurre a termine il processo di beatificazione di Bernardino da Siena (il quale tra l’altro, venuto nel 1440 in Friuli per predicare, era stato ospite in casa Altan a San Vito, ove era venerato per un episodio miracoloso occorso ad una gentildonna di quella famiglia). Nell’autunno 1449 partì per la penisola iberica, quale depositario e collettore della camera apostolica presso i regni di Aragona, Portogallo e Algarve, nonché nel principato di Catalogna (per trattare il matrimonio tra l’imperatore Federico III e Lianora, infanta del Portogallo). Fu certo questa l’ultima missione dell’infaticabile prelato, il quale, assalito da un male improvviso, morì a Barcellona mentre stava per imbarcarsi per l’Italia nell’autunno del 1450. Giudicato letterato dottissimo (di lui ci rimane però solo l’orazione composta e recitata al concilio di Basilea), fu senz’altro tenuto in altissima stima dagli umanisti suoi contemporanei. Analogamente a quanto andava facendo in quegli anni il cardinale Branda per il suo paese natale di Castiglione Olona, l’A. – che a Roma frequentava lo stesso cenacolo umanistico – volle per il palazzo di famiglia nella sua terra natale una decorazione pittorica di alto livello qualitativo, compiendo precise scelte iconografiche. Fortunatamente, nel 1960 vennero salvati (per merito di Federico De Rocco e Virgilio Tramontin) ampi brani di affresco (che stavano per sparire durante la ristrutturazione di un edificio sito in borgo Castello a San Vito al Tagliamento), che coprivano le pareti interne di due vasti saloni al primo e al secondo piano di un palazzo tardogotico, che si è rivelato essere la casa natale dell’illustre prelato sanvitese, come testimonia la presenza dello stemma, sopravvissuto per ben due volte: nell’unica tavoletta da soffitto pervenutaci, sormontata da una mitra vescovile; e in un affresco esterno, sull’adiacente corpo di fabbriche (dove recentissimi restauri hanno messo in luce, all’interno, ulteriori brani di decorazione pittorica, solidali con quelli del secondo piano, già noti). La partitura della blasonatura (nel I d’argento ad una rosa rossa bottonata di giallo; nel II d’azzurro a tre teste di leone d’oro; il tutto alla fascia d’oro attraversante sullo spaccato) risulta essere precisamente quella concessagli nel 1434 dal cardinale Giordano Orsini. Si tratta di uno stemma ben attestato successivamente in San Vito (specie nella seconda metà del secolo XV, in pittura e scultura; si segnala in particolare una bella miniatura nel Libro delle Tre Arme, o Rottolo di Thano Altan figlio di Matteo, registro cartaceo degli introiti della seconda metà del secolo XV, ora conservato a Pordenone, Archivio di stato, Fondo Altan). L’A. commissionò l’esecuzione di un prestigioso quanto complesso programma iconografico, in parte derivato puntualmente da modelli romani di poco precedenti. Della decorazione del piano nobile si è rinvenuta parte di un’unica parete, dipinta con varie scene, impaginate in una sorta di continuum narrativo, dove la funzione di snodo tra un episodio e l’altro viene affidata ad alcuni alberi dal fusto molto alto con compatta chioma di foglie. Nella scena principale si individua l’episodio della “leggenda del monacato” di Costanza d’Altavilla (figlia di Ruggero II d’Altavilla, poi sposa di Enrico VI di Hohenstaufen, figlio di Federico Barbarossa, e futura madre di Federico II), celebrato da Dante nella Commedia e ripreso da Boccaccio nel De mulieribus claris. Il racconto viene inoltre attualizzato grazie alla presenza dei “criptoritratti” degli imperatori dell’epoca, Sigismondo e Giovanni VIII Paleologo. È lecito dunque vedere – nelle intenzioni del committente – una precisa volontà di celebrazione delle due massime autorità d’Occidente e d’Oriente; ma contemporaneamente un’autocelebrazione del nunzio apostolico, inviato al concilio “unionista” di Basilea. Delle pareti dipinte al secondo piano sono sopravvissute Figure allegoriche accompagnate da scritte in volgare (delle quali rimane tuttora sconosciuta la fonte letteraria); Virtù teologali e cardinali (ancora associate a scritte: i tituli di Fede e Speranza, in particolare, coincidono con estratti dal Paradiso dantesco); nonché Sibille. L’interesse di queste ultime dal punto di vista iconografico è legato al fatto che costituiscono le più antiche testimonianze giunte sino a noi della “nuova” serie canonica, che vede aumentare il numero delle profetesse pagane da dieci a dodici (con l’aggiunta di Agrippa e Europa, attestate a San Vito), differendo inoltre profondamente nel testo profetico annunciato. In studi recenti si è chiarito come tale “nuovo” canone fosse comparso già compiutamente all’inizio degli anni Trenta del Quattrocento nella “camera paramenti” del palazzo romano del cardinale Giordano Orsini (affreschi andati perduti verso la fine del XV secolo): se si pensa ai vincoli molto stretti che legavano il nostro committente all’Orsini, il filo diretto tra le Sibille sanvitesi e il prototipo romano, celebrato negli ambienti umanistici dell’epoca, appare del tutto evidente. Senza dubbio l’A., nei suoi anni romani, ha infatti potuto ammirare gli affreschi di casa Orsini, che ospitava accanto alle Sibille l’ancor più rinomata “sala theatri”, con il vastissimo ciclo masoliniano di Uomini famosi, eseguito nel 1430-32 (pure distrutto, ma a noi noto indirettamente grazie ad una serie di disegni ad esso collegati). L’intera impresa pittorica sanvitese, che vede impegnata una équipe di artisti attivi in un arco di tempo che penso si possa indicare tra il 1438-39 e il 1443-44 (rispettivamente termini post e ante quem), costituisce una delle testimonianze qualitativamente più alte tra quelle pervenute sino a noi di un momento per molti versi cruciale della cultura figurativa, in una congiuntura di snodo tra gotico internazionale e protorinascimento. Si possono individuare almeno tre mani: e se la terza è quella di un frescante locale, il capobottega deve essersi probabilmente formato all’inizio degli anni Trenta a Roma, nei prestigiosi cantieri di Pisanello e Masolino. Tra le varie componenti confluite ad impreziosire il bagaglio stilistico del “Primo Maestro” di San Vito, si rende piuttosto evidente anche l’apertura verso le contemporanee esperienze d’oltralpe, segnatamente in direzione franco-fiamminga (non è escluso che il gusto del committente possa essere stato influenzato da ciò che aveva potuto vedere durante le frequenti missioni in varie regioni europee, specie in Borgogna e nei paesi tedeschi). All’A. è stato ora riconosciuto un sigillo (quale canonico della chiesa di Aquileia), conservato presso il Gabinetto numismatico dei Civici musei di Udine (inv. 464). Si deve aggiungere, infine, che la famiglia Altan ebbe un ruolo di tutto prestigio nella terra di San Vito, specie nella seconda metà del Quattrocento: si rammenti solo il palazzo nella piazza principale, con la facciata affrescata da Andrea Bellunello (in due fasi: fine anni Sessanta e 1480-83), ricordato anche nel celebre Itinerario del Sanudo del 1483 («palazo bellissimo, tuto depynto»), che in occasione del suo viaggio fu ospite proprio dei conti sanvitesi.

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Bibliografia

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