BIANCHI ANDREA

BIANCHI ANDREA (1841 - 1914)

poeta popolare, commediografo

Nacque a San Daniele del Friuli l’8 marzo 1841 da Valentino e Maria Castelregio. Orfano di padre a dieci anni, fu costretto ad abbandonare la scuola, per dedicarsi alla professione di calzolaio. Nel 1872 sposò Pierina Di Filippo, che morì dopo otto mesi. Passò a seconde nozze con Irene Mardero, dalla quale ebbe sei figli, ma perdette una bambina e anche la seconda moglie. Il 15 dicembre 1902 si trasferì a Udine, abitando in via Villalta prima e poi in via del Seminario, e a Udine cessò di vivere il 6 gennaio 1914. Ereditato dal padre barbiere il pungente epiteto “Sflacje” [Fiacca], B. si firma anche «Dree Blanch di Sandenêl». È autore dalla vena facile: «al improvisave lis sôs rimis cussì di bot c’al doveve scrivilis su lis suelis des scarpis» [improvvisava le sue rime con una tale rapidità che doveva scriverle sulle suole delle scarpe] (Beinat). Molti dei suoi versi sono estemporanei: per carnevali e matrimoni, per nascite e morti, per stigmatizzare il costume (o il malcostume), nella pratica dell’usura, nella figurina stilizzata del bellimbusto, del “bintar”, dell’emigrante dissipatore e senza fortuna, nel contrasto dei livelli sociali, nella denuncia del frangente di disagio o di malcontento, nel respingere la teoria dell’evoluzionismo e le incipienti rivendicazioni delle donne, «çhavut di passare» [testolina di passerotto]. Si segnala in particolare In ocasion dal prin centenari de nascite di Pieri Zorutt [In occasione del primo centenario della nascita di Pietro Zorutti], omaggio obbligato, ma anche adesione a un modello, in bilico tra estro caricaturale e satirico, gusto della burla e dell’aneddoto, e abbandono idillico, grazie sentimentali, il conforto della natura e dei suoi ritmi. ... leggi La metrica è varia, a oscillare tra forme più rigide (come i sonetti) e risorse più cantabili (quartine di senari e di ottonari), l’insistenza indiavolata sullo sdrucciolo e il dispositivo della rima baciata, astuzie che in Zorutti trovano autorizzazione. Da Zorutti discende ancora la formula, fortunata e appetibile anche per la piccola resa economica, dell’almanacco: B. pubblica a Udine «Il 1883. Strene popolar in poesie furlane», per ripetersi l’anno successivo, strenne «assai diffuse, oggi rarissime» (Patriarca), che rispettano la convenzione dello stacco di due versi con il pronostico a ogni fase lunare, la «descrizion lunatiche» appunto, e la promessa a valanga, garanzia di svago, di «anedotos, / caprissis, barzaletis, / sentenzis, canzonetis / par dut il cors da l’an» [aneddoti, / capricci, barzellette, / sentenze, canzonette / par tutto il corso dell’anno]. B. è ospitato da «Pagine friulane» (otto presenze tra il 16 dicembre 1888 e il 6 agosto 1893), i testi sparsi negli anni udinesi sono raccolti in tre opuscoli: con iterata metafora vegetale, Flôrs di campagne [Fiori di campagna] nel 1904, Un altri mazzett [Un altro mazzo] nel 1908, Li’s fueis dopo da’j flôrs [Le foglie dopo i fiori] nel 1912, dove affiora una insolita peculiarità grafica (la segmentazione dell’articolo e della preposizione). Un componimento è tradotto in sloveno da B. Bevk, indizio fragile di consenso, se la quarta di copertina di Flôrs di campagne comunica che l’opuscolo è «Vendibile presso l’Autore» in «Via Villalta N. 11 – 2», a dichiarare il modesto perimetro dei destinatari. È invece sensibile il consenso teatrale, specie per L’ultin dì di Carneval [L’ultimo giorno di carnevale], commedia in tre atti, a stampa nel 1892, e il sottotitolo si preoccupa di precisare: «per la prima volta rappresentata con pieno successo per due domeniche di seguito nell’ottobre 1891 al teatro Minerva di Udine sotto il titolo Il matrimoni di Martin Todesch, ed ora ridotta dall’autore a modo di vaudeville». Un canovaccio che si avvale della musica di Antonio Angeli e che a San Daniele viene allestito «per parecchie sere di seguito»: con «un vero successo, non tanto dovuto alle scene ed all’intreccio, troppo semplici e quasi puerili, quanto alla rievocazione di vecchie ‘macchiette’ locali, dall’autore ben tratteggiate» (Lazzarini). Con riprese a Trieste, Gorizia e, nel 1912, Tricesimo. E un recupero negli anni Ottanta che «ha totalizzato ben 31 repliche tra il 1983 e il 1987, non solo in Friuli, ma anche ai Fogolârs di Milano, di Bruxelles e di Città di Lussemburgo» (Milillo). Lazzarini ricorda altri cinque titoli (inediti e a suo tempo irreperibili): Ah, chel steme! [Ah, quello stemma!], commedia, Dopo dis agns [Dopo dieci anni], dramma, O cussì o tornâ a fâ baretis [O così, o tornare a fare berrette], farsa, La torte di sior Bortul! [La torta del signor Bortolo], altra farsa, La velade di Gaspar [L’abito a coda di Gasparo], altra farsa. Un inventario che Patriarca integra con In uere [In guerra], «vera apoteosi dell’eroismo patriottico», che fa perno su un fatto accaduto a San Daniele nel 1848. Una ulteriore messa a punto, con ritocchi e acquisizioni di nuovi titoli (le farse Il nevot di barbe Cech [Il nipote di zio Francesco], In cjase dal Plevan [In casa del parroco], Dopo la tempieste [Dopo la grandine], due atti non pervenuti, e, in italiano, Guerra e armistizio, il melodramma Fra i campi), si deve a Gianfranco Milillo, che rileva l’«intento didattico e moraleggiante»: «il trionfo del vero amore sull’interesse mascherato, l’onestà premiata, l’amor di Patria, il rispetto delle regole, il riscatto degli emarginati». Non benevolo il giudizio di Bindo Chiurlo: «È il nostro piccolo Hans Sachs, il poeta calzolaio, dal verso facile e corretto, talora bonariamente arguto, talaltra acido in senso retrivo e temporalista. Gli manca ordinariamente l’ispirazione e scrive per iscopi pratici satire senza pathos». Ma la scrittura di B., nella sua profusione, è tutt’altro che priva di interesse. Per la lingua, che pure indulge all’italianismo: «ebano», «gratitudine», «ipotesi», «registro», «telegrafo», «crudelissime vuere» [crudelissima guerra], «prole scielte» [prole scelta], «prove autentiche» [prova autentica], «vendete tremende» [vendetta tremenda]. Ma che presenta anche tessere colorite: «la blosime / a è quete» [la trippa / è cotta], lo spregiativo «patatuc», riferito ai tedeschi. E genuino, a maglie fitte, è il lessico che si addensa nei cataloghi, come nel pezzo forse più noto di B., Al marçhat [Al mercato], con il trionfo delle merci offerte: «A son carobulis / come panolis, / a son lis nolis / d’ogni reson; / miluzz e coculis, / di chês çhiargnelis, / ma ce tant bielis / che lôr a son. // E fîs e gnespulis, / bielis çhiastinis, / come susinis…» [Ci sono carrube / come pannocchie, / ci sono le noci / di ogni specie; / mele e noci, / di quelle carniche, / ma quanto belle / sono. // E fichi e nespole, / belle castagne, / come susine…]. Per l’osservazione del costume, come nel disegno del vanesio e del suo vestiario: «Bragons a çhiampane, / ch’a j sierin il pid, / gilè fatt a stole, / dutt ben inbutît; // çhiamese di lane, / po il so fazzolett, / che, come a è la mode, / a ’j squind il golett…» [Pantaloni a campana, / che gli chiudono il piede, / panciotto fatto a stola, / tutto ben imbottito; // camicia di lana, / poi il suo fazzoletto, / che, come vuole la moda, / gli copre il colletto…]. Per gli stessi epigrammi, caustici e disincantati: «Il sens-comun, ch’al domine in zornade, / a l’ha fatt pierdi, al puar bon-sens la strade» [Il senso comune che domina in giornata / ha fatto perdere al povero buonsenso la strada], «Eh, il popul… Ma, il popul?… Dutt pa’l popul! / E il popul zem… E al serv a dug di… stropul!» [Eh, il popolo… Ma, il popolo?… Tutto per il popolo! / E il popolo geme… E serve a tutti da… tappabuchi!], in debito peraltro con Zorutti. Si guardi ancora come l’amore di Patria si coniughi con la difesa del friulano, a respingere una commutazione di codice ormai invasiva: «In fin pa’ i vilagios / sein pizzui o gruess, / par là daûr la mode, / sucêd chell’istess; // parons e massaris, / famêis, scovazzins, / par fin co’ fevelin / cu’ i propris frutins, // a doprin che’ lenghe, / che non a non d’ha, / e che 1’italiane / voress cimiotà…» [Perfino nei paesi / siano piccoli o grandi, / per seguire la moda, / succede la stessa cosa; // padroni e domestiche, / servi, spazzini, / anche quando parlano / con i propri bambini, // usano quella lingua, / che non ha nome / e che l’italiana / vorrebbe scimmiottare…]. A documentare, in una fase inaspettatamente alta, una italianizzazione incipiente, imperfetta e osteggiata.

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Bibliografia

L’ultin dì di Carneval, San Daniele del Friuli, Tip. F. Pellarini, 1892; Flôrs di campagne, Udine, Del Bianco, 1904; Un altri mazzett…, Udine, Tip. del Crociato, 1908; Li’s fueis dopo da’j flôrs, Udine, Libreria Editrice Udinese, s.d. [ma 1912]; Poesiis di Dree Sflacje, [a cura di G. P. BEINAT], con un saggio di G. Vidoni, Un poeta calzolaio del Friuli [dagli «Annali del manicomio interprovinciale L. Mandalari» di Messina del 1924, saggio datato «Genova 1921»], San Daniele del Friuli, Grillo, 1975.

DBF, 85-86; P. SIMONCELLI [F. SIMSIG], Recensione a Lis fuejis dopo dai flors, «Forum Iulii», 3 (1912), 109-110; A. LAZZARINI, Bibliografia del teatro friulano, «Rivista della Società filologica friulana», 4 (1923), 108; CHIURLO, Antologia, 353; G. LORENZONI, Poeti friulani tradotti in sloveno, «Ce fastu?», 6 (1930), 58-59; E. PATRIARCA, Uomini nostri. Andrea Bianchi Dree Blanc di Sandenêl, «La Guarneriana. Cultura e arte in Friuli», 2/1 (1959), 12-39; R. BIASUTTI, Bibliografia del teatro friulano, Udine, Clape culturâl Acuilee, 1982, 5 e 17; G. MILILLO, Teatro e teatranti. Quintino Ronchi, Dree Sflacje (Andrea Bianchi) e altri, in San Denêl, 301-307.

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