BROCCARDI DOMIZIO

BROCCARDI DOMIZIO

poeta

Nacque da un’agiata famiglia, originaria quasi sicuramente di Piove di Sacco, ma stabilitasi a Padova già nella seconda metà del Duecento. Il padre, Broccardo, un banchiere legato a molti personaggi di rilievo come Francesco da Carrara e in relazione con molte famiglie nobili ed influenti, alla sua morte lasciò ai figli Francesco e D. una situazione patrimoniale molto solida. La data di nascita di D., indicata nel 1390 secondo la cronologia tradizionale (Cestaro, Ballistreri, Balduino), deve essere sottoposta a revisione: alla morte del padre fu affidato, con il fratello, a un tutore, ma nel 1398, come risulta da precisi riscontri documentali (Rupolo D’Alpaos-Pratelli Ronchese), è già in età di compiere “negotia” di valore giuridico (permuta di case e terreni); deve essere nato dunque alcuni anni prima del 1390. La città natale fu Padova – qualche dubbio sull’origine padovana, sollevato da Santagata (1984) è presto caduto (Santagata, 1986) –, ma durante l’infanzia passò lunghi periodi a Loreggia (un villaggio del territorio dove probabilmente la famiglia aveva una casa); questa località è ricordata con accenti accorati nel sonetto Sacra Lauregia, che i miei primi anni. Le ricerche archivistiche degli ultimi decenni hanno arricchito il quadro dei dati biografici, ma in alcuni casi lo hanno sostanzialmente modificato e corretto. D. fece a Padova l’intero percorso degli studi letterari e giuridici, ottenendo il titolo di “licentiatus”. Per quanto in più di un documento sia qualificato genericamente come «iuris peritus» o «legum peritissimus», è molto probabile che abbia conseguito il dottorato «in utroque iure», perché in una serie di atti notarili (degli anni 1421-22 e 1444-48) gli viene specificamente attribuito il titolo di «dottore delle leggi». Dal matrimonio (avvenuto qualche anno dopo il 1410) con Margherita, figlia di Andrea Savorgnan di Cividale, nacquero due figli, entrambi morti prematuramente: l’uno, Francesco, appena quinquenne, l’altra, Rachele, ancora adolescente, nel 1428. Questi eventi luttuosi lacerarono la sua vita ed ebbero un grande peso nella scelta dei temi della sua attività poetica. ... leggi Scarsi furono gli impegni politici, al servizio della Repubblica Veneta o della sua città. Dal 1421 al 1422 (ed è dato sconosciuto ai biografi prima delle ricerche di Vittoria Masutti) esercitò la mansione di capitano della città di Udine; questo importante incarico è certo da porre in relazione con la parentela acquisita con l’influente famiglia friulana dei Savorgnan e con l’allargamento della cerchia di relazioni con personaggi importanti, ma non abbiamo notizie sull’influenza politico-sociale e culturale esercitata da D. come capitano a Udine. Nel 1448 fu consigliere comunale a Padova per il quartiere del duomo (dove probabilmente abitava), insieme con il suo amico poeta Reprandino Orsato. Nello stesso anno il vescovo di Padova Fantino Dandolo lo investì di un feudo ecclesiastico. Un gran numero di atti notarili datati agli anni successivi documentano una serie di compravendite di terreni e beni immobili (alcune finite in liti giudiziarie) che vedono protagonista D. ben oltre il 1450, anno della sua morte secondo la cronologia tradizionale (Cestaro, Ballistreri, Balduino). Il 14 agosto 1457 egli appare come autore di una donazione «inter vivos» a Giovanni Bologna per il patrocinio da questi prestato nelle sue cause; ma un successivo, sicuro, “terminus a quo” è il 17 ottobre 1457, data di un altro documento sottoscritto «Domicius de Brocardis». La fama goduta in vita da D. come poeta si estese ben oltre il Veneto: egli intrattenne una corrispondenza poetica con Malatesta Malatesti, signore di Pesaro e di Fossombrone (m. 1429) e con Guidantonio di Montefeltro, duca di Urbino (m. 1443), dal quale tanto fu pregato, inutilmente, di trasferirsi in terra marchigiana; scambiò sonetti, oltreché con Reprandino Orsato, padovano, anche con Ludovico Sanbonifacio. Conobbe il filosofo Gaetano di Thiene. Caduto in oblio dopo la morte, è stato riscoperto e fatto oggetto di studio alla fine del XIX e agli inizi del XX secolo, dai filologi della scuola storica, Vittorio Rossi, Francesco Flamini, Alessandro D’Ancona, i quali diedero l’edizione di più manipoli di componimenti poetici che ricavavano dalle fonti manoscritte via via scoperte. B. C. Cestaro, allievo del Flamini, dedicò nel 1913 uno studio complessivo alla produzione poetica dei rimatori padovani del Quattrocento, inquadrandola nella vita culturale del tempo. Secondo il censimento fatto, dopo Cestaro, da Milena Groppetti Salazzari (la quale, tra l’altro, con buoni argomenti filologici ha rivendicato a D. il sonetto, prima attribuito o giudicato attribuibile al Boccaccio, Cadute son degli albori le foglie), la produzione poetica comprenderebbe centotrentuno componimenti (ballate, canzoni, sonetti, sestine) di cui solo un terzo sono quelli editi (non sempre con adeguati presidi critici). L’edizione critica del Canzoniere, annunciata da M. Groppetti Salazzari, non ha ancora visto la luce. Il più antico manoscritto che contiene le rime di D. è il Padovano Univ. 541, datato 1432; testimoni importanti sono anche il Trivulziano 1018, il Parigino Ital. 1084, il Senese Bibl. Comunale I vii, 15. Altri manoscritti presentano rime sparse. Già il titolo con cui viene identificata in diversi codici la silloge, Domitii Brocardi patavini vulgaria fragmenta, richiama inequivocabilmente il Canzoniere petrarchesco. E in effetti le suggestioni petrarchesche sono dominanti. Lia è la donna amata che come Laura si mostra restia alle sue proteste d’amore. Ma D. raggiunge una genuina espressione poetica e mostra un impegno letterario di qualità come cantore degli affetti familiari, in particolare nelle rime scritte dopo l’immatura scomparsa della figlia Rachele (non sfuggono i richiami biblici nei nomi delle due donne, che sono associate nel sonetto Perduto ho Rachel e la mia Lia). In alcune fonti manoscritte le rime che piangono la morte di Rachele sono raccolte sotto il titolo particolare Domicii Brocardi de morte fillie sue. Balduino pone l’accento giustamente anche sull’efficacia descrittiva degli scorci paesaggistici che D. ottiene «facendo leva su una mestizia elegiaca che, della sua poesia, sembra essere l’inflessione dominante». De Robertis giudica D. non estraneo «al clima tardogotico in cui respirarono gli altri poeti del Nord e in ispecie il concittadino Sanguinacci, col quale condivide fin certa tematica a fosche tinte». «Aggraziate, ma fredde» possono definirsi, secondo il lapidario giudizio di Vittorio Rossi, le ballate, da tenere ben distinte dai sonetti e dagli altri componimenti.

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Bibliografia

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