BOSIZIO GIOVAN GIUSEPPE

BOSIZIO GIOVAN GIUSEPPE (1660 - 1743)

ecclesiastico, letterato

Immagine del soggetto

Ritratto di Giovan Giuseppe Bosizio, olio su tela anonimo (Gorizia, Palazzo comunale).

Nacque a Gorizia il 20 marzo 1660 da Urbano e Agnese de Studeniz, da una famiglia che nel 1582 aveva ottenuto dall’arciduca Carlo d’Austria il titolo nobiliare. Venne educato nella città natale presso i gesuiti e frequentò a Graz gli studi teologici, per ricevere in seguito gli ordini sacri. Dall’arcidiacono di Gorizia Sertorio Del Mestri fu nominato cancelliere e continuò a ricoprire questo ruolo per una trentina d’anni. Venne inoltre insignito del titolo di canonico onorario della collegiata di Pedena. Dotato di uno spirito vivace, si dedicò a diverse arti, tra le quali la poesia e la pittura, ma è celebrato per le traduzioni in friulano dei poemi virgiliani. Non si conosce nulla della sua versione delle Bucoliche e dei criteri che lo guidarono. Le Georgiche e l’Eneide propongono scelte stilistiche divergenti: il poema didascalico è reso con sostanziale fedeltà, pur entro i limiti posti dalla nuova forma metrica adottata, mentre il volgarizzamento dell’Eneide produce un eloquente e singolare esempio di travestimento burlesco di un testo classico. Accomuna le due traduzioni la scelta della varietà friulana di Gorizia. La Georgica di Virgili tradotta in viars furlans è rimasta manoscritta fino all’edizione goriziana del 1857, sebbene un primo manoscritto avesse ottenuto la “licentia imprimendi” sin dal 17 marzo 1775; gli altri due manoscritti, ottocenteschi, consacrano l’opera «alla sacra cesarea regia cattolica maestà di Carlo sesto imperator de’ Romani». Dopo la seconda edizione curata nel 1866 da Giovan Battista Filli, una lezione messa a punto da Dolfo Carrara “Marmul” mediante la collazione delle fonti manoscritte e la scelta della grafia della Società filologica friulana, è stata pubblicata nel 1934 in Virgilio e il Friuli, supplemento a «Studi goriziani». La traduzione si segnala per la ricchezza dei tecnicismi contadini, offerti con compiaciuta perizia: «O dopo che il lium è za racuet | che del cosul al pes curvat pleava, | o il frosc de vezza miser e neglet, | o del fust anchia de luina fava | sesolat tu avaras l’arid boschet, | che dal vint scodolat nel chiamp sunava, | jo ti consei a semenà chel gran | ch[e] ’l fas lasagnis e polenta e pan» [O dopo che è già stato raccolto il legume che al peso del baccello si chinava incurvato, o il fuscello della veccia misero e negletto, o che anche dei gambi del lupino avrai mietuto l’arido bosco, che, scosso dal vento, nel campo risuonava, io ti consiglio di seminare quel cereale che fa lasagne e polenta e pane] I, 19; per «aut ibi flava seres mutato sidere farra, | unde prius laetum siliqua quassante legumen | aut tenuis fetus viciae tristisque lupini | sustuleris fragilis calamos silvamque sonantem» I, 73-76. L’ottava si assesta dunque su un registro distinto e uniforme, con misurate oscillazioni tra sfere elevate e tonalità ordinarie; gli anacronismi sono più innocenti e sembrano ispirati dalla necessità. La Eneide di Virgili tradotta in viars furlans berneschs dichiara già nel titolo del 1775 l’indole della traduzione. ... leggi Il primo manoscritto, presumibilmente autografo, fu presentato nel 1728 all’imperatore Carlo VI in occasione della sua visita a Gorizia; un secondo, che conserva i primi quattro canti, è probabilmente settecentesco. Un allestimento in due volumi uscì nel 1775 a Gorizia; la revisione, curata da Giovanni Battista della Porta, fu pubblicata a Udine nel 1830, mentre la stampa triestina si fermò ai primi sei canti, raccolti in un volume. Per l’Eneide il B. scelse dunque la strada della versione parodica, giocando abilmente sul contrasto tra i toni epici dell’originale e le agilità dissacratorie perseguite nel friulano. Gli strumenti messi in opera ai fini dell’abbassamento comprendono l’anacronismo gratuito, l’accostamento esplosivo, il contrasto creato da allusioni scatologiche o lascive con i segmenti eletti di un ambito prevalentemente tragico, l’irruzione estemporanea di parti anatomiche interdette, le esplosioni di virtuosismo lessicale, l’avvicinamento di suoni ruvidi, la profusione di suffissi, l’amplificazione che sfida il verosimile e le interpolazioni stravaganti, fatale regresso nella quotidianità: «L’è za tant timp che no cà travaìn, | e vo appena smontaz ses fur de susta? | Ma, vedind ch’al so ton non rispuindìn, | si necuarz d’essi urtat iust in te frusta. | Sbalza indaur, com’un saltamartin, | frena la vos, si muard la lenga e ’l susta, | dell’incontro improvvis si maravea | e ’l tira, di spavent, una corea» [È ormai molto tempo che noi qui fatichiamo, e voi appena scesi siete fiacchi? Ma, vedendo che al suo richiamo non rispondiamo, si accorge di essere intoppato proprio nella trappola. Balza indietro, come un grillo, frena la voce, si morde la lingua e singhiozza, si meraviglia dell’incontro improvviso e, per lo spavento, spara una scoreggia] II, 88; così l’episodio di Androgeo: «Festinate, viri: nam quae tam sera moratur | segnities? alii rapiunt incensa feruntque | pergama: vos celsis nunc primum a navibus itis? | Dixit: et extemplo, neque enim responsa dabantur | fida satis, sensit medios delapsus in hostis. | Obstipuit retroque pedem cum voce repressit» II, 373-377). La scelta metrica cade ancora sull’ottava di endecasillabi e richiama alla mente il travestimento cinquecentesco dell’Orlando furioso. È peraltro plausibile ipotizzare la presenza di un modello italiano da ricercarsi fra le molte parodie di opere consacrate. Pur deformando il testo, la traduzione segue puntualmente gli esametri virgiliani, pesandone con cura le componenti e mirando piuttosto a dilatare che a ridurre. In conformità con le esigenze del poema epico, il registro tende all’elevatezza, ma precipita rapidamente e improvvisamente, trascinato dalle interferenze degradanti. Nell’economia del testo l’azione di disturbo non è sistematica e lascia respirare l’originale in sezioni che soltanto raramente superano l’ottava, ma tale assenza di regolarità garantisce esiti sempre sorprendenti. Almeno per quanto riguarda l’Eneide, non sembra possibile condividere l’opinione di Ciceri, secondo il quale B. intendeva «mostrare come il friulano fosse uno strumento linguistico duttile per ogni sfumatura di espressione» e traduceva «perché voleva che opere così belle fossero divulgate e capite anche dal popolo illetterato e da chi non conosceva l’italiano». Non si può neppure ritenere che sull’opzione burlesca dell’Eneide e quella più rispettosa delle Georgiche abbia influito il carattere popolare e familiare del friulano, più confacente al repertorio del poema didascalico che ai toni di quello epico. La considerevole diffusione di analoghi esperimenti in ambito italiano impone infatti altre chiavi interpretative. Tuttavia, a dispetto delle dimensioni del duplice (e forse triplice) esperimento, della freschezza dei risultati, della prova di non comune conoscenza del friulano, l’operazione del B. rimane isolata in Friuli e non se ne percepisce una incidenza nei testi successivi, neppure a partire dalle stampe. In ragione di questa valutazione, risultano ancora più apprezzabili la genuinità della sintassi e l’eterogeneità di un vocabolario impiegato con vigile consapevolezza stilistica sia sul versante della terminologia tecnica contadina che su quello delle pungenti tonalità plebee. Il B. morì a Gorizia l’11 (secondo alcune fonti il 12) aprile 1743 e venne sepolto nella cripta della chiesa dei padri minori conventuali in Schönhaus.

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Bibliografia

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