ASCOLI GRAZIADIO ISAIA

ASCOLI GRAZIADIO ISAIA (1829 - 1907)

glottologo

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Il glottologo Graziadio Isaia Ascoli (Udine, Civici musei, Fototeca).

Nacque a Gorizia il 16 luglio 1829 da una famiglia ebraica benestante, di lingua e cultura italiana. La sua formazione giovanile, in larga misura da autodidatta, fu influenzata dall’ebraista patavino Samuel David Luzzatto e dal figlio di questi Filosseno, semitista e cultore di sanscrito. I suoi precoci interessi linguistici, alimentati anche dalle letture delle opere di F. Bopp e W. von Humboldt, furono favoriti dall’ambiente goriziano, dove convivevano allora, seppur in misura assai diversa, l’italiano colto, il friulano, il veneziano e lo sloveno, accanto al tedesco diffuso come lingua di cultura e dell’amministrazione asburgica. A soli diciassette anni A. dedicò a Iacopo Pirona un saggio (in seguito ripudiato) sull’affinità del friulano con la lingua «valaca», vale a dire col romeno (1846). Gli avvenimenti che due anni più tardi scossero la compattezza dell’Impero austriaco lo indussero a pubblicare nella città natale uno scritto politico (1848), in cui, pur tra qualche inevitabile ingenuità, delineava con chiarezza le condizioni per l’auspicata pacifica convivenza tra slavi e italiani nel contesto di una monarchia asburgica costituzionale e organizzata su basi federative. La delusione per la successiva svolta reazionaria dell’Austria lo avrebbe indotto presto a prendere le distanze da quelle giovanili illusioni e addirittura ad abbandonare definitivamente la terra d’origine per trasferirsi nel nascente (e più liberale) Regno d’Italia. Pur rimanendo estraneo alla politica attiva, A. fu anche in seguito molto attento alla realtà che lo circondava e la sua operosità scientifica non andò mai disgiunta da un forte impegno civile e da una coraggiosa assunzione di responsabilità: accanto alla fama di studioso internazionalmente riconosciuta, fu senza dubbio questa naturale disposizione a seguire con passione le vicende della vita pubblica, unita a grande rigore etico, a valergli la nomina a senatore del Regno nel 1889 e a membro del Consiglio superiore dell’istruzione pubblica nel 1895. Anche se solo da spettatore, egli condivise pienamente gli ideali del Risorgimento, che interpretò come autentico rinnovamento morale del paese e determinante momento di progresso civile e culturale, né nascose, accanto ad una misurata simpatia dapprima verso il liberalismo e più tardi per le emergenti istanze sociali, la sua preoccupazione per le tentazioni autoritarie dell’Italia di fine secolo. ... leggi L’innato spirito di tolleranza, rafforzato dalle simpatie per il radicalismo democratico di Carlo Cattaneo, avrebbe avuto modo di manifestarsi anche quando i conflitti tra le nazionalità si sarebbero fatti più acuti: sostenitore convinto dell’italianità della regione che allora si chiamava ufficialmente Litorale austriaco (Österreichisches Küstenland) – per cui propose nel 1863 la fortunata denominazione di “Venezia Giulia”, intesa a sottolinearne il carattere di estrema propaggine orientale del mondo neolatino –, A. prese tuttavia le distanze dalle tesi annessionistiche delle frange più radicali dell’irredentismo, opponendosi ad una dilatazione storicamente non motivata del territorio italiano verso oriente e sostenendo la necessità che fosse comunque assicurata, nel quadro di una futura riorganizzazione amministrativa della regione, la pacifica convivenza con gli slavi. E all’idea di una separazione amministrativa, nell’ambito dell’Impero asburgico, tra italiani e slavi delle aree goriziana, triestina e istriana sarebbe ritornato più tardi in un articolo peraltro non privo di spunti nazionalistici (1899). A. non fu dunque uno studioso da tavolino e seppe, ogni qual volta le circostanze lo richiesero, battersi con energia e coraggio civile per i propri ideali, come quando nel 1897 intervenne al Senato a difesa della libertà del docente universitario da ogni ingerenza politica, che si era invece pesantemente manifestata in occasione della mancata nomina a professore ordinario di Ettore Ciccotti, a causa delle simpatie politiche e della dichiarata fede materialistica di questi. Per quanto riguarda l’attività didattica di A., essa si svolse interamente presso la R. Accademia scientificoletteraria di Milano, dove alla fine del 1860 – dopo la rinunzia alla cattedra bolognese di lingue semitiche – era stato chiamato dal ministro Mamiani ad insegnare grammatica comparata e lingue orientali, intitolazione più tardi mutata in storia comparata delle lingue classiche e neolatine. La prolusione al corso (1862) è un’esaltazione dei compiti della disciplina (che proprio A. contribuì a denominare, con un termine a lui caro, «glottologia»), ma è anche un richiamo alla serietà degli studi e una messa al bando delle «sinossi allettanti» e delle «generalità», destinate a sconfinare nella superficialità. All’Accademia, di cui fu per un biennio (1873-1875) preside, dedicò molto impegno, assumendone energicamente le difese quando si profilò il tentativo di sopprimerla, o almeno di ridimensionarne il ruolo a vantaggio di altre istituzioni locali, e contribuendo anche attraverso la chiamata di validi collaboratori, a farne un centro di alta formazione, destinato a venir promosso ad istituzione universitaria nel 1924. I primi passi del suo percorso scientifico A. li mosse nell’ambito della linguistica indoeuropea, interessandosi in particolare al problema di una possibile connessione genetica tra questa famiglia di lingue e quella semitica: e se quest’ultimo filone di ricerca fu da lui abbastanza presto abbandonato a causa dello scetticismo con cui simili questioni glottogoniche erano riguardate dalle maggiori scuole europee del tempo, nella comparatistica egli si è nondimeno guadagnato un posto di tutto rilievo per aver dimostrato la necessità (oggi quasi unanimemente ammessa) di attribuire, all’originaria lingua madre indoeuropea, tre differenti serie di consonanti “gutturali” e per aver mosso i primi passi nella direzione di una differenziazione areale e cronologica dei vari fenomeni ricostruiti attraverso la comparazione. I risultati di queste ricerche trovarono posto nelle Lezioni di fonologia comparata (1870) – premiate dall’Académie des inscriptions et belleslettres di Parigi – che avrebbero dovuto costituire il primo volume di una collana di «Corsi di glottologia dati nella regia Accademia scientifico-letteraria di Milano da G. I. Ascoli» rimasta però interrotta. A. sentì fortemente l’influsso della linguistica comparativa tedesca, di cui fece proprio il rigore metodico e l’approccio induttivo, rompendo radicalmente con l’impostazione classicistica che era d’ostacolo allo sviluppo della disciplina in Italia e superandone così il provincialismo; ma seppe al tempo stesso evitare il rischio di un’imitazione pedissequa, affermando in ogni occasione l’originalità della scuola che aveva contribuito in maniera determinante ad iniziare. Quanto alla dimensione internazionale della sua attività scientifica, basterà menzionare sia i riconoscimenti attribuitigli da prestigiose istituzioni straniere (tra le altre dalla Società orientale di Halle e Lipsia) sia la circostanza, insolita per quell’epoca, che sue opere siano state tradotte in tedesco. Col tempo si affermò peraltro la più genuina vocazione scientifica di A., quella per la dialettologia romanza. In questo campo egli dette un notevole contributo all’affermarsi di quel rigoroso metodo comparativo che era stato già ampiamente sperimentato dall’indoeuropeistica: a lui si devono inoltre il riconoscimento del franco-provenzale e del ladino come due aree romanze dotate di specifica individualità, il primo tentativo di una classificazione organica dei dialetti italiani (nel saggio L’Italia dialettale, apparso dapprima nel 1880 nell’Encyclopaedia britannica, poi ripubblicato in Ascoli, 1882-1885) e ancora la valorizzazione degli influssi delle lingue delle varie popolazioni preromane sottomesse per spiegare le diverse peculiarità delle parlate neolatine rispetto alla comune matrice (teoria del cosiddetto sostrato, ispirata indirettamente dal Cattaneo, che aveva messo in evidenza il rapporto che lega le lingue alle nazioni nonché il dinamismo insito nelle commistioni etniche). A quest’ultimo approccio ermeneutico, rivelatosi molto fruttuoso anche in altri settori della linguistica storica, A. fece ricorso tra l’altro per ricondurre al sostrato celtico l’evoluzione in e di una a tonica in sillaba aperta, per esempio in francese (cfr. mer dal latino mare), e quella di una u lunga in ü nelle varietà neolatine dell’antica Gallia e dell’Italia nord-occidentale (cfr. francese mur, piemontese ecc. mür dal latino murum). E se si può rimproverargli un’interpretazione eccessivamente naturalistica del sostrato, per l’insistenza sulle «predisposizioni orali» delle popolazioni prelatine quale causa determinante di quei mutamenti, non va dimenticato che, richiamando l’attenzione su tale genere d’influssi, A. mirava innanzitutto a porre in evidenza «quel gran fattore delle trasformazioni del linguaggio che è l’incrociamento delle stirpi diverse» (come dice in una lettera a Pietro Merlo), vale a dire il ruolo che nell’evoluzione linguistica ha l’adozione di un idioma da parte di popolazioni che, nel processo d’apprendimento, adeguano le forme espressive acquisite alle loro abitudini articolatorie e alle strutture della lingua materna. In tal modo egli riusciva a sottrarsi ad una visione troppo meccanicistica del divenire della lingua, recuperando quello spessore storico di cui si avvertiva la carenza nella comparatistica indoeuropea del tempo, in particolare in quella tedesca. Mosso dal desiderio di svolgere un’efficace opera di promozione scientifica e di porre le basi di un’autonoma scuola linguistica italiana, coltivò fin da giovane l’idea di dar vita ad una rivista specialistica e a questo scopo compì nel 1852 un viaggio attraverso i principali centri culturali dell’Italia settentrionale alla ricerca di validi collaboratori, prendendo contatti con personalità come il letterato C. Cantù e il filologo G. Flechia. Dopo un primo sfortunato tentativo con gli «Studj orientali e linguistici» (apparsi a partire dal 1854, ma fermatisi al terzo fascicolo), una rivista redatta in gran parte da lui stesso e contenente principalmente traduzioni e commenti di testi indiani oltre che relazioni sui progressi dell’indoeuropeistica tedesca, A. fondò nel 1873, a conclusione d’un intenso lavoro preparatorio, l’«Archivio glottologico italiano», con l’intento di dotare l’Italia di uno strumento che, nell’ambito della linguistica, le consentisse di affermarsi in Europa e di contribuire con una propria voce al progresso di questa disciplina. La rivista, diretta dal suo fondatore fino al 1901 (anno di pubblicazione del quindicesimo volume) e tuttora vitale, fu concepita soprattutto quale palestra in grado di far emergere il talento dei giovani, di educarli al rigore scientifico e di prepararli a svolgere quell’indagine sistematica del patrimonio dialettale della penisola che rappresentò uno dei programmi perseguiti con maggior tenacia da A., la cui personalissima impronta si manifestò anche nella sobrietà della veste tipografica dei volumi oltre che nella rigorosa scelta dei testi da pubblicare. Il primo numero dell’«Archivio» è occupato per intero da due contributi di A. che non solo contengono alcune delle pagine più significative di questo linguista, ma mantengono intatta anche la loro attualità e rilevanza metodologica: il Proemio e i Saggi ladini. Nel primo (riedito in Scritti sulla questione della lingua, 5-45) A. mette la sua competenza scientifica al servizio di un responsabile impegno civile, intervenendo nelle polemiche succedutesi alla pubblicazione nel 1868 della relazione della commissione, presieduta dal Manzoni, che il ministro dell’Istruzione Broglio aveva istituita allo scopo di raccogliere indicazioni sulla politica linguistica da perseguire da parte dello Stato unitario appena costituito. La proposta del Manzoni di privilegiare il fiorentino dell’uso vivo – un vernacolo certo illustre, ma di limitato respiro municipale –, a scapito della base unificante rappresentata da una tradizione letteraria ormai consolidata, nonché l’implicito riferimento al centralismo linguistico francese quale possibile modello per l’Italia, avevano suscitato subito la contrarietà di A., che qualche anno più tardi colse l’occasione della presentazione della nuova rivista per prendere pubblicamente posizione contro le teorie del Manzoni, per cui professò peraltro sempre altissima stima. Dalle pagine del Proemio traspare la preoccupazione per una scelta antistorica imposta dall’alto che poteva mettere a repentaglio l’unificazione culturale del Paese: convinto che il processo d’integrazione linguistica potesse realizzarsi solo «per opera di civiltà» – cioè attraverso una naturale selezione in seno alla comunità, promossa dall’attività degli uomini di cultura –, A. era giustamente scettico sull’efficacia di interventi normativi, ispirati da una visione dirigistica che avrebbe potuto soffocare le energie più genuine, e rilevava in particolare l’improponibilità di una soluzione centralistica di tipo francese, in netto contrasto con la storia di un Paese come l’Italia che non aveva mai avuto un centro culturale unico. In proposito egli additava come modello più realistico quello della Germania, dove, in assenza di un polo egemone, erano state grandi personalità della religione, della letteratura e della scienza ad elaborare e diffondere un tipo di lingua colta in grado di dare unità spirituale ad un popolo che aveva conosciuto, al pari dell’italiano, travagliate vicende politiche. E anche se la capillare diffusione della lingua nazionale si è poi realizzata principalmente ad opera di mezzi di comunicazione a quell’epoca neppur concepibili, bisogna tuttavia riconoscere che il percorso indicato da A. oltre un secolo prima, cioè quello di un generale progresso civile come presupposto dell’integrazione linguistica del Paese, ha ricevuto dalle vicende successive una sostanziale conferma. Nei Saggi ladini (che dovevano costituire solo la prima parte di un lavoro rimasto incompiuto) A. affronta invece il problema dell’individuazione di un autonomo gruppo di parlate romanze, da lui denominato «ladino» e comprendente il romancio del cantone svizzero dei Grigioni, il ladino delle valli dolomitiche e il friulano; sulla scorta della puntuale analisi di un’imponente massa di dati, conclude per il riconoscimento di un’«affinità peculiare» emergente dalla contemporanea presenza in quelle parlate di tratti che possono certamente ritornare anche in aree diverse, ma che caratterizzano l’area ladina grazie alla loro «particolar combinazione». Al riconoscimento di tale unità si accompagnavano peraltro alcune puntuali considerazioni limitative, nel senso che al friulano era attribuita una maggiore autonomia rispetto ai più stretti legami che connettono il ladino dolomitico alla sezione occidentale e al tempo stesso veniva messa in dubbio la «continuità istorica» tra alcuni fenomeni fonetici friulani e quelli analoghi dell’area dolomitica. A proposito della dimostrata individualità dei gruppi ladino e franco-provenzale A. dovette sostenere (1873 [1876]) una dura polemica con il linguista francese Paul Meyer che, al pari del grande romanista Gaston Paris, era contrario ad ogni tentativo di classificazione dialettale, in quanto la distribuzione areale, sempre differente, di singoli fenomeni fonetici non consentirebbe di tracciare confini netti. Molto importanti anche per il loro contenuto teorico sono le sue Lettere glottologiche, in particolare due di esse indirizzate rispettivamente a Napoleone Caix e a Pietro Merlo (1886-1888): nella prima si individua in una serie di continuazioni neolatine un filone lessicale con un tratto italico (-f- all’interno di parola al posto di una -b-latina); nell’altra A. rivendica a sé e alla propria scuola alcuni rigorosi princìpi (come il ruolo dell’analogia nell’evoluzione linguistica) e approcci metodici attribuiti ai neogrammatici tedeschi. Infine di notevole interesse per la ricostruzione dei rapporti scientifici ed accademici con molti studiosi italiani si sono rivelati i carteggi finora editi (Farè, 1964; Prosdocimi, 1969; Peca Conti, 1976). A causa dei sempre più gravosi impegni pubblici, l’attività scientifica e didattica di A. subì un netto ridimensionamento nel corso dell’ultimo decennio dell’Ottocento, sicché egli dovette dapprima farsi supplire nell’insegnamento da Claudio Giacomino e poi andare in pensione nel 1902. L’anno prima gli era stato tributato un significativo omaggio da parte dei linguisti di tutta Europa, la Miscellanea linguistica in onore di Graziadio Ascoli (Torino, 1901), cui contribuirono tra gli altri studiosi di grandissimo prestigio quali K. Brugmann, R. Thurneysen, G. Paris, W. Meyer-Lübke ecc. A. morì a Milano il 21 gennaio 1907.

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Bibliografia

Tra le opere di G. I. Ascoli si ricordano: Sull’idioma friulano e sulla sua affinità colla lingua valaca. Schizzo storico-filologico, Udine, Vendrame, 1846; Gorizia italiana, tollerante, concorde. Verità e speranze nell’Austria del 1848, Gorizia, Paternolli, 1848; Prolusione ai corsi di grammatica comparata e lingue orientali, «Politecnico», 12 (1862), 289-303; Lezioni di fonologia comparata del sanscrito, del greco e del latino, Torino, Loescher, 1870; Proemio, «Archivio glottologico italiano», 1 (1873), X-XLI; Saggi ladini, ibid., 1 (1873), 1-556; P. Meyer e il franco-provenzale, ibid., 2 (1873) [1876], 385-395; Schizzi franco-provenzali, ibid., 3 (1878), 61-120; L’Italia dialettale, ibid., 8 (1882-1885), 98-128; Due lettere glottologiche, ibid., 10 (1886-1888), 1-105; Italiani e slavi nella Venezia Giulia, «La vita internazionale», 2 (1899), 97-100; Scritti sulla questione della lingua, a cura di C. GRASSI, Torino, Einaudi, 1975 (nuova ed. 2008, con un saggio di G. Lucchini); una comoda silloge dei lavori “minori” si trova ora in Scritti scelti di linguistica italiana e friulana, a cura di C. MARCATO - F. VICARIO, Udine, SFF, 2007.
B.A. TERRACINI, Guida allo studio della linguistica storica, Roma, Ateneo, 1949, 123-147; T. BOLELLI, Ascoli Graziadio Isaia, in DBI, 4 (1962), 380-384; I carteggi Ascoli-Salvioni, Ascoli-Guarnerio e Salvioni-Guarnerio, a cura di P. A. FARÉ, «Memorie dell’Istituto Lombardo di scienze e lettere (Classe di Lettere)», 28/1 (1964); A. L. PROSDOCIMI, Carteggio di Ascoli ad A. Mussafia, «Archivio glottologico italiano», 54 (1969), 1-48; Graziadio Isaia Ascoli e l’Archivio Glottologico Italiano (1873-1973), saggi raccolti da M. CORTELAZZO, Udine, SFF, 1973; M. DARDANO, G.I. Ascoli e la questione della lingua, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1974; Carteggio Graziadio I. Ascoli - Emilio Teza, a cura di R. PECA CONTI, Napoli, Morano, 1976; D. SILVESTRI, La teoria del sostrato. ... leggi Metodi e miraggi, I, Napoli, Macchiaroli, 1977, 31-262 (G. I. Ascoli e il suo tempo); G.I. Ascoli: attualità del suo pensiero a 150 dalla nascita. Atti del XIII incontro culturale mitteleuropeo (Gorizia, 24-25 novembre 1979), Firenze, Licosa, 1986; A. BRAMBILLA, Appunti su Graziadio Isaia Ascoli. Materiali per la storia di un intellettuale, Gorizia, Istituto giuliano di storia, cultura e documentazione, 1996; S. TIMPANARO, Sulla linguistica dell’Ottocento, Bologna, il Mulino, 2005, 225-258; D. SANTAMARIA, La controversia tra Graziadio Isaia Ascoli e i Neogrammatici: la cifra di lettura di Benvenuto Aron Terracini, in Studi linguistici in onore di Roberto Gusmani, a cura di R. BOMBI et al., III, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2006, 1503-1524.
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